di Alessio Sani

I dati ISTAT sulla disoccupazione appaiono finalmente confortanti. Il numero degli occupati è in lieve aumento, anche quella giovanile appare in miglioramento, nonostante il dato netto rimanda catastroficamente oltre il 40%. Eppure, ad un’analisi accorta dei dati, ci si accorge che il Jobs Act ha promosso più che altro sommovimenti interni al mercato del lavoro, più che promuovere effettivamente una nuova età di progresso.

Al di l° dei tassi italiani, ben oltre i livelli di guardia, la disoccupazione appare come uno dei tratti sistemici del sistema capitalista, in particolare di quello globale contemporaneo. Disoccupazione significa che mentre ci sono persone che devono accettare straordinari sottopagati, altri sono al di fuori del sistema produttivo pur volendovi partecipare. Queste persone improduttive per la società o vivono di trasferimenti pubblici, o di carità privata, o di risparmi oppure di espedienti. Possono, in molti casi, essere a carico di un altro reddito. Sicuramente, non partecipano al grande sforzo collettivo dell’umanità e non per pigrizia ma per incapacità sistemica: l’attuale organizzazione produttiva non ha bisogno di loro, o meglio, ha bisogno di loro disoccupati.

C’era in videogioco molto in voga sul finire degli anni Novanta chiamato Age of Empires. Per chi ha giocato questo piccolo capolavoro di fine Novecento la spiegazione seguente sarà inutile, per tutti gli altri può fornire utili spunti di riflessione. Il gioco consiste nel far evolvere la propria civiltà, commerciare e competere con le altre, fare la guerra, vincere. Si usano degli ometti chiamati “abitanti del villaggio” per raccogliere le risorse, costruire strutture, sostenere la propria economia, il proprio sviluppo, il proprio esercito. Ça va sans dire, lasciare un abitante del villaggio inoperoso è uno spreco di risorse. È costato risorse arruolarlo (l’equivalente della spesa per la formazione), occupa spazio-popolazione (che è limitato), rallenta l’accumulazione di risorse e quindi lo sviluppo tecnologico e militare.

Ora, chiaramente, lo scopo del gioco è far la guerra e non migliorare le condizioni di vita dell’umanità, e questo per fortuna è distante dalla necessità della politica contemporanea. D’altronde era un videogioco ambientato nel medioevo, eppure il resto del modello resta valido. Un individuo disoccupato è capitale umano non impiegato, dunque uno spreco. Anche all’interno del capitalismo, quando questo giustifica sé stesso in quanto sistema di sfruttamento delle risorse ottimale rispetto agli altri, il capitale umano va impiegato, come qualsiasi altro tipo di capitale. Allora perché questo in certe unità economiche, come l’Italia, non avviene?

Nel gioco può capitare che gli abitanti del villaggio rimangano in buon numero disoccupati. Di solito succede quando il giocatore, il Dio di quel piccolo mondo virtuale, è distratto. Una fonte di materie prime si esaurisce e il giocatore non se ne accorge subito, ad esempio. Questo può essere il corrispettivo dei fisiologici sommovimenti del sistema. Una nuova scoperta tecnologica, una rivoluzione nell’organizzazione dei trasporti, la competizione con nuove aree produttive e altri fatti simili impongono una ristrutturazione della produzione. Nel mentre, esiste una sacca di disoccupazione fisiologica. Sostanzialmente, risorse (umane) da riallocare. L’altro motivo fondamentale per cui esiste la disoccupazione in Age of Empires è la guerra, e questa è una dimensione fortunatamente dimenticata in vaste aree del pianeta.

Per quali altri cause, nel gioco, una larga parte di popolazione può rimanere inoperosa? Nella totalità dei casi, per incapacità del giocatore. Per disorganizzazione e carenza di obiettivi. Questo perché si tergiversa, si indugia, si esita nel prendere le decisioni, e alla fine si viene travolti dagli eventi esterni.

Questo suona familiare. Nella realtà, il giocatore è la politica. Essa è la capacità di una comunità di auto organizzarsi e perseguire degli obiettivi comuni. Quando questi vengono meno e la comunità perde interesse nel raggiungerli, oppure quando la classe dirigente tradisce per meschinità od incapacità, la disoccupazione esplode. Quando la politica fugge dai propri compiti qualunque perturbazione esterna, imprevista e dunque non adeguatamente affrontata, ha effetti catastrofici.
A questo punto entra in gioco un altro fattore. Venendo meno il perseguimento di un obiettivo comune, o l’obbligo politico di perseguirlo, gli imprenditori locali sbandano, cercando ancore di salvezza individuali nell’approfittare del sistema. Giocano quindi contro gli interessi nazionali, di gruppo, in nome degli interessi privati. A questo punto l’unica giustificazione allo spirito d’impresa, all’atavico istinto umano verso il progresso, diventa il profitto. Quindi un alto tasso di disoccupazione è utile, perché permette agli imprenditori di vincere agevolmente la lotta di classe, dunque di risparmiare su quello che è, alla voce spese, il problema principale, la quota salari.

Questo è mancato all’Italia negli ultimi venticinque anni: un giocatore capace. Una classe politica in grado di prevedere, per quanto possibile, le problematicità del futuro e di porre in atto le contromisure necessarie. È mancata la visione d’insieme, di lungo periodo, storica, in grado di tracciare le linee guida necessarie per un futuro radioso (o perlomeno accettabile) della penisola. Questo ha lasciato campo libero al cannibalismo, alla lotta di classe facilmente vinta dai padroni, nel miope tentativo si sopravvivere individualmente. In Age of Empires la classe dei mercanti non esiste, eppure quando si punta troppo su di un singolo settore, che sia la guerra, l’economia o la tecnologia, senza una visione d’insieme, strategica, alla fine si perde. Evidentemente, il piccolo capolavoro di Microsoft non ha avuto grande diffusione in Parlamento.