L’Anfiteatro Capuano, nella città di S. Maria Capua Vetere in provincia di Caserta, nel mondo è secondo per grandezza solo al Colosseo, al quale probabilmente, basandosi su alcuni studi, fece addirittura da modello. E’ una meraviglia sconosciuta, severa e sublime, che allo scrittore e patriota Luigi Settembrini ricordava «l’antica grandezza di Capua, Annibale, e tutta la storia di Livio». Versa però in un grave stato di degrado per l’assenza di manutenzione: ne soffre da anni, paralizzato dall’indifferenza collettiva. C’è il Castello Svevo (Siracusa), quello dello stupor mundi Federico II, sulle cui sorti è tuttora indagato il governatore Crocetta perché la Regione non avrebbe eseguito i lavori necessari al mantenimento del decoro della struttura. Di più: ci sarebbe pure il rischio di crolli improvvisi, dato i danni strutturali evidenziati. Ci si potrebbe poi spostare nel Nord, nel comune di Palmanova (5500 abitanti), non lontano da Udine, rinomato per la cinta bastionata realizzata dai veneziani sul finire del VXI secolo, detta anche cinta stellata per la forma poligonale a nove punte. Dal 1960 è Monumento Nazionale, eppure il sistema fortificatorio vive in un generale e progressivo deterioramento, la vegetazione dilaga e alcuni cedimenti sono stati inevitabili.

Sono soltanto alcuni esempi di quei siti – storici, culturali, artistici – finiti dentro la Lista Rossa dell’associazione Italia Nostra, nata nel 1955 col preciso obiettivo di difendere i patrimoni del Paese denunciando le negligenze, realizzando inchieste, spronando le istituzioni a risolvere, invece che sviare, problemi capitali, spesso nemmeno percepiti. E in cinquant’anni è emersa una certezza: al grido di dolore dell’Italia e delle sue bellezze, sia i cittadini, tanto più la politica, sembrano essere insensibili. Recentemente altri siti, assieme alle centinaia già inseriti nella Lista, si sono aggiunti: l’Acquedotto Carolino di Caserta, per esempio, o il Castello Alfonsino a Brindisi, l’area di Dogaletto nella laguna di Venezia, il parco di Miramare e il porto di Trieste, o ancora Civita di Bagnoregio, la città che muore incantevole e precaria, nel Viterbese. Perfino la casa di Cavour in Piemonte è abbandonata a se stessa e soggetta a furti. Tutti questi luoghi vanno in contro la rovina, tutti soffrono del tradimento di un popolo senza memoria. Non sorprende allora lo sfogo dell’avvocato Marco Parini, presidente dell’associazione: «La stragrande maggioranza delle segnalazioni a Stato, Regioni e Comuni – ha dichiarato – non trova risposta. Quello che servirebbe, e non si fa, è un piano nazionale di restauro, conservazione e destinazione d’uso dei beni che rischiano di sparire per sempre».

L’elenco è sterminato, i valori in pericolo (anche economici, s’intende) inestimabili. In questo senso certi numeri sul turismo appaiono giustificati, e anzi forniscono un quadro chiaro, e amaro. Stando al rapporto Confturismo, Ciset-Università Ca’Foscari Venezia e Fondazione Italia Patria della Bellezza, pubblicato qualche tempo fa, saremmo il Paese più sognato al mondo, ma il turismo ci rende solo 76 miliardi l’anno e il livello di soddisfazione durante i soggiorni non supera il 48%. Siamo all’ottavo posto nella classifica di incidenza del turismo sul PIL. Per fare paragoni, il Regno Unito ha delle entrate pari a 103 miliardi di euro, la Francia 89, il Giappone 106, gli stati Uniti ben 488. Nonostante 51 siti fregiati del titolo di Patrimonio Unesco (di cui 18 nel Sud, più due nel Vaticano) il mordi e fuggi dei viaggiatori del mondo ci ruba 38 miliardi ogni stagione. Le cause sono diverse: mancanza di servizi adeguati, infrastrutture scadenti, o incomplete, poca cura nei dettagli. Ma più di tutto a stritolare quel settore, qual è il turismo, che dovrebbe da solo trainare l’economia intera, è il degrado dilagante. Insomma, chi visita l’Italia – compreso gli italiani stessi – è destinato a vedere infrante, il più delle volte, quelle speranze nate nel momento in cui è partito. Non solo da una Pompei ridotta all’osso, alla parodia, o dalle code chilometriche e asfissianti dei musei fiorentini, arrivano dunque i problemi. Non solo se ne scrive il New York Times diventano tali. Non solo il Sud, o un’area o una Regione in particolare, soffrono del deperimento naturale, o del danno urbanistico imposto da decisioni scellerate e miopi. L’allarme, come una malattia, è diffuso in tutta la Penisola. E al peggio non c’è mai fine, se pure l’Istat, Italia Nostra e diversi altri enti, informano che i furti dei beni culturali di proprietà dello Stato sono aumentati del 20,4%; che il business dietro certe attività criminali vale 150 milioni l’anno, quando i ricavi delle visite nelle aree archeologiche si aggirano intorno ai 155 milioni.

Puntare i riflettori su fatti meno eclatanti – ma non meno importanti -, non è soltanto utile, è anche necessario. Necessario per chiedersi se sia il caso di continuare spavaldi sulla strada della retorica da campagna elettorale e delle chiacchiere da Bar, in cui troppo si contesta e poco si risolve. Che il turismo e il retaggio storico e artistico italiano siano il cavallo su cui puntare per rialzare la testa e salvarci dal baratro, lo si sente da tempo. Di concreto però c’è poco, o nulla. E questo è un fatto. Perché quale immagine, quale ricchezza, oggi, abbiamo realmente da offrire se non quella di una grande bellezza tradita, sfregiata e non più sorridente?