È di circa un mese fa la notizia apparsa sui giornali relativa al rinvio a giudizio del Segretario Nazionale della Uil Carmelo Barbagallo, del suo predecessore Luigi Angeletti e di altri sei esponenti di spicco dell’organizzazione. Il capo di imputazione è assai grave: i personaggi coinvolti, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbero fatto uso dei soldi del Sindacato (soldi dei lavoratori iscritti!) per acquistare gioielli e per finanziare crociere in giro per il mondo. È inevitabile che uno scandalo di questo tipo, a maggior ragione qualora fosse confermato da sentenze di condanna degli imputati, susciti un profondo sdegno da parte dell’opinione pubblica e soprattutto dei lavoratori, i quali sempre più schifati tendono già ad allontanarsi da un modello di rappresentanza di istanze e interessi che pare aver ormai fatto il suo corso e aver profondamente tradito sé stesso.

Il sindacalismo rivoluzionario era un'altra cosa. Nella fotografia Georges Sorel.

Il sindacalismo rivoluzionario era un’altra cosa. Nella fotografia Georges Sorel.

La notizia e la reazione ad essa, tuttavia, ci consentono di operare un’ulteriore riflessione rispetto alla riforma del mercato del lavoro in Italia. Si perché non è certamente un caso che tali eventi riescano a destare l’enfasi unanime di tutti i mezzi di informazione, notoriamente in Italia non connotati da indipendenza e imparzialità, e che suscitino tanto sensazionalismo quanto la Raggi che fa una pausa sulla terrazza del Campidoglio (la similitudine non apparirà casuale a chi vuol intendere).

Molto rapidamente, quello che si vuole aggiungere alle riflessioni ampiamente declinate in questi mesi è che in effetti la riforma del mercato del lavoro non è derubricabile solo ed esclusivamente a strumento di precarizzazione del lavoratore. Anche perché un’argomentazione di questo tipo non sarebbe difficile da mandare in crisi: basterebbe banalmente evidenziare che nessun datore di lavoro abbia interesse a licenziare i propri lavoratori, i quali con la loro opera gli garantiscono benessere e ricchezza. Né tantomeno è sufficiente dire che serva solo ad introdurre il licenziamento in caso di difficoltà economiche dell’azienda, dal momento che il licenziamento per giustificato motivo oggettivo era previsto già dalla normativa previgente agli interventi del Governo in materia. Difatti l’intento della nuova disciplina, oltre ad essere quello di rendere ricattabile il lavoratore in quanto singolo (vedasi innovazioni in materia di controllo a distanza, demansionamento e licenziamento), tende a destrutturarne l’organizzazione collettiva, l’aggregazione e il potere contrattuale di classe. È banale: un lavoratore precarizzato, minacciato e impaurito difficilmente tenderà innatamente ad aggregarsi e a contrastare il padrone.

Il discorso è evidentemente complesso e complicato e di certo non si vogliono qui negare le gravissime colpe del mondo sindacale italiano, con le sue infinite contraddizioni e corruzioni. Tuttavia quello su cui si deve probabilmente riflettere è che se è vero che la politica, in Italia ma non solo, abbia deciso, e pare di tutta evidenza, di far pagare il costo della crisi al mondo della lavoro e a quella che una volta si definiva classe media, è evidente che sia necessario rimuovere qualsivoglia ostacolo a che tale proposito si compia. Il sindacato, soprattutto se vissuto secondo risalente tradizione, potrebbe costituire un ostacolo al conseguimento di determinati nefasti propositi. Dopotutto, cos’altro rimane? Quali “agenzie di socializzazione” esistono e resistono ancora in Italia?

Fermo restando le gravissime colpe del sindacato, e le si sottolinea proprio per evitare fraintendimenti, ciò che è fondamentale osteggiare è che si arrivi a sostenere che l’idea di sindacato sia malsana tout court. Basta guardare a quanto avvenuto in Inghilterra e in Francia (non a caso ad opera di Governi che si professino di sinistra, esattamente come quello in carica in Italia), per capire che il vento antisindacale soffi con inesauribile violenza. Ed è pericoloso. La concertazione, il confronto in generale con le parti sociali, la contrattazione collettiva, sono tutti fenomeni descritti come lacci e lacciuoli che impediscono di fatto il dispiegamento della ripresa economica. Le dinamiche sono sempre le stesse: viene raccontata una realtà con tratti assolutamente fuorvianti affinché si instauri una dittatura della maggioranza solida e coesa; affinché si possano accerchiare i soggetti da colpire e li si possa isolare con il solo scopo di evitare alcun tipo di solidarietà sociale nel momento dell’aggressione.

Qual è la credibilità di un sindacato oggi?

Qual è la credibilità di un sindacato oggi?

Esiste una sola ed unica cura alla dittatura della maggioranza e porta da sempre lo stesso nome: partecipazione. Maggiore è il numero di anni che ci restano da vivere in questo mondo, maggiore è la responsabilità da assumersi nel doverlo cambiare: ecco perché il ruolo centrale non può che essere ricoperto dai giovani che hanno il dovere di attualizzare il tema della resistenza. Difficile biasimare Antonio Gramsci per il suo odio nei confronti di coloro i quali restino indifferenti e non parteggino, ma tale odio diviene ancora più comprensibile nel momento in cui siano i giovani ad esimersi dall’esprimersi e dal prendere parte al processo del divenire.

Che il sindacato sia da riformare è indubbio e che certe sue manifestazioni siano semplicemente disgustose è innegabile. Eppure, questo non basta a dire che esso sia da abbattere e da rimuovere dal nostro ordinamento. Giudo Rossa, ammazzato dalle Brigate Rosse, era un sindacalista. Non è bastato, dopotutto, a Maria Cervi che suo padre Antenore venisse fucilato dagli squadristi con i suoi sei fratelli perché l’idea della partecipazione giovanile non trovasse in lei terreno fertile e una volta disse: “Nessuna conquista è per sempre. C’è sempre qualcuno che è interessato a toglierla, per cui resistere non è solo un dovere, ma una necessità dei giovani. Altrimenti non si va avanti”.