Potere politico e potere economico si sono spesso confrontati nel corso della storia. Quasi sempre, quando la politica è stata forte, ha finito per mettere le mani sull’economia. Con la stessa frequenza, quando la politica è stata debole, la ricchezza è diventata la fonte del potere, ed ha cercato di darsi legittimazione politica. Spesso si sono sovrapposte, a volte combattute, sospese tra amore ed odio come in ogni rapporto di lunga durata, raramente ignorate. Sicuramente, ad un grande potere economico corrisponde un certo potere politico, ma non si può più affermare con certezza il contrario, perlomeno nel derelitto Occidente. Nel caso dell’Italia, la resa della politica si può individuare nel trapasso della Prima Repubblica nella Seconda. Evento fortemente traumatico per la nostra identità collettiva, spesso trascurato dai libri di storia perché troppo recente, ha avuto come portato più evidente l’approfondirsi di una frattura apparentemente insanabile tra popolo e classe dirigente. La delegittimazione morale dell’intera classe politica che ne è conseguita è viva più che mai oggi, solo vagamente mitigata dall’inutile epopea berlusconiana e dalla testardaggine con cui la grande minoranza del Paese si ostina a votare Pd. Alla fine, è giunta per coincidere con la delegittimazione della politica in sé. Non è un caso pertanto che il movimento anti-sistema del momento sia un partito moralizzatore, che fa della lotta alla corruzione il suo cavallo di battaglia. Rischia però di essere il punto di vista del miope.

Tangentopoli provocò, nel breve periodo, il ricambio violento della classe dirigente. Nel medio delegittimò la politica stessa, ma nel lungo ne mutò il rapporto col potere economico, e questo ne è l’effetto più pregnante e più pernicioso. Quello che crollò fu un sistema di potere imperniato sull’azienda pubblica. Sfruttando i gradi di libertà concessi dalla leadership americana, forse anche in virtù del più forte partito comunista ad ovest di Berlino, e del generale clima culturale ed economico dell’epoca, i dirigenti del pentapartito crearono un sistema di potere tentacolare basato sulla piena occupazione (per sedare i conflitti sociali), sull’inflazione (per sedare il conflitto redistributivo) e sulla massimizzazione delle vendite (per garantire la crescita). Vi guadagnavano, chiaramente, un accrescimento del loro potere: più l’Italia prosperava, più le aziende pubbliche crescevano (e viceversa), più risorse loro controllavano. Questo circolo machiavellicamente virtuoso si spezzò nei primi anni ’90.

Paolo Prodi, fratello del più famoso Romano, docente di Storia all’Università di Bologna, si è trovato a scrivere, alcuni anni fa, un saggio di storiografia. Dato il momento di difficoltà per la disciplina, sospesa tra fine di sé stessa come da saggio di Fukuyama e tornante del millennio, si è così domandato, lui grande storico moderno, quale potesse essere ancora il senso della Storia con la S maiuscola come materia e strumento d’indagine. Tra le tante risposte trovate una spicca. Lo storico che si occupa del lungo periodo studia in realtà il complicato rapporto tra uomo e Potere, e le domande che questa complicata relazione pone sono ancora attuali all’alba del XXI secolo. E allora vediamo di inquadrare Mani Pulite, e tutto quello che ne conseguì, in quest’ottica.

Dilatando l’orizzonte temporale si possono evidenziare due fattori cardine. Il primo riguarda il rapporto schietto tra politica ed economia. La prima ha quasi sempre bisogno della seconda. Quando gode di legittimazione propria, autonoma, si impossessa dei centri nevralgici del sistema economico; quando non ne gode è spesso il potere economico a farsi politico, in cerca di legittimazione. Comunque, se l’economia può dominare senza sanzione ufficiale politica, la politica senza potere economico è nulla, incapace di influenzare realmente il reale e di legare a sé gli uomini con la forza della necessità. Il secondo aspetto fondamentale è costituito da una tendenza di lungo periodo propria del concetto di ricchezza. Esso tende a smaterializzarsi nel corso della Storia: dalla terra, nel corso di un paio di millenni, si è passati ai derivati. In questo modo tende ad invertire i rapporti di forza con la politica.

Il primo a capire veramente l’obbligatorietà dell’economico per il politico fu probabilmente Ottaviano Augusto, e vi giunse per necessità storica. Dopo Azio, per garantire la stabilità, fece della casa imperiale il più grande capitalista dello Stato, dando così al potere pubblico il primato anche all’interno della società civile, e non solamente su di essa. Quando l’impero crollò sotto i colpi dei barbari, il sistema tribale e guerriero germanico dovette fare i conti con la sedentarietà, e si legò a sua volta alla terra. Per i re franchi, ad esempio, il regno era un proprietà privata del monarca, che ne disponeva a piacimento e affidava ai propri luogotenenti i vari feudi. Così sarebbe stato ancora nelle Francia avviata verso la centralizzazione moderna di Luigi XIV.

Un caso particolare, nel quale si può ravvisare il principio di quella tendenza di lungo periodo che vede la ricchezza smaterializzarsi, fu quello dell’Italia dei comuni. Quasi a voler ripetere le vicende dell’età repubblicana di Roma antica, la protoborghesia del Duecento prima si spartì le cariche pubbliche, poi acuì l’intensità degli scontri intestini. Se da un lato il potere economico cercava dunque, come sempre, di darsi una legittimazione politica, dall’altro ne era mutata l’essenza. Le famiglie dominanti erano quelle di mercanti e banchieri, che compravano lana inglese, la lavoravano in Italia e rivendevano i tessuti nelle fiere francesi. Comparvero anche i primi strumenti finanziari moderni. I magnati, i vecchi e rozzi proprietari terrieri nobili che non avevano saputo trasformarsi in borghesi, vennero prima emarginati e poi perseguiti. I tempi non erano però ancora maturi, troppi i vincoli culturali ed economici, e gli stessi borghesi, una volta accumulate sufficienti fortune, si ritiravano dagli affari per comprare la terra. Alla fine i conflitti politici invece divennero talmente gravi da sfociare nelle signorie, anch’esse di breve fortuna ma per altre questioni.

Fu tuttavia solo nel tardo Ottocento, nei Paesi capitalisticamente più avanzati come gli Stati Uniti, che l’economico iniziò a prendere davvero il sopravvento sul politico. L’unione del pensiero liberal-democratico (e dunque un potere politico intrinsecamente più debole rispetto alle monarchie più o meno costituzionali dell’Europa continentale) con la dottrina liberista (e dunque uno Stato minimo) posero le condizioni per l’età dei grandi tycoons, sempre meno bisognosi di legittimazione. La concezione del Potere stava cambiando.

Certo, la Storia non è mai lineare, procede piuttosto per fratture e salti, e spesso preferisce riavvolgersi o sospendersi piuttosto che proseguire speditamente. In Europa continentale i totalitarismi segnarono una netta supremazia della politica sull’economia, specie in Russia. Ancora nel secondo dopoguerra, col modello keynesiano, fu lo Stato a farsi società civile e i vertici politici a costituire il vero centro di potere, autonomo, della società. Se guardiamo all’Italia, un’oligarchia politica che doveva comunque fare i conti col consenso popolare, col voto e con le costituzioni, si ritrovò a gestire un’enorme fetta del prodotto interno lordo. Nel 1979, annus horribilis, il solo Iri occupava 550mila persone, arrivando a pesare circa il 20% del pil italiano. Il sistema finanziario (la ricchezza immateriale) era fortemente represso: l’unica forma di protezione del risparmio di fatto era ancora il titolo di debito pubblico, come nell’Inghilterra di metà Ottocento. Larga parte del sistema finanziario ed assicurativo era nelle mani dello Stato. Abbiamo così una classe dirigente ricca di privilegi, ma legata a doppio filo agli interessi delle classi subalterne (organizzate, combattive ed armate comunque del voto), agli interessi dell’impresa privata (dipendente da quella pubblica), e soprattutto a quelli dell’impresa pubblica stessa. In pratica, legata a doppio filo agli interessi del Paese. In questo modo, classe dirigente e nazione vengono a coincidere, anche se vogliamo far parlare un liberal-liberista come “l’arcifilisteo” Bentham: il loro utile è l’utile italiano. Questo anche perché si tratta ancora, in larga parte, di una ricchezza legata al territorio, reale, che dunque lo Stato può controllare.

E qua ritorniamo, dopo un lungo viaggio, a Mani Pulite. Con la sconfitta (e il pubblico ludibrio, e lo stolto pubblico gaudio) di quella classe dirigente, si spezza il legame tra interesse della classe dirigente ed interesse del Paese e si inverte il rapporto di forza tra i poteri. Con la soppressione dei confini e la libera circolazione di merci, persone e capitali (Marrakesh, ’94), con la finanziarizzazione dell’economia e con le privatizzazioni, una nuova classe politica delegittimata moralmente si ritrova priva di potere economico, dunque reale. Non le resta che arrendersi all’evidenza e farsi, nella migliore delle ipotesi, schiava del mercato, nella peggiore, connivente con esso.