La lingua inglese sta entrando sempre più nel lessico quotidiano. I mass media ne fanno sempre più ricorso, diffondendo presso una larga platea parole ed espressioni esotiche fino a non molto sconosciute ai più. Non ci sarebbe nulla di male e nulla di nuovo (una lingua si costruisce proprio attraverso varie contaminazioni e influssi da altre lingue) se non fosse per la pervasività e il grado estremo di penetrazione dell’inglese nel comune modo di comunicare, soprattutto quello in uso su stampa e in televisione. La moda e lo spettacolo veicolano un linguaggio che attinge copiosamente all’inglese colloquiale e persino a espressioni slang, mentre l’informatica e la tecnica in generale trasferiscono di sana pianta vocaboli del loro gergo senza darsi pena di tradurli. Ma anche altri settori non sfuggono a questa tendenza imperante. Basti pensare allo spot della Marina italiana di qualche tempo fa che recitava “Be cool and join the Navy”. Probabilmente gli autori pensavano di invogliare i giovani ad arruolarsi facendoli sentire gli eroi dei telefilm e delle serie televisive hollywoodyane. Evidentemente non si tratta solo della lingua, ma di modelli culturali che vengono proposti come “vincenti” e seducenti e che provengono quasi sempre dagli Stati Uniti.

L’inglese sembra conferire un’aura di modernità e di progresso. Vuole trasmettere l’adeguatezza sociale del soggetto e del suo ambiente. Ma in questo modo la parola diventa soltanto un feticcio. Non descrive l’oggetto, ma ne crea uno nuovo, virtuale, puramente “parlato” che però non ha corrispettivi nella realtà “esperita”. Sembrano averlo capito bene i politici, soprattutto quelli che si presentano come innovatori e propugnatori delle “meravigliose sorti e progressive”. Tutti ricordano quando l’ex Ministro Fornero definì i giovani “choosy”, perché a suo dire troppo esigenti nel cercare lavoro. Una frase offensiva non solo nei contenuti, ma anche nella forma di chi pretende di rendere più accettabili certe affermazioni semplicemente cambiando idioma. Il gergo politico si è sempre più anglicizzato. Non si è più “capo”, ma “leader”. Il capo è autoritario, brutale, il leader è affabile e comunicativo e discute le idee nei gruppi di lavoro e nelle riunioni aziendali. Non c’è più “Capo di Governo” o “Presidente”, ma “Premier”, secondo l’appellativo che in Gran Bretagna designa il Primo Ministro. E cosa dire di tutti i lemmi dell’economia politica? “Fiscal Compact”, “Quantitavi Easing”, “Default”, per essi non c’è quasi mai corrispettivo in italiano, né ci si sforza di trovarlo e quando c’è è scarsamente usato. Si tratta di parole ereditate dalla letteratura tecnica quasi sempre anglo-americana. Ma cosa dire delle leggi, dei decreti e delle procedure politiche nazionali cui vengono affibbiati improbabili nomi inglesi? “Spending Review” invece che “Revisione di Spesa”, “Jobs Act” anziché “Legge sul lavoro”. Sorge il più che fondato sospetto che il ripudio dell’italiano in questi casi serva a mascherare la crudezza della realtà per disegnarne una nuova, iper-reale e gremita di scintillanti insegne al neon.

Ma la foga anglofila della politica italiana raggiunge vette persino grottesche, come quelle del Presidente del Consiglio Renzi (sorry, Premier!) che in una sua escursione in terra americana imbastì un discorso sconclusionato in un inglese arrabattato di fronte a un pubblico attonito che non comprese probabilmente nemmeno una parola. Non sarebbe stato meglio avvalersi di un interprete? Ma bisognava ostentare una padronanza mai acquisita di questa lingua, come se ciò legittimasse i contenuti di chi parla.

Fa quasi nostalgia ripensare a quando si era soliti tradurre qualsiasi cosa. La città di New York diventava “Nuova York”, i cronisti sportivi non parlavano di “cross” ma di “traversone” e persino i nomi propri di persona venivano resi in italiano. Anche per le ultime tecnologie ci si sforzava di trovare una parola nel proprio idioma. Probabilmente se fossero inventati oggi l’asciugacapelli si chiamerebbe “drier”, il frigorifero “fridge”, l’aspirapolvere “hoover” e la lavatrice “washing machine”. E pensare che in un periodo della nostra storia si era persino esagerato con il vezzo di italianizzare le parole straniere; in epoca fascista, ad esempio, il francese “chauffeur” venne rimpiazzato dall’italianissimo eppure orribile “autista”, poiché la parola “automobilista” indicava un conducente, ma non di professione. Ma al di là di certo sciovinismo linguistico ci sono tutte le ragioni per nutrire seri dubbi che l’attuale colonizzazione della nostra lingua non aggiunga nulla in termini di pregnanza di significato – ne avrebbe mai bisogno una lingua letteraria come l’italiano? – al contrario tolga molta vivacità e versatilità, oltre che eleganza, alle potenzialità espressive. Probabilmente l’inglese mediatico riesce a essere più “veloce” e più incisivo nella forma pubblicitaria. E dato che il nostro mondo è un mondo di merci che devono essere comprate e vendute, è forse la lingua migliore adatta allo scopo. Ma qui allora subentra un’altra questione: bisogna sacrificare sempre tutto, compresa la cultura e la lingua nazionale, sull’altare del libero mercato e del commercio senza frontiere?