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Nel neo-idioma giornalistico l’espressione “fake news” sta a indicare notizie inventate, provenienti da fonti dubbie o poco credibili, o con una parte di verità che dia loro una parvenza di credibilità al pubblico. Questo genere di notizie viene attribuito per lo più a internet, che certo non lesina, accanto a esempi di ottimo giornalismo, un’informazione di infimo livello. Ma la rete non è la sola a diffonderle. La stampa, i grandi media accreditati e persino istituzioni pubbliche spesso non sono da meno.

Quello delle pensioni è uno dei casi esemplari. Recentemente Tito Boeri, Presidente dell’INPS,  ha affermato che senza immigrati l’Italia avrebbe difficoltà a pagare le pensioni. Innanzitutto questa affermazione, apparentemente pro-immigrati, cozza con la retorica dell’accoglienza (che si scontra con la retorica opposta del respingimento). Secondo questa gli immigrati andrebbero accolti per umanità, per un dovere morale, non per un qualche interesse. Boeri invece dice a chiare lettere che gli immigrati “servono”; l’accoglienza, cioè, non servirebbe a beneficare loro, ma noi. Ciò viene ribadito anche quando l’economista rileva il saldo positivo (per le casse dell’INPS, e negativo per loro) che apporterebbero gli immigrati lavorando molto senza poi riscuotere la pensione, perché abbandonano l’Italia prima di smettere di lavorare. Gli immigrati, quindi, sarebbero una “vacca da mungere” per supplire ai dissesti strutturali di un sistema (non solo pensionistico, e lo vedremo). Ciò mette in luce tutta la cattiva coscienza degli “accoglienti”, nelle loro baruffe mediatiche con i simmetrici rivali dei “respingenti”. Ma, al di là di questo, l’ipotesi di Boeri presenta un vizio all’origine. Essa si basa infatti su un caso estremo: quello dell’azzeramento totale dei flussi migratori. Boeri immagina le conseguenze di uno scenario catastrofico, forse con un Hitler redivivo che decidesse di fermare permanentemente l’immigrazione. Questa ipotesi estrema, e quindi irrealistica, sostenuta da sparute minoranze (persino un politico non certo pro-immigrazione come Luca Zaia, accantonata per un momento la retorica del respingimento, ha dovuto ammettere che una certa quantità di immigrazione è inevitabile e non problematica, purché nei limiti) non viene contrapposta a quella antipodica e altrettanto irrealistica dell’assenza di frontiere e della libertà totale di ingresso per chiunque, cercando di dedurre le conseguenze dell’una come dell’altra. L’ipotesi estrema e irrealistica della chiusura totale delle frontiere viene contrapposta allo scenario reale di oggi della parziale apertura e degli ingessi limitati. Così facendo, Boeri ha gioco facile nel mostrare gli effetti traumatici di una scelta così scriteriata quand’anche del tutto improbabile.

Il Presidente dell'INPS, Tito Boeri.

Il Presidente dell’INPS, Tito Boeri.

Ma il difetto principale dell’ipotesi di Boeri è di considerare le pensioni come una questione di contributi versati e ricevuti, e non come un rapporto tra popolazione attiva e popolazione inattiva. Egli sostiene, infatti, che l’assenza di immigrati causerebbe un buco di 38 miliardi e che gli stranieri nel nostro paese sono, nella maggior parte dei casi, giovani, e quindi contribuiscono per molti anni a rimpinguare le casse dell’INPS. Non viene considerato il livello di disoccupazione, o viene considerato come un dato immutabile sul quale non si può intervenire. Il problema, è, infatti, nel rapporto tra persone che lavorano e persone che non lavorano, non nei contributi versati, non nelle casse e nei bilanci dell’INPS. L’incidenza degli immigrati è una variabile dipendente rispetto a questo rapporto. È chiaro che in un paese dove c’è bassa o nulla disoccupazione gli immigrati tenderanno a inserirsi con facilità e a lavorare anch’essi, perché è alta la domanda di lavoro. Viceversa, con un alto livello di disoccupazione gli immigrati faticheranno a trovare lavoro, oppure lavoreranno nell’illegalità o nella semi-legalità, senza la possibilità di versare contributi o versandoli in minima parte. Il problema, dunque,  per le pensioni, non è nel numero di immigrati, ma nel tasso di disoccupazione. Anche la media anagrafica dell’Italia, che viene abbassata dall’età della popolazione immigrata, dipende fortemente dal numero di disoccupati. È evidente che con scarse prospettive di trovare lavoro, e con possibilità ancor più scarse di trovare un impiego stabile, la natalità si abbassa, non tanto per una circostanza culturale, ma per una classica dinamica economica. L’ipotesi di Boeri, quindi, è formulata in uno scenario dove non muta nessun’altra variabile tranne quella dell’immigrazione, e muta per altro a un grado irrealistico fino a ridursi a zero. La possibilità che muti il tasso di disoccupazione, e quindi di cambiare le politiche pubbliche del lavoro, non viene presa in considerazione.

“Gli immigrati producono l’8% del Pil, fanno i lavori che noi non vogliamo più fare e nel 2014 hanno pagato la pensione a più di 600.000 italiani; senza i loro figli chiuderemmo migliaia di classi. La nostra economia ha bisogno di 160.000 immigrati all’anno per i prossimi 10 anni”

Ciò appare ancor più palese nelle dichiarazioni di Giorgio Alleva, presidente dell’Istat. Costui ha sostenuto l’inevitabilità del pensionamento a 67 anni entro il 2019 e a 70 entro il 2050. Alleva argomenta la sua tesi osservando che “le condizioni del mercato del lavoro rappresentano un elemento di criticità per le storie contributive delle nuove generazioni, caratterizzate da carriere lavorative discontinue e da un ingresso sul mercato del lavoro differito rispetto a quanto sperimentato dalle precedenti generazioni”. In altre parole, poiché i giovani lavorano poco, bisogna far lavorare di più i vecchi. Anche qui, il dato sulla disoccupazione o sul lavoro precario e saltuario viene considerato come un elemento immodificabile. Tuttavia se consideriamo il rapporto tra lavoratori e popolazione inattiva, l’aumento dell’età pensionabile non farebbe certo aumentare i primi. Questa, se la domanda di lavoro rimane costante, come si ritiene implicitamente, avrebbe solo l’effetto di alzare l’età media dei lavoratori, non il numero. Se 1000 lavoratori anziani vanno in pensione, ci saranno 1000 giovani a subentrare. Se quei 1000 anziani restano a lavorare, ci saranno 1000 giovani senza lavoro che “peseranno” lo stesso sulla popolazione attiva, seppure in modalità diverse e senza passare per l’INPS. Il saldo complessivo per la società è il medesimo, in un caso come nell’altro. È chiaro, però, che se si considera l’INPS come un ente avulso da tutto il resto, sembrerebbe guadagnarci nel secondo caso e perderci nel primo. Ma questo solo perché si tiene d’occhio l’albero (la differenza tra contributi versati e pensioni ricevute) invece della foresta (il rapporto tra popolazione attiva e popolazione inattiva).

Si tratta, infatti, di dover garantire beni e servizi sufficienti per tutti, attivi e inattivi (siano questi pensionati, minori, inabili al lavoro, ecc.). Per far ciò la parte di lavoratori non deve scendere al di sotto di una certa soglia, una soglia che garantirebbe un livello accettabile di beni e servizi per tutti. Cosa c’entrano in tutto questo i contributi? Assolutamente nulla, essi sono solo un modo per ripartire la ricchezza prodotta tra pensionati e lavoratori. Cosa c’entra l’età di pensionamento? Assolutamente nulla, essa serve solo a ripartire la popolazione attiva tra giovani e anziani. Anzi, esistono numerose ricerche che dimostrano come il rendimento dei lavoratori in età avanzata si riduce con l’aumentare delle ore lavorate (mentre i più giovani possono lavorare un po’ più a lungo). Quindi l’orario lavorativo dovrebbe essere via via ridotto con l’avanzare dell’età fino ad essere azzerato. Ciò permetterebbe di massimizzare la ripartizione del lavoro tra giovani e meno giovani, senza necessità di far lavorare di più gli anziani (e anzi facendo l’esatto contrario). Una soluzione logica, contrariamente a quella di Alleva, che inverte il rapporto tra causa ed effetto: non è l’alto livello di disoccupazione, come egli sostiene, che costringerebbe ad alzare l’età della pensione, ma, semmai, alzare l’età della pensione ha effetti negativi sull’occupazione dei giovani, cioè quella porzione di popolazione che, tra tutte, dovrebbe lavorare di più e più a lungo. In un paese, poi, in cui il 40% dei giovani non ha un lavoro, spostare il peso della produzione su fasce di età sempre più avanzate è pura follia e un enorme spreco di energie. Sarebbe logico, invece, limitare il lavoro flessibile (e quindi la possibilità di perderlo e passare tra la popolazione inattiva) ridurre l’orario di lavoro per tutti ma in misura direttamente proporzionale all’età (provocando così una riduzione del tasso di disoccupazione) abbassare e non alzare l’età del pensionamento. Il tutto preferibilmente in un contesto di politiche pubbliche che incentivino l’occupazione. Ma finché i media (anche quelli “credibili”) e le istituzioni pubbliche continueranno a impostare la questione in modo dicotomico (contribuenti/pensionati, immigrati/italiani, ecc.) porranno un serio ostacolo alla comprensione da parte del pubblico.