Come per ogni fenomeno mediatico dell’era postmoderna è già nato l’hashtag: #GuerradelLatte. Di primo acchito l’espressione potrebbe far sorridere chi ancora ignora la questione; di fatto, dietro questo slogan, si cela l’ennesimo tiro mancino che un’economia capitalista e globalizzata sta tirando al nostro bel paese. Non sono bastate le innumerevoli delocalizzazioni in paesi a basso costo, le sempre decantate cessioni di governance societarie in mano straniera, e la fagocitazione delle piccole-medie imprese da parte dei grandi gruppi transnazionali. Il mercato non è ma sazio, e come insegnano ormai anche a scuola, essendo libero non si può prevedere dove andrà a dirigere il suo interesse. Questa volta ad essere colpito è però il settore primario, l’agroalimentare, nello specifico l’allevamento di mucche e vitelli da latte. Inutile rammentare come queste attività costituiscano l’ossatura del nostro paese, e più in generale le fondamenta irrinunciabili di ogni economia nazionale per quanto terziarizzata  sia.

La protesta di centinaia di agricoltori, armati di cappelli e bandiere gialle, a fianco delle associazioni di categoria, non è certo passata inosservata sui telegiornali regionali del nord Italia; e a distanza di pochi giorni si sta diffondendo a macchia d’olio in tutta la penisola. Gli allevatori, ormai da mesi disperati, lamentano il prezzo a cui sono costretti a vendere il latte alla grande distribuzione, che è sceso del 20% nell’ultimo periodo. “Rei” infatti di praticare un costo di produzione eccessivo, in quanto superiore alla media europea (che va dai 0,17 centesimi al litro per il latte lituano ai 0,33€/l per quello francese), sono costretti a cedere i frutti del loro lavoro ad un prezzo massimo di 0,34€/l, quando la Coldiretti dichiara che il costo medio per produrre un litro di latte si aggira sui 0,38/41€. Dopo anni di crisi del settore che hanno visto sempre più ridursi i margini di guadagno, la corda si è spezzata, un lavoratore non può accettare che i costi di produzione superino i ricavi della vendita. Il colpevole, individuato nella holding francese Lactalis – già proprietaria di Galbani, Parmalat, Invernizzi, Vallelata, Cademartori e Locatelli – non è disposta a sborsare un centesimo in più ai produttori di latte, ricattandoli di importare il latte dall’estero ad un costo inferiore; cosa che peraltro già avviene in misura preponderante per la produzione dei formaggi del gruppo. In sostanza l’azienda leader del mercato è in grado di fissare un prezzo di riferimento che la maggioranza degli operatori di fatto adotterà. (Da qui le quotazioni della CLAL -una delle principali società di consulenza che opera nel settore- che parlano di un costo di produzione in Lombardia pari 0,34.95€/l).

Gli agricoltori, non disposti a sottostare a questo meschino ricatto, hanno messo in atto una protesta, che è culminata nel blocco dei tir davanti ad un’azienda del gruppo Lactalis ad Ossago Lodigiano. La dirigenza dell’azienda ha risposto smettendo di ritirare quel poco latte che ancora in pochi le cedevano, costringendo difatto la quasi totalità degli allevatori a buttare il prodotto, a causa anche della sua deperibilità in appena ventiquattr’ore. Il governo, la dirigenza della Lactalis e le associazioni di categoria sono già impegnati per cercare di trovare una soluzione in tempi rapidi, non è infatti agevole immaginare come la situazione possa evolvere. Inoltre il Ministro Martina ha informato di aver già predisposto una somma di 55 milioni di euro da destinare al settore; ma in molti sorge il dubbio che queste siano operazioni più propagandistiche che pragmatiche, volte a risolvere il problema solo a breve termine. Sarebbe auspicabile che l’esecutivo capisse l’importanza strategica del settore, sostenendo gli sforzi dei lavoratori e sopratutto difendendo il “Made in Italy”. Perché è inutile accusare gli allevatori di praticare i prezzi più alti d’Europa quando il nostro latte ha tutte le credenziali per poterselo permettere. Le nostre stalle sono infatti le più controllate al mondo, rispettano degli standard di sicurezza alimentare che garantiscono la salute sia del consumatore che dell’animale, e offrono un prodotto lattiero-caseario riconosciuto all’unanimità come di qualità.