Se in Italia la crisi esiste, di certo non riguardi i partiti. Tocca semmai il padre di famiglia licenziato in tronco, l’agricoltore costretto a pagare l’Imu su quel poco che produce per campare o ancora il giovane che decide di trasferirsi in Germania perché “qui non c’è lavoro”. Ma i partiti delle democrazie occidentali, quelli che Gheddafi ne Il libro verde chiamava “strumenti di governo delle moderne dittature”, non conosco la parola crisi. Per la lotta al potere si fanno la guerra, si rubano voti o si bloccano a vicenda disegni e proposte di legge che invece potrebbero giovare al Paese. Eppure, dinnanzi i quattrini son tutti d’accordo a spartirsi la grande torta.

Pochi giorni fa, infatti, mentre Matteo Renzi informava il Consiglio Europeo dei “temi di particolare impatto e rilievo” che l’Italia si trova ad affrontare, tutti i partiti (tranne M5s e Sel che si sono astenuti) approvavano il ddl Boccadutri che consente agli stessi di spartirsi l’ennesimo finanziamento pubblico pari a 45,5 milioni di euro.  Garanzia democratica o furto legalizzato nei confronti del popolo italiano? D’altronde, secondo il M5s, quei soldi sarebbero forse stati spesi meglio se fossero stati destinati alle politiche sociali, negli ultimi tempi sacrificate sull’altare della crisi e della austerità. 148 sì, 44 no e 17 astenuti: un bilancio che riconferma l’incoerenza di un Paese che riforma affinché tutto rimanga sempre com’è e come è stato.

I finanziamenti in questione dovevano giungere sulla casse dei partiti già prima della pausa estiva. Due mesi fa, però, la commissione sui controlli ai bilanci introdotta dall’allora governo Letta aveva dichiarato l’impossibilità di svolgere le verifiche sui bilanci 2013 e 2014 per mancanza di personale. L’emendamento firmato dal Pd, a nome di Sergio Boccadutri, ha avuto pertanto lo scopo di “sbloccare” quella somma di finanziamenti destinata ai partiti senza però che alcun controllo sia ancora stato effettuato. Una mossa che il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, ha definito “un calcio in bocca a chi lavora ogni giorno, la prova che in questo paese le regole valgono solo per gli altri, non per i partiti”. C’è chi addirittura ha parlato di un racket che “costringe i cittadini a pagare per alimentare e sostenere il loro sistema clientelare”. Dal lato opposto-ovvero quello del Pd- c’è chi invece ha difeso le proprie posizioni parlando di finanziamento ai partiti come strumento di “garanzia democratica”, tacendo però su quella che dall’opposizione è stata definita una sorta di reddito di cittadinanza ad partitum: i dipendenti dei partiti potrebbero infatti usufruire di una cassa integrazione straordinaria negata ai lavoratori comuni per la solita scusa di mancanza dei fondi necessari. Ecco dove e per chi esiste realmente la crisi.

Nel frattempo però, tra la spartizione di una torta e l’altra, il governo italiano si dice pronto a “ridurre i costi della politica”- come è stato più volte ribadito- attraverso una riforma che saluta il bicameralismo perfetto che stravolge del tutto i ruoli dapprima affidati a Camera e Senato, permettendo alla prima di approvare qualsiasi disegno di legge senza il “ping pong” della doppia lettura. A richiederlo non è più un potere costituente, ma una minoranza di individui di un partito la cui volontà è ormai nelle mani del solo referendum costituzionale, previsto per il 2016.