di Francesco Colaci

Il sindacato di Landini sembra possedere i requisiti necessari per intraprendere una nuova battaglia. In particolare, l’obiettivo è la riconquista del contratto nazionale, oltre alla messa in discussione della nuova legge di Stabilità. Per portare a compimento questo progetto, Landini si è appellato a movimenti, associazioni e a tutti i possibili soggetti politici e a vocazione sociale. Non sarà, tuttavia, uno scontro facile quella dei lavoratori d’industria. Inoltre, il segretario Fiom dimostra di essere abituato a un’eccessiva tendenza al dialogo istituzionale. Innescare un processo in controtendenza è, in effetti, un’ardua impresa, soprattutto dinanzi allo scenario nazionale e internazionale, nel quale ormai prevalgono i poteri forti e i disegni di smantellamento della democrazia e dei diritti sociali. C’è chi, soprattutto a sinistra, bolla queste osservazioni come “retaggi culturali e politici del passato”, dacché “ormai la famigerata lotta di classe è morta e sepolta”, come molti liberaldemocratici amano affermare (Vendola incluso). E’ un dovere contraddire queste obiezioni poiché la potenza dei fatti nega queste semplicistiche affermazioni. Sebbene, infatti, la lotta di classe intesa in senso stretto quale “operaia” sia estinta o ridotta all’osso, non è tuttavia terminato il macroconflitto dei lavoratori in generale. Non è più questione, oggi, di proletariato, bensì di precariato, contratti a tempo determinato, peculiare emblema di subdole schiavitù perenni: l’individuo viene temporaneamente stipendiato (o salariato, secondo un linguaggio marxista), annichilendo la sua stabilità emotiva ed economica, e la possibilità di grandi progetti per il futuro. Dunque, è più che evidente che la lotta di classe abbia molte più ragioni d’esistere rispetto al passato, una lotta nella quale le elite d’impresa e finanziarie, precedentemente sconfitte, son tornate alla ribalta per riacquisire nuovo potere.

Maurizio Landini è consapevole dello stato di cose attuale, soprattutto a seguito di una delle più gravi sconfitte del mondo lavorativo, il Jobs Act, nonché la legalizzazione di una “pratica” che poteva già in precedenza ritenersi diffusa: la distruzione pragmatica dell’articolo 18. Nell’assemblea nazionale dei metalmeccanici CGIL si è giunti a una conclusione abbastanza rilevante, se pur in odore di briciole ed elemosina. Vi è, infatti, una forte volontà di elaborare un nuovo programma rivendicativo che possa essere votato da tutti i lavoratori. Ciò potrebbe risultare un segnale positivo di mobilitazione, ma non la landiniana “proposta di consultazione” dei singoli in merito alla propria opinione sul Jobs Act. Il che risulta piuttosto umoristico. Non solo, infatti, un individuo stipendiato è costretto a subire tacitamente la negazione dei propri diritti, bensì deve anche sperare che dall’alto dei cieli discenda la libertà di espressione democratica inerente alle proibizioni ricevute. Sebbene le intenzioni siano poco agguerrite, non si può comunque contestare il fatto che Landini abbia un progetto interessante. L’ottimismo della Fiom poggia su dati statistici abbastanza positivi. Innanzitutto, una crescita dell’attivismo e del seguito della propria organizzazione: Su 3.500 aziende per 480mila lavo­ra­tori com­ples­sivi, essa ha ottenuto il 64% dei voti, mentre su 21 regioni italiane, in 20 la stessa Fiom è il primo sindacato metalmeccanico.

In cosa consiste, tuttavia, il programma della Fiom? Ebbene, a fronte dell’attacco ai noti contratti nazionali, finalizzati a un rigido aziendalismo e alla competizione lavorativa di stampo fordiano, occorre costruire un contratto nazionale che costituisca un fattore di garanzie per i lavoratori di tutte le tipologie d’impresa. A tal scopo, è necessario chiamare in causa l’intero settore metalmeccanico, affinché un giorno, in ogni fabbrica, possa essere stabilito un “minimo contrattuale”. Inoltre, sempre secondo il segretariato Fiom, occorre agire in fretta poiché «la con­trat­ta­zione azien­dale avviene solo nel 20, 25% delle imprese”.

Le istanze sindacali avanzate dallo stesso Landini sembrano apparentemente convincenti, ma peccano di grave inconcretezza, per varie ragioni. In primo luogo, lo stesso segretario dimostra una grande attenzione alle problematiche del settore metalmeccanico e, per contro, un’ostentata negligenza nel dialogo con l’eterogeneità delle categorie del mondo lavorativo, altrettanto disagiate, oltre che con la società civile. In secondo luogo, egli non sembra particolarmente incline alla collaborazione con le forze politiche a sinistra del PD, le quali sembrano ricambiare con altrettanto snobismo, quando, invece, un ricompattamento delle forze progressiste anti-liberali dovrebbe costituire il nodo centrale della questione politica e sociale. Infine, come terza e conseguente motivazione, una forza sindacale incapace di relazionarsi con forze politiche, movimenti dal basso e troppo diplomatica nel trattare con Confindustria, non può costituire il paradigma o l’avanguardia per eccellenza di una nuova e più avvincente lotta di classe.