La retorica occidentale, soprattutto quella liberale ed europeista, è imbevuta di buonismo e commozione per l’agognato ideale chiamato democrazia, elogia il pensiero politico ubbidiente, ben disposto ad accettare la cattiva sorte dei Paesi prospettata dalle politiche di austerity. Vi è un vero e proprio gioco di parole che incatena cittadini e governi, con un sottile gusto per l’humour nero. Non a caso, questo atteggiamento di derisione e umorismo è ben presente in Germania, dove la cancelliera Merkel non esita a elargire battute sul ruolo “magistrale” dell’economia e del sistema tedesco, i quali devono costituire il “modello”, il dogma dell’efficienza. Dunque, l’Italia, stato intelligente ma poco dedito all’applicazione, “deve fare i compiti per casa”, (ossia cedere progressivamente la propria sovranità economica), altrimenti cosa diranno i professori di Bruxelles, improntati a un rigorismo germanico duro e puro.. Un rigore facilmente smascherabile dal recente caso Wolkswagen e dallo scandalo inerente all’utilizzo di sostanze nocive in buona parte dei marchi di birra tedesca più importanti.

Naturalmente, di fronte a questo attacco, il governo e il popolo italiano non si difendono, non alzano le barricate in preda all’orgoglio e all’indignazione, bensì garantiscono la massima fedeltà al proprio dovere auto-distruttivo di “pagamento del debito pubblico” e “salvataggio bancario”, dimostrando la propria codardia di fronte ai toni minacciosi della Troika. Il cittadino medio, primo facile bersaglio delle politiche fiscali, si accontenta di ciò che resta della quotidianità mondana da bon viveur, senza pensare allo status di precarietà esistenziale che lo caratterizza. L’attivismo è considerato un male da esorcizzare, mentre l’esiguità della classe intellettuale e i militanti politici sembrano alienati rispetto alle problematiche reali del Paese. Alla questione lavoro, centrale per la risoluzione della crisi economica internazionale, si preferisce attribuire importanza a micro-battaglie inerenti ai territori, certamente rilevanti, ma non per un miglioramento generale delle condizioni sociali. Le forze politiche che, al contrario, centrano e individuano il nodo nevralgico nella precarietà e nella disoccupazione, vengono tacciate di estremismo anti-democratico, di complottismo o di cattiva intenzionalità.

Le forze che, sia a destra che a sinistra, osano mettere in discussione l’intero assetto politico, economico e sociale sono automaticamente definite “populiste” dalla classe dirigente italiana, la cui pratica anti-democratica è all’ordine del giorno. Il medesimo aggettivo è stato utilizzato dai liberal-socialisti europei del PSE contro i partiti comunisti o di sinistra radicale dell’ Europa intera, fra i quali Syriza, PCE, PKK, Isquierda Unida e Podemos, o dei movimenti nazionalistici come il Fronte Nazionale Francese, i quali non soltanto hanno riscosso consenso fra la gente, bensì hanno avanzato delle proposte di alternativa economica e sociale per il futuro del continente.

Nonostante i pregi e le contraddizioni inerenti alle suddette organizzazioni, risulta evidente come l’Italia abbia dimostrato un’incapacità nel saper escogitare una via d’uscita politica.

Per quanto concerne il Movimento 5 Stelle, (che incarna a mala pena i vari orientamenti pre-esistenti), sebbene rimanga una delle principali forze d’opposizione in Italia, ha esaurito quella spinta propulsiva e anti-sistemica che lo ha caratterizzato nelle elezioni precedenti, presentando al proprio interno un’anomala eterogeneità nel prendere posizione sulle singole questioni (probabilmente dovuta alle differenze fra le diverse provenienze politiche e culturali che vi abitano). Ciò non sminuisce sicuramente il fatto che il Movimento abbia portato avanti delle battaglie parlamentari di una certa importanza.

La sinistra e la destra italiane, fatta eccezione per alcune micro-galassie, sono state completamente assorbite da un eccessivo, fiducioso istituzionalismo e conformismo politico, che le hanno rese innocue, amiche di un tirannico europeismo, camuffato sotto vesti democratiche. E’ come se il perbenismo cattolico, che ancora alberga nelle vene ancestrali di molti politici laici dello stivale, impedisse loro di trascendere i propri limiti di castrazione, nonché di raggiungere il nirvana della mentalità rivoluzionaria, poiché afflitto da una misteriosa sindrome del senso di colpa verso un’indiscutibile Auctoritas poco incline al perdono dei peccatori: un tempo si trattava del Pontefice, nei tempi odierni è invece una mera illusione psicologica abilmente sfruttata dagli “psicanalisti” di Bruxelles. Probabilmente molti italiani devono ancora sottoporsi a delle sedute terapeutiche per realizzarlo.