Il Partito Democratico sembra non versare nelle migliori condizioni, tuttavia la strategia renziana di puntare sull’estero sembra rivelarsi fondamentale per la vittoria del Sì. Ecco che, dulcis in fundo, entrano in scena gli amici del potentato, la clientela vicina al presidente la quale, di certo, non si può dire che non navighi nell’oro. Grazie ai portafogli in questione, che di certo non passano inosservati, la propaganda può finalmente avere inizio. Attraverso un’inchiesta giornalistica, Il Fatto Quotidiano ha scoperto e reso noto che il Nazareno ha ricevuto un ingente contributo da una delle colonne portanti della politica renziana, Davide Serra, per mezzo del quale sarà possibile inviare 2,5 milioni di lettere agli italiani all’estero, con annesse fotografie e un “piacevole” autografo di Renzi. Una strategia, la presente, all’insegna del populismo narcisista, dove il “capo dei capi”, al fine di ottenere la benevolenza dei propri concittadini espatriati, ritiene di poter risultare simpatico e amato attraverso i presenti stratagemmi. Sfortunatamente, Renzi forse dimentica la fama non troppo positiva che egli ha riscosso presso le agenzie di comunicazione straniere. Già in un episodio della nota trasmissione francese Le petit journal su Canal + del 2015, il presidente del consiglio viene ripreso in atteggiamenti poco consoni ed eccessivamente informali durante un incontro ufficiale con Martin Schultz, presidente del Parlamento europeo, coprendosi di ulteriore ridicolo agli occhi degli spettatori francesi e, probabilmente, degli italiani “fuori sede”. Tuttavia, egli non demorde e punta a “vincere facile”, ricorrendo al sostegno di ignoti uomini d’affari, come afferma un portavoce del fermamente renziano Davide Serra:

“Diverse persone stanno finanziando le lettere agli italiani all’estero, non soltanto lo stesso Serra. Il denaro sarà devoluto al comitato ‘Basta un Sì’ inglese e italiano”

La lettera #bastaunsì per gli italiani all'estero

La lettera #bastaunsì per gli italiani all’estero

Il finanziamento, dunque, è personale, e non pochi uomini dell’alta finanza italiana contribuiranno all’operazione. Ciò che fa riflettere è la cifra di elettori italiani non residenti in Italia, 4 milioni e 23mila, i quali possono certamente determinare l’esito del referendum. Per coprire e influenzare l’italianità nel mondo, non bastava il PD (il cui ultimo bilancio è stato chiuso con soli 700.000 euro di utile). Una ben nota azienda postale, i cui vertici sono controllati dal Tesoro e sono stati nominati dal governo in carica, ha agevolato le spese di spedizione ai democratici. Un altro aiuto considerevole è stato fornito da Coldiretti. Quest’ultima, secondo il Fatto Quotidiano, avrebbe aiutato il Comitato per il Sì a raccogliere le 500.000 firme necessarie a ottenere i 500.000 euro di rimborso. La Coldiretti ha già in tasca l’abolizione dell’Irpef agricola. Per citare un altro esempio, il governo ha previsto lo stanziamento di 160 milioni di euro per incentivare la cultura italiana nel mondo, ma soprattutto per assumere personale locale e non diplomatico. Si tratta di una strategia fin troppo nota e tipica della politica italiana, dedita ai favoritismi, non dissimile dalle pratiche democristiane della Prima Repubblica, ove il consenso elettorale era figlio del clientelismo. L’interrogativo più scottante in merito a queste grandi elargizioni di denaro per la “Causa” del Sì è il seguente: quali favori possono mai aver spinto una tale e numerosa “fratellanza” di imprenditori e uomini d’affari a finanziare generosamente la propaganda pro-riforma costituzionale? Sarà forse anche per quest’aura di mistero calata sulla mano divina dell’alta borghesia italiana che i donatori rimangono avvolti nell’ombra. Probabilmente mai, come in questo contesto, il volto renziano ha assunto dei connotati così machiavellici, uscendo allo scoperto in tutta la propria bramosia nel vincere una partita popolare (il referendum) con strumenti assai poco democratici, le risorse finanziarie.