di Alessio Sani

Tzipras ha fatto flop. E’ stata una vera débâcle quella del leader greco, una tragedia annunciata dettata dalla mancanza di coraggio del fu leader dall’altrasinistra europea una volta giunto proprio dove voleva arrivare. E’ difficile capire quali siano state le reali motivazioni che hanno portato il premier greco ad accettare un accordo durissimo e in completa antitesi col suo programma elettorale. Al grido di NoAusterity Tzipras ha vinto in pompa magna le elezioni, dando speranza e fiato a quella sinistra in cerca di identità che ha perlomeno la dignità di fare i conti col proprio passato e col proprio teorico sistema di valori. Sembrava essere l’antidoto al pericolo del ritorno delle destre, dei nazionalismi, che tanto spaventano i paladini del politicamente corretto europei, la punta di diamante di una variegata squadra che si proponeva di ripensare l’Europa all’interno dell’Europa, ma Tzipras ha clamorosamente fallito. Dopo aver dato, apparentemente, un esempio di democrazia all’Europa e al mondo indicendo un referendum rivoluzionario si è tolto la giacca, o calato le braghe, ben prima dell’ultima riunione dell’eurogruppo, addirittura prima dell’esito stesso del referendum. Pur di ottenere una vittoria del no, ha deciso di lasciarne nell’indeterminatezza il significato, così l’elettore greco è andato alle urne speranzoso di ottenere con l’oxi uno sconto dalla Germania, ipotesi francamente irrealistica. Nei fatti, il no poteva significare solo una cosa: uscire dall’euro (e magari dall’Europa), mantenendo la finzione invece il manico del coltello è rimasto saldamente in mano ad Angela Merkel e ai teorici del rigore, che non hanno esitato a punire il finto rivoluzionario col nuovo accordo, ben più duro di quello rifiutato dal popolo greco.

I principali politici italiani, preoccupati più delle implicazioni che un eventuale Grexit avrebbe avuto sulla politica nostrana che dei suoi effetti europei, hanno affidato a Twitter e a Facebook i loro pensieri. Già questa scelta è indicativa dell’attuale stato di salute della politica nel mondo contemporaneo: si usa uno strumento virtuale perché dei suoi aspetti tangibili la politica è stata completamente defraudata. E’ tuttavia interessante analizzarne qualcuno, di quegli inutili cinguettii, a cominciare da quelli della nutrita schiera degli euroentusiasti. Laura Boldrini, che è bene ricordare è stata eletta deputata nelle fila di Sel, che con Tzipras è andata spesso a braccetto, si è mostrata contenta dell’accordo (o forse sarebbe più appropriato dire diktat?), non rinunciando a una miope stoccata “a chi voleva il #Grexit”. Che per il popolo greco sia un accordo capestro probabilmente non è così importante, comunque meno che l’Europa della finanza vada avanti. Angelino Alfano chiede cautamente riforme e intanto si felicita dell’insuccesso dei populismi. Gianni Pitella, capogruppo dem al parlamento europeo, riassume in un’overdose di twit la linea degli euroestremisti: bene l’accordo capestro, ripensiamo l’Europa, vogliamo più Europa, viva l’Europa. Matteo Renzi scegli il silenzio informatico, dopo essersi lanciato in un cinguettio in inglese il 29 giugno: “The point is: greek referendum won’t be a derby EU Commission vs Tsipras, but euro vs dracma. This is the choice.”. Peccato che non l’abbia detto a voce, almeno ci sarebbe stato da ridere: è bastato che Obama sperasse pubblicamente che la Grecia restasse nell’Euro per calmare anche i falchi tedeschi più esagitati.

Anche le due principali voci euroscettiche della rete, Salvini e Grillo, hanno urlato digitalmente, su toni ovviamente differenti. Paura che parte degli oltre 80 miliardi di aiuti per le banche tedesche arrivino anche dall’Italia e stoccatina alla codardia di Tzipras da parte del primo, giusto per ricordare che lui è anti-euro ma di destra, stracciamenti di vesti in difesa della democrazia sospesa ed offesa da parte del secondo, per dimenticare la latitanza di democrazia anche all’interno del suo Movimento. Entrambi però continuano a mancare il punto cruciale della questione, ed è bene che lo individuino in fretta. La posta in gioco è altissima ed è una partita veramente complicata, che riguarda sia il futuro dell’Italia che la geopolitica mondiale: agli anti-euro manca un vero pensiero organico, coerente, e soprattutto una vera strategia di uscita dalla moneta unica e collateralmente dall’Unione Europea. Il caso Tzipras lo ha esemplificato perfettamente: non può esistere un’altra Europa. Le privatizzazioni monstre imposte al governo greco fanno chiaramente capire come gli interessi che l’UE tutela non siano quelle dei popoli che la compongono ma quelli delle multinazionali che in essa operano, e queste non vogliono uno Stato forte, anzi, se li vogliono mangiare pezzetto dopo pezzetto, gli ultimi residui di Stato. In più, gli interessi delle multinazionali si sposano con quelli della Germania, che da sempre gioca con le regole del rigore e invece di mediarle con quelle con cui giocavano gli altri Stati le ha semplicemente imposte a tutti, e con quelli degli Stati Uniti, che hanno la comodità di poter interloquire con un soggetto unico invece che con una trentina di nazioni indipendenti.

Se Salvini o Grillo dovessero arrivare al ballottaggio previsto dall’Italicum e, soprattutto, dovessero vincerlo, dovranno essere pronti ad andare fino in fondo e per farlo dovranno aver già approntato un piano strategico dettagliato per uscire dall’Euro, dall’Unione Europea e probabilmente anche dalla Nato. Dovranno allacciare stretti rapporti con Putin, stando attenti a non diventarne succubi come oggi lo siamo di Bruxelles e di Washington, dovranno sapere come affrontare l’inevitabile crisi bancaria e dovranno capire che più che Euro sì/Euro no si sta parlando di sovranità monetaria e di deficit spending. Soprattutto, dovranno avere quel coraggio che è mancato a Tzipras.