Nel duello televisivo del talk show Renzi è forse uno dei più temibili avversari. Riesce a far apparire un rispettato professore come un “parruccone” attempato e fuori dal mondo. L’affinità con il suo pubblico è la sua forza. Usa contro il suo avversario la chiacchiera da bar, l’argomento che si sente ripetere di frequente secondo cui di docenti universitari, studiosi e pensatori non ci si può fidare perché “non sono a contatto con la realtà”. Sarebbero i sostenitori di astruse teorie valide soltanto sui libri ma di scarsa attinenza con “i problemi veri”. La diffusione di questa retorica da “uomo della strada”, di questo plebiscitarismo “pop”, mostra quanto la comunicativa pubblicitaria di Renzi (il complemento di specificazione non indica un’attribuzione di paternità, giacché è Renzi, semmai, a essere il prodotto di questo stile comunicativo e non il contrario) sia stata assorbita dai suoi consumatori culturali.

Ci sarebbe da domandarsi per quale motivo un operaio, un impiegato, un ragioniere, un avvocato, un imprenditore, ecc., vivrebbero “nella realtà” mentre un intellettuale ne sarebbe “al di fuori”. Come se la riflessione, la mediazione intellettuale, il sapere, non fossero strumenti per comprendere meglio proprio quella realtà, ma per tenerla lontana. Al contrario la “spontaneità”, l’agire irriflessivo, l’incoscienza, sarebbero espressioni di una vita “autentica”, “vera”, vicina “ai veri bisogni della gente”. Potremmo definire questo atteggiamento, con una felice locuzione hegeliana, “cattiva immediatezza”. La realtà non viene mediata da strutture di pensiero, ma esperita direttamente, “per quello che è”, si potrebbe dire: e invece per quello che non è! La realtà non è un oggetto fisico, un composto percettibile con i sensi; la realtà è un costrutto intellettivo ed è conoscibile solo per mezzo dell’intelletto. A essere più “addentro alla realtà”, quindi, non è l’uomo della strada, ma proprio colui che si avvale dell’intelletto e non dei sensi. Questa, del resto, è una verità conosciuta da tutti i filosofi di tutte le epoche, compresi i materialisti, perché anche la materia per essere ha bisogno di essere pensata.

Certo, i pensatori sono dei privilegiati, perché godono del privilegio di essere affrancati dal lavoro (almeno da quello “pesante”). Essi non sperimentano la “durezza del vivere”, non conoscono gli stenti e le difficoltà dei “comuni”. Si può dire che ciò oggi sia in parte ridimensionato, giacché i modi di vita si sono piuttosto standardizzati. Non è sempre vero che l’“uomo comune” non pensa perché incatenato al lavoro. Non pensa perché non ha voglia di pensare. Ma, al di là di questo, resta sempre vero che per “vivere la realtà vera”, serve un alto grado di coscienza. Se voglio capire la Grecia antica leggo un dialogo di Platone o una tragedia di Eschilo, anche se erano degli aristocratici. Ovviamente la classe sociale di appartenenza “altera” la concezione della realtà, ma il pensiero permette di cogliere l’universale oltre il particolare.

Per “vivere la realtà” c’è bisogno di una coscienza. La coscienza che si dà una società è la sua classe intellettuale, quella incaricata di produrre e di tramandare il sapere. Qualsiasi gruppo sociale che voglia contare qualcosa ha bisogno dei suoi intellettuali e nemmeno un movimento rivoluzionario fortemente egualitario può farne a meno. La rivoluzione francese fu guidata da intellettuali. A maggior ragione la rivoluzione russa. Semmai, il compito degli intellettuali emancipatori è quello di offrire anche al popolo gli strumenti per cogliere la realtà. Una società o un gruppo sociale senza idee fanno la fine dei compagni di Ulisse trasformati in porci dalla Maga Circe, regrediscono al rango di bestie: quella “autenticità del vivere” che reclama l’uomo della strada contro l’intellettuale, nel quale vede un nemico invece che un potenziale alleato, è quanto di più lontano da lui ci possa essere. Anzi, ne è esattamente il contrario.

D’altro canto egli non appartiene a uno strato popolare. Il popolo ha sempre avuto una sua cultura e persino dei suoi “intellettuali” (che magari non insegnavano nelle università, ma menestrelli e cantastorie erano appunto questo) seppure la specializzazione delle mansioni intellettive era meno sviluppata tra i ceti inferiori. L’“uomo comune” di oggi non è il popolano, non è il portatore di quella ignoranza genuina del sapere accademico, unita però a una profonda sapienza della cultura orale e contadina. Egli è piuttosto un consumatore compulsivo, un mezzo-acculturato, un turista, un individuo privo di riferimenti di spessore; non partecipa della cultura accademica ma nemmeno della genuinità popolare. E’ fondamentalmente un alienato: alienato da una classe sociale che non ha, se non in quanto prodotto di una grande “classe media globale” – per usare l’espressione di Costanzo Preve – fluida, destrutturata, che non presenta i caratteri di coesione delle classi sociali tradizionali. Ma alienato anche dal lavoro che svolge al quale non è e non si sente legato, dalla propria comunità e dalle proprie tradizioni. Quest’uomo comune è davvero ignorante in senso proprio, perché è estraniato dalla cultura, anche se può avere delle nozioni tecniche e una infarinatura di acquisizioni superficiali, “da quiz”. Quale realtà, quest’uomo malformato, vive? Egli è immerso nel torpore dei sensi, vive come in un sogno in balia della sue pulsioni eccitate in continuazione dalla pubblicità e di emozioni disordinate. Privo degli strumenti di decodifica, si trova completamente esposto. Più che vivere la realtà, la subisce.