L’occasione fa l’uomo ladro. E in Italia di occasioni si mangia mentre di legalità si può anche morire. Ma se la natura è difficile cambiarla, un carattere può essere corretto, se non represso. Così quando Antonio Nicaso, giornalista saggista e consulente di stanza in Canada, nel suo ultimo libro, “Mafia” (Bollati Boringhieri – 2016), scrive che la Mafia è un modo di fare e non di essere, un modello esportabile di impresa con lo scopo di tessere una capillare rete sociale, riporta la questione all’interno della prospettiva entro cui va considerata. Se la prerogativa di un’organizzazione criminale si ritrova nelle relazioni interpersonali e nella capacità di posizionarsi a metà tra la società civile e lo Stato, la causa e il propellente necessario perché sia impossibile sradicarla è la corruzione. L’arma con cui si antepone il benessere privato a quello collettivo, non vedendo come dal secondo possa derivare il primo. Una piaga condannata a favor di telecamera, e in periodo elettorale, da una politica avvezza alla retorica e molto poco ai fatti. Quella stessa politica che declassa il processo sulla Trattativa Stato-Mafia per le stragi dei primi anni ’90 a sforzo inutile e ossessione giudiziaria. Continua Nicasio: «Può esistere una politica senza Mafia. Non esiste Mafia senza l’appoggio della politica. E lo stesso vale per la corruzione: ci può essere corruzione senza Mafia, ma non ci sarà mai Mafia senza corruzione». Negli ultimi 20 anni è stata raccontata una mezza verità. Si dice: la Mafia non spara più perché si è rafforzata. Ma al contempo si tace sul punto essenziale: se non scoppiano le bombe, non sfilano i cortei e le lacrime non rinforcano i palinsesti delle reti generaliste, l’opinione pubblica non s’indigna, non reagisce, non scalpita. C’è una ragione. La corruzione, a netto d’illeciti vergognosi e ingenti sgravi economici prodotti, ha un grande vantaggio su chi vorrebbe debellarla: prima o poi si offre a tutti. E’ un fenomeno riconosciuto ma accettato, grazie al quale anche i moralisti si riempiono le tasche. La conseguenza si chiama Mafia: procace figlia dello stesso male di cui si alimenta.

Nicaso nel volume indica le strade per affrontarla. Sul piano culturale: decostruire i miti degli uomini d’onore. Sul piano giuridico: elaborare sistemi efficaci per colpire l’economia nascosta, i patrimoni illegali, i reati societari e finanziari; cioè quelle risorse indispensabili per prosperare ed estendersi. Niente di più lontano di quanto accade oggi. Mentre si alza la voce perché in Sicilia, com’è capitato anche nel napoletano, durante la celebrazione del Venerdì Santo a San Michele di Ganzaria (nel catanese), il corteo ha raggiunto l’abitazione del boss Francesco La Rocca – detenuto in regime di 416 bis – non lesinando un inchino al compaesano; l’altra Mafia, quella ambiziosa e non più provincialotta, si spartisce la torta dal Campidoglio in su: senza scuotere troppo le coscienze.

Gli esempi, pochi ma buoni, sono macigni. A Milano, la ricerca “Criminalità organizzata, contesto di legalità e sicurezza urbana”, coordinata da Rocco Sciarrone, sociologo da anni impegnato in studi sull’espansione mafiosa fuori dalle aree tradizionali, e realizzata dal Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino, ha rivelato come solo nella Zona 9 di Milano (fetta importante della città) l’8,4% dei commercianti dichiara di pagare, o aver pagato, il pizzo. Il 18,7% afferma di conoscere almeno una vittima di estorsione. L’usura invece è all’ordine del giorno. Ma a venir fuori, più di ogni altra cosa, è il velo sinistro di omertà sugli affari della ‘ndrangheta. Inoltre, un’analisi di Assolombarda (associazione delle imprese industriali e del terziario) è andata oltre: per aggirare la burocrazia, trovare la scorciatoia, ottenere vantaggi, il numero degli imprenditori collusi con la Mafia sta aumentando. Peggio: molti reputano la corruzione un fenomeno sopportabile, che in fondo non nuoce a nessuno. Si passa poi al Veneto. Alcune righe dell’ultimo rapporto della direzione nazionale antimafia fanno riflettere: «La sempre più significativa operatività in Veneto, di gruppi criminosi originari del Sud Italia tende a diventare più stabile»; e a Verona, Vicenza e Padova si denunciano infiltrazioni di camorra e ‘ndrangheta, dal settore dell’edilizia a quello della pubblica amministrazione. Ci si sposta in Emilia-Romagna, dove esiste una rete radicata e ramificata da Piacenza a Bologna di cui s’intravede solo la superficie. L’anno scorso le parole del procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, pesarono eccome: «Le istituzioni devono darsi una mossa. La malattia è grave, il tumore bisogna curarlo, non si può stare in attesa». E ancora: «Questa terra deve prendere atto della sua reale situazione, poi ognuno dovrà assumersi delle responsabilità e fare quello che la legge impone di fare (…) Il cavallo di Troia sono i soldi». Infine si approda a Roma, col grande scandalo di Mafia Capitale. In una delle motivazioni con cui il Gup Alessandra Boffi, a gennaio, ha condannato un ex assessore in rito abbreviato per corruzione e atti contrari ai doveri d’ufficio, si legge: «Gli elementi raccolti convergono nel dimostrare prima di ogni altra cosa un fatto incontestabile per la sua palese e ripetuta evidenza: le ingerenze massicce del coimputato Buzzi in molte attività politiche e amministrative degli enti locali». Tutto questo accade mentre gli appelli del vicepresidente della commissione Antimafia, Claudio Fava (uno che nell’84 per le pallottole ha perso il padre attivista a Catania), affinché da Strasburgo arrivi un sostegno logistico e finanziario, cadono nel vuoto dinanzi alla commissione Ue per la Giustizia, convinta della natura locale e particolaristica della Mafia. Che invece imperversa nel mercato continentale e mondiale della droga e del riciclaggio; recitando la parte dello squalo in un mare di pesci piccoli. Lo stesso Fava ha lamentato l’inerzia del Premier Renzi: prometteva impegno, misure straordinarie, salti mortali, ma «si trattava evidentemente soltanto di slogan, dato che poi nulla è successo».

 Dovunque si cerchino verità e soluzioni dure e risolutive, prima serve un’intensa ammissione di colpevolezza. Alla corruzione, quindi alla criminalità, dai magnati liberali agli intransigenti progressisti, dagli imprenditori navigati ai perbenisti di maniera, si continuano ad opporre gli ideali. Anche se questa rende appetibile, e a buon mercato, il fine ultimo al quale si tende: l’interesse. Per questo la Mafia si combatte ma non si sconfigge. Tra le due possibilità non s’insinua mai il dubbio: perché gli ideali costano, gli interessi arricchiscono.