La scorsa domenica, Bologna ha sorretto la portata di un evento ambiguo. Il capoluogo emiliano-romagnolo è stato filiera per imbrigliare i filamenti di una passione difficile da decifrare. Per alcune ore, Piazza Maggiore ha sollevato il sipario di un proscenio di incoerenze. Antecedentemente alla sua rappresentazione, lo spaccato di quell’angolo bolognese si rannicchiava nell’occasionalità della giornata. Il bagliore di una solarità autunnale, camuffata di primaverile, ha attenuato il trepidare degli accorsi, illuminando l’orgoglio dell’attivismo – di qualsiasi colore sia tinto. Man mano che i minuti sopportavano la freddezza del tempo, i gagliardetti verdi, i vessilli tricolore, e gli stendardi azzurri, svettavano nell’ambizione di legittimarsi in un’aurea di credibilità. L’irrompere di Matteo Salvini sul palco ha scosso gli entusiasmi delle pance da saziare con banalizzazioni, faciloneria, e friabilità intellettuale. Di supporto, l’intervento di Giorgia Meloni ha calamitato l’attenzione collettiva, perché si concentrasse nella sorniona presenza di Silvio Berlusconi.

Durante il soverchiare dell’eloquenza del Cavaliere (decaduto), le polveri dei fumogeni del corteo dei Centri Sociali, coprivano a stento l’imbarazzo del Segretario leghista. Il tumulto dei Compagni – nella circostanza, sensibilmente caciottari, all’onor del vero – assordava i timpani degli assorti ed ingenui – si spera! – militanti all’ascolto, ma perforava la coscienza dell’urlante capopopolo. Per quanto si sforzasse di rintanarsi nella imperturbabilità, il volto di Salvini incontrava gli obbiettivi dei fotografi sorridentemente disagiato, smarrendosi in un abbraccio di politichese opportunismo coi “nuovi” sodali. Importunando Sergio Endrigo, glielo si leggeva negli occhi: stonati e derelitti da propositi del passato che il gioco delle percentuali ha imposto di rinnegare. Il “Mai con Silvio!” – scalfito nell’eterna rintracciabilità della rete informatica – gli risuonava nella mente a ritmo psichedelico: l’impertinenza della beffa avvolge pure l’urgenza della necessità.

Comunque, l’inconsistenza politica dei contemporanei soggetti partitocratici, è più grave delle contraddizioni nelle quali ammuffisce. La carriera parlamentare di Giorgio Almirante e Teodoro Buontempo fu immolata per l’eredità storico-culturale di Giovanni Gentile e di Julius Evola. Il “RUSPAnte” Salvini, l’armiere Meloni, e il petulante Berlusconi, invece confabulano, si ammiccano, e sbraitano contro le disgrazie italiane. Sbattendole in faccia alle roboanti folle, affamate di tumultuose polemiche e di immediate rassicurazioni, ma non di soluzioni concrete. Le compulsioni da propaganda elettorale sono, però, il contrappeso al fumoso antagonismo della odierna (e fuffosa) sinistra tout court, ormai prodotto dell’assemblaggio di astio e scarso seguito. L’invocazione ignorante al Duce è la risposta ad uno scoordinato “Bella ciao”; la denuncia del “Fascista testa di c**!” sgomenta le viscere del “Negro di m**!”; la processione delle Croci Celtiche spazia nel ginepraio di Bandiere Rosse. Il folclore, dunque, è l’apice della mobilitazione attuale. Ma il confronto dov’è?