Il dibattito scatenato dal referendum costituzionale ha due grandi pregi. Il primo è stato mettere ulteriormente in evidenza, come fosse stato necessario, la pochezza del livello del discorso politico contemporaneo. Non i contenuti, spesso neanche di forma, ma le emozioni stanno al centro del palco, quasi si trattasse di una soap opera. Si giudicano, quindi, gli uomini, non le loro idee, e spesso li si giudica attraverso le lenti della morale, non quelle della ragione. 

Se l’America è “l’avanguardia” del fronte occidentale un po’ in ogni campo, lo è anche in questo. Il dibattito presidenziale di domenica notte è stato paradigmaticamente poverissimo. Estremizzando, non si è praticamente parlato di politica, tout court. In disaccordo sulla diagnosi su molti temi, in accordo su altri, i due candidati non sono scesi nei dettagli, limitandosi a dichiarazioni per benpensanti. “Dobbiamo migliorare la sanità”, “dobbiamo migliorare l’istruzione”, e così via. Sarei stato capace di sostenerlo anch’io un dibattito del genere. Come fare a raggiungere questi obiettivi, non è dato sapere. Su altri temi chiaramente la distanza ideologica si è mostrata, con Trump (almeno a parole, ma concediamogli il beneficio del dubbio) candidato antisistema e la Clinton candidato della continuità. Quando una ragazza musulmana ha chiesto a Trump cosa intendesse fare contro l’islamofobia dilagante lui non ha avuto il coraggio di smontare il concetto di islamofobia e di dirle che, per lui e i suoi elettori, lei in America probabilmente non ci dovrebbe stare. Ha pagato dazio al politically correct dunque, convenendo che l’islamofobia sia una vergogna, poi ha detto che non vuole prendersi i profughi siriani. Il concetto è passato lo stesso, ma è stato grottesco.

La Clinton, chiaramente, si è lanciata nella solita difesa della minoranza oppressa di turno utilizzando tutti gli stilemi logori e stralogori che trent’anni di egemonia culturale liberal le hanno fornito. Il resto del dibattito, quello importante, quello che sposta i voti degli (spero pochi ormai) indecisi, ha riguardato solo ed esclusivamente le personalità dei due candidati, soprattutto i loro difetti. Andando incontro alla voracità insaziabile del pubblico di massa, i moderatori hanno scandagliato nelle bassezze dei loro animi, battendo su temi caldi quanto inutili, presunto scandalo sessuale di The Donald in primis, email di Hillary in secundis. Ma a chi interessa capire davvero come fare a migliorare l’assistenza sanitaria in America, o come gestire la crisi con la Russia, cosa se ne fa dei fuorionda di un gradasso che si vanta di “grab the pussy” di tante groupies innamorate dell’uomo Vip? E’ politica questa? In un certo senso forse sì: è il sintomo del fatto che più che le idee si votino le persone. Potremmo addirittura parlare di personalismo emotivo. Lo stesso avviene in Italia, per cui inutile nascondersi: il referendum dovrebbe parlare di Costituzione, perché quello è ciò che rimarrà, e invece parlerà molto più di Renzi. E perderà, perché non ha la maggioranza del Paese dalla sua parte.

mti5odc1mzq4mdizmja5otu0

Un vecchio trucco politico: “Se non riesci a convincerli, confondili.” Harry S. Truman

Il secondo aspetto della consultazione referendaria interessante dal punto di vista del politologo riguarda invece la discussione sul concetto di democrazia che sta timidamente avvenendo negli ambienti intellettuali. Non che il popolo voti in base a questo, come ampiamente già detto. Però, firme anche molto autorevoli, come Scalfari su Repubblica, e in generali costituzionalisti, giuristi e politologi, al di sotto della coltre del personalismo renziano, si interrogano su quale sia l’essenza della democrazia, quali le sue possibili forme, e questa è una novità, dopo decenni di fine della Storia e Ultimi Uomini liberaldemocratici. Scalfari è stato molto esplicito, quasi brutale nella sua lucidità. Stando al suo editoriale di domenica, la democrazia altro non è che un’oligarchia mascherata. L’unica alternativa possibile, per lui, è la dittatura, che dominerebbe nel resto del pianeta, il non-Occidente. La prima affermazione ci trova d’accordo, perlomeno se si parla di liberaldemocrazia d’ispirazione anglosassone, la seconda decisamente meno.

Definire l’idealtipo Democrazia non è sfida semplice, non lo sarebbe neanche per Max Weber. Può essere utile, però, riandare al momento in cui, almeno secondo le odierne conoscenze storiche, la democrazia è nata. Atene, 500 a.C. circa, l’uomo (perché alla fine il personalismo ha una sua ragion d’essere) è Clistene, un aristocratico che deciderà, attraverso una serie di riforme, di dare il kratòs al dèmos, allora inteso come la parte più povera della popolazione. Oggi diremmo la massa. Celebre è la critica dell’anonimo aristocratico, che accusava Clistene di aver portato il popolo dalla sua parte non per fare gli interessi di quest’ultimo ma i propri, all’interno dei conflitti in seno all’aristocrazia. Strutturatosi poi nei decenni successivi, il sistema ateniese divenne il centro di un impero marittimo, commerciale, del mare direbbe Carl Schmitt, nel quale il dèmos effettivamente ebbe il potere, e lo esercitava sia attraverso il consiglio dei 500, il parlamento dell’epoca, che amministrando la giustizia nei tribunali. Gli aristocratici scomparvero? No, persero buona parte del loro potere (l’Areopago divenne man mano marginale) ma i più previdenti seppero riciclarsi come campioni del popolo, suoi rappresentati e dunque principali influencer del dibattito politico. Oggi, invece, gli aristocratici hanno ceduto il passo ai borghesi, forse ormai post-borghesi, ma chi controlla i media, dunque il dibattito? Almeno da questo punto di vista, nihil novum sub sole.

42-24145284_preview

Discussione in piazza ad Atene

Sotto altri aspetti, invece, gli antenati degli eurovessati per eccellenza di oggi, posso esserci molto utili. Un testo molto interessante di un professore di Cambridge, Paul Cartledge, “Il pensiero politico in pratica”, che non si può definire altrimenti che propaganda liberaldemocratica anglosassone, ma ha il dono, in qualche passaggio, dell’obiettività che si richiede allo storico, ci dice che quello di democrazia non è un concetto unitario, monolitico. Impegnato a mettere in risalto il filo morale che lega Atene a Londra, Cartledge non trascura tuttavia le enormi differenze tra la democrazia antica e quella liberale. La prima, e la più evidente delle differenze è che quella greca era una democrazia diretta, basata sulla partecipazione attiva dei cittadini. Il politico, inteso come concetto, come dimensione totalizzante dell’esistenza, stava lì, al centro della polis, e chiunque, spinto da spirito volontaristico, volesse occuparsene, era libero di farlo. Oggi, ha ragione Scalfari, la massa segue, perché la democrazia è rappresentativa, e il principale elemento di mediazione tra massa ed élites, i partiti, oltre ad essere in crisi, sono contenitori talmente ampi da essere sostanzialmente oligarchici anch’essi.

La seconda differenza, lapalissiana, riguarda la definizione del concetto di cittadinanza. I greci definivano la libertà in negativo, come non-schiavitù, ma la cittadinanza, cioè l’istituzionalizzazione della libertà, in positivo, come discriminazione positiva rispetto ai non cittadini, cioè i non liberi. Il cittadino era dunque portatore di diritti positivi, che la cittadinanza gli conferiva. Era libero grazie allo Stato. Nella liberaldemocrazia d’ispirazione anglosassone, che deve fare i conti con un moloch che ad Atene non esisteva, lo Stato centralizzato moderno, la cittadinanza diventa portatrice invece di diritti negativi, cioè contro lo Stato, tutele del cittadino nel confronto del potere altrimenti senza contrappesi del Leviatano. Si tratta, in sintesi, dei concetti espressi da Benjamin Constant nel suo celeberrimo trattatello “La libertà degli Antichi paragonata a quella dei Moderni”. L’uomo moderno deve accontentarsi di essere libero “nella società civile” perché, date le dimensioni dello Stato moderno, la libertà politica degli antichi, cioè la cittadinanza attiva, non è più possibile. Quindi, per tornare a Scalfari, pochi guidano e tanti seguono, tutelati nel loro privato dal sistema dei diritti civili, ormai abusato dalla retorica. Altre forme di democrazia, almeno nel dibattito mainstream, non sono concesse. Nella prassi, men che meno, e la pietra tombale sul dibattito, in un certo senso, la mise già Constant nel 1819.

Dobbiamo quindi rassegnarci, e difendere quest’oligarchia mascherata, fondata sulla ricchezza, che cerchiamo di esportare in tutto il pianeta a colpi di cannone? E’ questa la sola forma di democrazia possibile? La Storia ci dice di no, a costo di ridisegnare la mappa dell’Europa sulle Piccole Patrie invece che sugli Stati nazionali. Tante altre sarebbero le riflessioni, ad esempio come inquadrare Putin e la sua eterodefinita autocrazia, che se non altro avrebbe il pregio di non nascondere il vero potere e non sarebbe poi così differente dalla nostra oligarchia economica. Soprattutto, quali i criteri di selezione di questa oligarchia, visto che oggi, fondamentalmente, contano solo ricchezza e conoscenze? Quali i valori di cui questa dovrebbe farsi portatrice e ai quali dovrebbe sottomettersi? L’aristocrazia, per definizione, è il governo dei migliori, e nelle sue forme storiche ha sempre trovato come valore fondante l’onore. L’oligarchia è semplicemente il governo dei pochi, che spesso i migliori non sono. Queste sono le domande che Renzi, involontariamente, ha avuto il merito di far affiorare dopo decenni di silenzio.