Matteo Salvini è stato recentemente avvistato a Philadelphia, dove si è recato a rendere omaggio a Donald Trump, l’uomo d’affari che molto probabilmente a Novembre si contenderà con Hillary Clinton la poltrona più ambita del pianeta. L’incontro si inserisce in una lunga serie di peregrinazioni del leader del Carroccio, desideroso di inserirsi in una rete di alleanze internazionali per presentarsi come il campione italiano di quell’identitarismo che tanto va di moda all’estero. E’ tuttavia curioso notare come un uomo appassionato di Caterpillar come Salvini si trovi a condividere una parabola molto simile a quella di chi deve la sua posizione alle costruzioni di muri e resort, come Trump. Entrambi incarnano, o vorrebbero incarnare, il cambiamento, quello reazionario però. Entrambi stanno andando oltre le più rosee aspettative. Soprattutto, entrambi condividono gli stessi problemi. Sul piano strategico, tutti e due si trovano di fronte alla necessità di compattare dietro di sé la totalità del proprio elettorato potenziale, se davvero vogliono coltivare chances di vittoria quando conterà davvero. Anche sul piano tattico i principali problemi sono i medesimi: il primo si chiama establishment in America e si traduce Silvio Berlusconi in Italia, il secondo si chiama demografia, cioè riuscire a raccogliere un consenso almeno parziale tra latini e neri al di là dell’Atlantico e sotto Roma al di qua.

La situazione italiana appare più anomala, specie contando la tramontana di destra che soffia su tutta Europa ma fatica a valicare le Alpi. L’Italia, si dice spesso, è un Paese tradizionalmente conservatore, ma ha una sinistra che può comunque contare su uno zoccolo duro quasi inalienabile e un elettorato che ama la moderazione. Il discorso nazionalista che tanta presa ha fatto negli ultimi anni nella Mitteleuropa, da ultimo con la clamorosa affermazione dell’Fpo in Austria, qua fa più fatica, anche se lo slittamento a destra c’è e i sondaggi lo rilevano. L’ostacolo più grosso comunque, come accennato prima, si chiama Silvio Berlusconi. L’autoproclamato leader dei moderati non sembra avere la minima intenzione di passare la mano. Troppo vecchio per essere ancora il capo, superato ideologicamente al centro da Renzi, appiattito verso lo stesso centro dal tentativo di Lega nazionale salviniano, azzoppato dalla magistratura, Berlusconi pare conservare giusto il numero di voti (e di mass media) per essere una rognosissima spina nel fianco per Matteo II e un’ottima stampella per Matteo I.

A ruota del Carroccio appare infine il terzo partito del centro-destra italiano, Fratelli d’Italia. Incapaci di fare quello che ha fatto la Lega si stanno limitando a copiarla, come ha recentemente affermato Gianfranco Fini, autocondannandosi alla sostanziale irrilevanza in cambio di qualche poltrona qua e là, non da ultima quella di sindaco di Roma.

Proprio Roma, e in generale le prossime amministrative, saranno un banco di prova importante per valutare i rapporti di forza tra i tre grandi blocchi in cui si è diviso l’elettorato italiano nel 2013 in generale e quelli all’interno della destra in particolare. Se a Milano le due anime della destra hanno deciso di rimandare la sfida presentandosi unite, e i sondaggi sembrano premiare la scelta dandola in vantaggio nel testa a testa col Pd (e il Movimento 5 Stelle appare molto distante), Roma è invece il simbolo del caos che regna al di qua di Renzi. Tentati ad andare assieme nonostante Salvini, quando ancora cercava di disegnarsi una nuova identità, ebbe a dire: “mai più con Berlusconi”, questi, con un colpa di coda degno del miglior caimano, ha giocato d’anticipo presentando Bertolaso. Peccato che Bertolaso, lo dicono i sondaggi, sia un candidato debolissimo. Pare quasi che il fiuto politico dell’ex-cavaliere stia seguendo la parabola di quello calcistico del fido Galliani: in due non ne azzeccano mezza.

Dopo un iniziale (e difficilmente spiegabile) tentennamento, Salvini e Meloni hanno deciso di andare a vedere il bluff di Forza Italia, con l’obbligata candidatura di Giorgia. Riaperta la ferita dai margini difficilmente suturabili tra un nazionalismo sempre più schietto e un liberalismo in piena crisi, i due potranno finalmente passare dalla presunta forza dei sondaggi a quella probabile delle schede conteggiate. Per quel che riguarda il quadro generale, dopo l’ignominiosa cacciata di Marino il centrosinistra non sembra passarsela molto meglio, a tutto vantaggio di quel Movimento 5 Stelle che ha trovato nella Raggi una pretendente credibile, forte.

Il risultato finale, come anticipato, avrà ripercussioni importanti, ma sia per Salvini come per Trump, chiuso il capitolo primarie, inizierà la vera sfida. Vincere quando conterà davvero appare molto più difficile che per i loro omologhi centro-europei.