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Parafrasando Mao, grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione non è eccellente. La crisi del paradigma della globalizzazione pare irreversibile e, mentre il mondo si avvia ad un cambiamento radicale a colpi di populismo, l’Italia è impantanata nella centralissima questione della legge elettorale. Ci sarebbe di che riderne, non si trattasse del nostro Paese. Andremo così al primo appuntamento con Trump (il G7) con un governo debole e delle camere doppiamente delegittimate (dalla sentenza della Consulta sul Porcellum, con cui sono state elette, e dal voto del 4 dicembre). Quel che più preoccupa però è che all’orizzonte non si vedano albe luminose, ma l’interesse nazionale sacrificato sull’altare delle solite beghe di partito. Al centro del problema, more solito, c’è il Pd, che preferisce tenere in piedi il Governo Gentiloni piuttosto che andare a votare. Non che il voto sia risolutivo, intendiamoci, ma almeno riprodurrebbe un po’ più fedelmente la fisionomia del Paese rispetto ad una maggioranza fittizia, priva della forza e della volontà necessarie per gestire le patate bollenti in arrivo. Il motivo del tergiversare è facilmente individuabile nel furioso scontro intestino che vede contrapposti i renziani alla famigerata minoranza dem. Vediamo di chiarirne, a grandi linee, le dinamiche.

 "Un incontro con Renzi? Lo leggo sui giornali...", diceva qualche giorno fa Pier Luigi Bersani alla Camera, rassicurando che sarà presente alla Direzione, "Non so se interverrò, dipende da come va la discussione e io discuto di proposte, non di indovinelli".

“Un incontro con Renzi? Lo leggo sui giornali…”, diceva qualche giorno fa Pier Luigi Bersani alla Camera, rassicurando che sarà presente alla Direzione, “Non so se interverrò, dipende da come va la discussione e io discuto di proposte, non di indovinelli”.

Cominciamo da Renzi. Matteo pensava di aver retto bene alla batosta del 4 dicembre. Con un discorso di grande dignità (e ancora migliore teatralità, la Pnl fa miracoli di questi tempi) si dimise, convinto che i più avrebbero apprezzato la di lui coerenza. Così fu, probabilmente. Era anche convinto, Renzi, di poter capitalizzare in fretta il presunto 40% del referendum, dando per morta la legislatura alla sua caduta. A quel punto, un favore gli è arrivato anche dalla Consulta, che mantenendo i capilista bloccati, gli consentirebbe di piazzare in Parlamento tutti i suoi luogotenenti più fidati. Neanche una sconfitta alle urne lo preoccuperebbe, anzi, probabilmente ai suoi occhi un governo a 5 Stelle sarebbe un’ulteriore benedizione. Gli consentirebbe infatti di far opposizione, e sarebbe bravissimo, mentre, perlomeno nella sua ottica, questi si autoarrostirebbero a colpi di impreparazione e bombardamento mediatico a tappeto, Raggi docet. Il vero scopo di Renzi, infatti, sembra essere quello di costruirsi il proprio feudo politico personale, a costo di sacrificare l’interesse, almeno quello immediato, del partito.

Il discorso integrale di Matteo Renzi in cui annuncia le sue dimissioni dopo la sconfitta del referendum del 4 dicembre 2016

Peccato che un tale disegno preveda come effetto collaterale assolutamente voluto l’estirpazione della minoranza dem, vero obbiettivo del fiorentino, e che questa sia passata, com’era facile prevedere, al contrattacco. Quel che Renzi non aveva considerato, infatti, è che il potere logora chi non ce l’ha, come disse una volta un uomo, Giulio Andreotti, che di corridoi scuri e assemblee dietro le quinte se ne intendeva assai. Dunque, mentre Gentiloni riempie di etere il vuoto, la famigerata minoranza si è messa all’opera per espellere il corpo estraneo e riprendersi il partito. A turno tutti hanno fatto outing, chi di fioretto, come Cuperlo (che ha consigliato a Renzi le dimissioni ed un nuovo congresso), chi di sciabola, come Emiliano e ancor più D’Alema. Si sono ventilate le più improbabili ipotesi, qualcuno si è preso pure la briga di “pesare” la cosa d’alemiana. Quel che è certo è che il loro interesse è tergiversare il più possibile, lasciando Matteo a bollire nel suo brodo a Rignano Val d’Arno. Il vantaggio, oltre a cuocere il fiorentino, è nell’immediato quello di mantenere il controllo del Governo.

Ecco come Michele Emiliano risponde al giornalista de La Stampa alla domanda su cosa sia diventato il Pd oggi: «Peggio: è diventato il partito dei banchieri, dei finanzieri, dell’establishment. Un partito interessato solo ai potenti e non al popolo. Il governo Renzi ha usufruito di una grande flessibilità dall’Europa ma non ha saputo utilizzarla per invertire il ciclo economico».

Ecco come Michele Emiliano risponde al giornalista de La Stampa alla domanda su cosa sia diventato il Pd oggi: «Peggio: è diventato il partito dei banchieri, dei finanzieri, dell’establishment. Un partito interessato solo ai potenti e non al popolo. Il governo Renzi ha usufruito di una grande flessibilità dall’Europa ma non ha saputo utilizzarla per invertire il ciclo economico».

Ma è davvero un vantaggio? Se nel breve periodo la controtattica della minoranza è sensata, rischia infatti di essere un autogoal strategico per il partito inteso come insieme. Il Governo Gentiloni, targato Pd nei fatti e negli occhi degli italiani, è già alle prese con la prima gatta da pelare: il recupero di 3,4 miliardi, ricordino lasciato da Renzi, pena una procedura d’infrazione da Bruxelles. In più, dovesse sopravvivere fino all’autunno, dovrà formulare la nuova finanziaria, reperendo 19,6 miliardi tra tagli e nuove entrare per scongiurare l’aumento dell’Iva. Davvero un altro anno di tasse, tagli della spesa e battaglia di retroguardia, sia contro Bruxelles sia contro il nuovo che avanza, Trump, può giovare alla salute elettorale del Pd? Per questo stupisce che anche quel peso massimo dello status quo che è Napolitano sia sceso in campo per scaricare Renzi. La risposta è che probabilmente neanche lui crede più nella possibilità di un Renzi maggioritario. La missione storica dell’uomo di Firenze dunque, cioè far passare un referendum liberticida che avrebbe assoggettato completamente l’Italia a Bruxelles, sarebbe giunta al termine. Ecco quindi che Renzi vuole il voto per sopravvivere, gli altri per liquidarlo definitivamente. Per sostituirlo con cosa però?

La speranza di quella parte politica, probabilmente, è che i populismi arrivino al 2018 stanchi, specialmente i 5 Stelle. Bersagliati continuamente da una stampa asservita e monopensiero, qualche piccolo cedimento, dopo il caso Raggi, i sondaggi paiono rilevarlo. Salvini, al tempo stesso, più di tanto non cresce. Anzi, sarebbe avvantaggiato dal voto anticipato che impedirebbe a Berlusconi, non essendo ancora giunta la sentenza di Strasburgo, di candidarsi. Senza il suo leader appare difficile che Forza Italia possa scavalcare la Lega, più probabile che venga sovrastimata dai sondaggi e che il voto si trasformi nelle primarie del centro-dx, consegnandolo in blocco a Salvini. Questa è un’ipotesi che in zona Napolitano si vede con orrore, perché Berlusconi potrebbe invece tornare utile. Eppure, guardando al quadro più ampio, al 2017 europeo, il rifiuto delle urne appare come il canto del cigno di un partito che pare trovarsi dal lato sbagliato della Storia.