Perché Milano non è Roma, lo si intuisce nella regolarità del fermento. La mondanità di Corso Como e l’andirivieni di Viale Monza, mescolati all’ebrezza di Parco Sempione e alla serenità dell’Arco della Pace, ben si sposano con l’esigenza di zelo e l’impegno di laboriosità dell’operativa vitalità ambrosiana. La pulsazione dell’impegno minimizza addirittura la critica ad una delle peggiori Giunte Comunali degli ultimi decenni: la dedizione meneghina ricuce inconsapevolmente lo strappo di Pisapia. Piazzandogli una toppa sulla lacerata stoffa di un’amministrazione impotente ed inconcludente.

Il rammendo è di Giuseppe Sala, meticoloso pantalonaio della nuova bottega liberal-democratica del centrosinistra milanese, a cui nessuno chiede conto dei trascorsi da camiciaio nella sartoria berlusconiana. Perché Roma non è Milano, lo si respira nell’imponente maestosità del suo essere Impero. Garrendo al fruscio dell’eterno, il vessillo dell’infinità latina schiaffeggia le paturnie della megalomania, e ripugna le occasionali sviolinate alla sua tradizione. L’opportunismo non è di casa nella Caput Mundi: non riesce a farsi spazio fra le vie dell’immortalità della sua Storia. Inevitabilmente, il linguaggio politichese del Palazzo risulta inascoltato, e persino smantellato dalla schiettezza del volgo. Quella medesima base che ha rinnegato Marino, ed ora invoca l’urgenza di curricula di lignaggio. E la risposta della partitocrazia è al solito lapidaria: nella mediocrità della sua offerta.

Proprio quando il Partito Democratico non sa a quale santo (o Buzzi) votarsi, e il Movimento 5 Stelle brancola nella nebbia della sue crepe, la Destra da teleschermo si affida alla nuova madrina della politica popolare – Gramsci non lesinerebbe turpiloqui ed ingiurie -: Rita Dalla Chiesa per il cambiamento. Purtroppo, non del canale. Roma viene accomodata alla designazione del suo sindaco, aggrappandosi ad un’organizzazione propagandistica da palinsesto televisivo. Il Campidoglio come Forum: la conduttrice da Primo Cittadino, con le municipalità delle frazioni romane equiparabili al centro di produzione Mediaset di Cologno Monzese. Mentre il disorientamento dell’opinione pubblica si consuma nel tumulto della costante spettacolarizzazione della politica.

Ma, facendo rientrare la serietà, le circostanze diradano la goliardia, e la sciagura dell’attuale si riaffaccia al timone. Il centrosinistra laziale deve rincorrere la propria credibilità – affannata nel polverone delle scempiaggini amministrative di Marino -, nella medesima misura in cui il polo opposto dovrà ponderare la scelta di un nome che sappia rispondere alle esigenze di rappresentanza della Capitale, e si cali costruttivamente nella concorrenza elettorale. E meno male che Rita abbia rifiutato.