Come cambiano i tempi, e non in meglio. Se un tempo i bambini, all’avvicinarsi del Natale, scrivevano la letterina a Babbo Natale per chiedere ciò che desideravano in regalo, adesso è il Presidente del Consiglio Renzi che per festeggiare San Martino scrive agli adulti “italiani all’estero” per avere in regalo un bel “Sì” al referendum del 4 dicembre prossimo. L’11 novembre scorso infatti, il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha annunciato l’invio a quattro milioni di cittadini italiani residenti in altri paesi di una lettera che illustra loro  le modalità di voto e – come era da aspettarsi dal personaggio – tra una foto patinata e l’altra del premier tra i leader europei e mondiali, fa pure una sana propaganda per il #bastaunsì.

A proposito di giovanili hashtag tanto amati dal giovinetto Primo Ministro, chi avesse lo stomaco di assumere le vesti del cittadino italiano residente fuori dai sacri confini, noterebbe prontamente come il link di rimando al sito del comitato referendario omonimo, www.bastaunsì.it, sia stato riportato come “bastausi”: tale macroscopico refuso ha fatto dire sagacemente a Calderoli che chi ha difficoltà con la grammatica italiana, ben farebbe ad astenersi dal cambiare la Costituzione – che è compito assai più complesso – e ha spinto il sindaco di Capoliveri Ruggero Barbetti ad acquistare il prima inesistente URL, talché adesso chi digitasse  su Google “bastausi” si troverebbe ironicamente di fronte a una pagina che spiega invece le ragioni del “No”.

Ulteriore gaffe ha riguardato l’invio delle predette lettere ai cittadini italiani residenti a Gerusalemme; molti di questi (evidentemente in grande maggioranza ebrei italiani) si sono visti recapitare un plico in cui il destinatario risultava residente a “Gerusalemme, Palestina” (in un quadro menzognero si è detta involontariamente la verità), nonostante Israele la occupi in toto dal 1967. Ciò ha chiaramente scatenato l’ira dei sionisti con cittadinanza italiana (non si ricorre certo all’aliyah per farsi chiamare palestinese) e ha quasi rischiato una crisi diplomatica con il governo israeliano – sempre pronto quando si tratta di lamentazioni – che si è ovviamente sentito tradito dopo le dichiarazioni d’amore di Renzi alla Knesset sull’ebraismo come fondamento della civiltà italiana: ma il governo si è prontamente scusato con tutti, promettendo che procederà all’invio di nuove lettere con l’indirizzo corretto.

Mettendo da parte la cialtroneria (che è stata subitaneamente e intrepidamente scaricata su chi ha materialmente scritto e inviato le lettere, ma che dice qualcosa almeno sulla cialtroneria in eligendo di Renzi) va detto che tale vicenda ha scatenato vivaci reazioni politiche da parte degli esponenti del “No”. Se Romani parla di “sgarro istituzionale”, Brunetta definisce questi invii “roba da Procura” e Grillo invita alla distruzione materiale del documento, anche la minoranza del PD schierata per il “No”, per bocca di Miguel Gotor, invita ad “affrontare la questione”, insieme a Chiara Geloni, che si domanda dove Renzi abbia reperito quei quattro milioni di indirizzi. I renziani si sono giustificati asserendo che fatti simili  invi avvennero circa le lettere inviate da Bersani per le primarie 2013 del PD e per la brochure “Una storia italiana” di Berlusconi nel 2001: entrambi però non erano allora primi ministri in carica (peraltro per chi ricorda l’indignazione delle sinistre che nel 2001 si indignarono per l’iniziativa del Cavaliere, il fatto che ora la maggioranza del PD la consideri un precedente fa un po’ ridere).

E proprio qui sta il busillis: anche se a “Bastaunsì” si sbracciano per dire che le norme in merito alla privacy in materia di propaganda elettorale sono state rispettate, e che gli invii (compreso quello “doppio” a Gerusalemme) li ha pagati il PD, non si comprende in che modo e a che titolo allora il partito sia entrato in possesso di nominativi e indirizzi, se non utilizzando – previa autorizzazione del Ministro degli Interni Alfano – il database della Presidenza del Consiglio, che però è riservato a tutt’altri scopi e non può in alcun modo essere ceduto a terzi, come spiega Fabio Rampelli, capogruppo di FdI alla Camera (leggi qui). Tantopiù che, come denuncia il “Comitato popolare per il No”, quando quest’ultimo ha richiesto la stessa autorizzazione al Ministero dell’Interno, si è visto rilasciare sì quattro milioni di nominativi dei residenti all’estero, ma sprovvisti di indirizzo, e dunque inutilizzabili nella pratica; nonostante Alfano neghi, senza però argomentare in merito (come spesso accade).

Si pone poi la questione, accennata prima, su chi abbia pagato la spedizione di più di quattro milioni di missive. Il PD sostiene di essersi accollato le spese, ammontanti a una cifra tra 4 e 14 milioni di Euro: tuttavia, nel codice di spedizione presente sulla lettera, si leggono le lettere “GIPA”, sigla che sta per “Grandi imprese e Pubblica Amministrazione”. Ora, per “Pubblica Amministrazione” in genere si intende il Governo, non certo un partito. Sarebbe dunque quantomeno curioso che il Governo spendesse fino a 14 milioni di Euro per invitare a votare “sì” a una riforma che dovrebbe essere all’insegna del risparmio. Insomma, molti dubbi sussistono sull’esistenza di un grave vizio di forma, la cui origine sembra da rintracciarsi in un Renzi uno e trino che incarna in sé il vertice del Governo, del PD e dei comitati per il “Sì” (in questa sua ubiquità simile a un redivivo Maresciallo Tito, con molta virilità in meno però): finché il partito non si deciderà a scegliersi un nuovo segretario, del resto, questo groviglio non potrà certo sciogliersi.

Se poi si passa ad esaminare il merito della lettera, va anche peggio, come evidenzia Marco Travaglio: in essa si parla della riforma come antidoto all’instabilità, quando durante la Prima Repubblica l’Italia fu governata per cinquant’anni dalla stessa maggioranza; si descrive il governo Renzi come rispettato all’estero, quando esso viene spesso e volentieri umiliato anche nell’ambito dell’UE (si pensi al “me ne frego” del bevitore Juncker alle richieste renziane sul bilancio); si racconta che il bicameralismo perfetto esiste solo in Italia, mentre come è noto  esso esiste pure in Francia e negli Stati Uniti, dove non pare essere di particolare intralcio alla legislazione; si giustifica sempre col bicameralismo la frequente caduta dei governi, quando   61 governi su 63 di storia repubblicana sono caduti per manovre di palazzo estranee al Parlamento; si promette la fine della conflittualità tra Stato e Regioni, quando invece le Regioni a Statuto speciale resteranno intonse e si comprimeranno soltanto le giuste competenze territoriali che servono magari a bloccare opere inutili, costose e dannose; si annuncia la riduzione dei costi della politica, quando si riduce la spesa di 85 milioni l’anno su 800 miliardi di spesa pubblica e si rendono i senatori non elettivi e dotati di immunità parlamentare; si prevede il risparmio di un miliardo dall’abolizione del CNEL, quando esso costa solo 8,7 milioni l’anno; si promettono garanzie per le opposizioni quando la riforma nulla prevede in tal senso, quando assegna alla maggioranza un premio del 54% e la corsia preferenziale per le proposte legislative del governo; si afferma che tale riforma fu sempre promessa dal PD nei suoi programmi elettorali quando esso l’ha imposta con forzature essendo privo di legittimità (si ricordi che il governo Renzi è espressione di una maggioranza eletta dall’incostituzionale Porcellum); si propaganda l’”andare avanti” quando in effetti si restringe la partecipazione popolare.

Ma c’è di più: il voto all’estero comporta da sempre una serie di grosse incognite. Vi è una fisiologica lontananza dalle questioni politiche italiane da parte di chi magari da decenni vive all’estero. Ma a questo si aggiungono una serie di irregolarità, avvenute negli anni: nel 2008 in una località svizzera il voto fu espresso in una cena elettorale, col candidato stesso che controllava la “regolarità” e si preoccupava poi di trasmettere i plichi. Ditte private si occupano di stampa delle schede, logistiche e spedizione in Italia, con pochi poteri dei consolati e conseguente possibile pregiudizio per la segretezza del voto, visto che il materiale elettorale arriva al destinatario in posta semplice, e le schede sono falsificabili in quanto sprovviste di filigrana.

La legge non prevede poi che si stili un elenco degli elettori non raggiunti, e ciò può quindi portare ulteriormente alla tentazione del broglio, tanto è vero che in più di un’occasione si sono rinvenute, in sede di scrutinio, schede con diverse sfumature di colore o palesemente votate da un’unica persona. Ciò non è davvero rassicurante, soprattutto in una tornata elettorale dove non ci sono candidati che abbiano un diretto interesse a vigilare e a ricorrere per tutelare il proprio seggio.

Si spera quindi, che alla “letterina di san Martino” di Papà Renzi, gli italiani all’estero rispondano con tanto carbone.