Spulciando nel reparto biografie di una libreria mediamente fornita può capitare di imbattersi in un libro condannato dai più ad una precoce damnatio memoriae. È un elegante cartonato dominato da due colori, quelli che simbolicamente hanno dominato quasi cinquant’anni di Repubblica Italiana: il bianco e il rosso. Uniti assieme danno quel rosa pallido che l’araldica politica assegnò al garofano socialista. Il libro è “Io parlo, e continuerò a parlare”, l’autore Bettino Craxi. Si tratta delle annoiate ed acuminate riflessioni, figlie dell’esilio, dell’uomo che dominò una stagione della politica italiana prima di venire esposto alla pubblica gogna, trascinando con sé un’intera classe dirigente.
Tra i tanti spunti, le tante riflessioni, i giudizi manifesti e quelli nascosti, le autodifese e le analisi, le mezze verità scritte in politichese e le divinazioni rivelate dall’aruspice, la caratura del personaggio, troppo velocemente seppellito e dimenticato, si staglia su quel tratto di Mediterraneo dove divenne osservatore esterno e dunque privilegiato dei fatti d’Italia. Una riflessione in particolare cattura l’attenzione, pur rischiando di perdersi nella verbosa prolissità di chi fece dell’oratoria la propria vita. Riguarda il rapporto tra idee e parole, tra politica e idee, tra cittadinanza e repubblica. Un velo di malinconia la riveste e l’ovatta.
Prendendo le mosse dal sociologo Manuel Castells, Craxi espone tutta la propria preoccupazione per una parola che, secondo lui, esprime perfettamente il qualunquismo indeterminato e vuoto che impera nella “Seconda Repubblica”. Questa parola, essa stessa portatrice di “mediocrità ed appiattimento ideale”, è “la gente”. Per Craxi, le parole “non sono un sistema neutrale di codici”, ma “sono e rappresentano una filosofia di vita. È con la parola… che noi giungiamo sovente ad esprimere l’idea che abbiamo del mondo e del rapporto con gli altri”. È per questo che il Ghino di Tacco della “Prima Repubblica” è così preoccupato da come, nei media e nella politica, “la gente” abbia sostituito “il popolo” e “i cittadini”.
Il termine “popolo” indica un insieme di individui che si caratterizzano per una fondamentale unità di intenti. Hanno, in sostanza (perlomeno parlando di modernità, ma anche, ad esempio, della Repubblica Romana) una volontà politica comune. Il popolo sta dunque alla base della concezione moderna e repubblicana dello Stato. È il contenitore che determina la liceità della sovranità dello Stato, ne delimita i confini d’esercizio del potere, ne è la causa prima, è la comunità che si organizza politicamente.
Il “cittadino” è invece il soggetto che partecipa al popolo, il singolo uomo, non più suddito, che prima ancora di essere membro di una comunità è, per usare le parole di Craxi, “soggetto di diritto”. Dal suo punto di vista esterno e privilegiato, Craxi nota dunque come queste parole dotate di fortissima valenza politica vengano sostituite dall’indeterminato “gente”, una massa informe e priva di volontà ed autoconsapevolezza, sostanzialmente impolitica. “Essa si riferisce ed esprime l’idea di individui senza più una loro fondamentale caratteristica, una loro definizione ideale, una loro collocazione storica o una loro realtà di classe”.
Vent’anni dopo le riflessioni di Craxi, “la gente” è addirittura arrivata in Parlamento, tra le fila del Movimento 5 Stelle che ha fatto del qualunquismo un’arte ed ha nascosto l’inconsistenza inorganica del suo programma sotto il mantra, ironia della sorte, di “onestà onestà”. Popolo e cittadinanza rimangono due parole vetuste, lasciate alla polvere che ricopre i giornali negli archivi storici, in compenso “la gente” è stata capace di acquisire una sua morfologia e una sua suddivisione in nuove classi, non più economiche ma sostanzialmente sessuali o sancite dalla “linea del colore”. Il fenomeno è evidente soprattutto negli Stati Uniti, in particolare nei media dalla vocazione più liberal e nelle loro emanazioni coloniali italiche. Non si è più “cittadini” che discutono della buona gestione della cosa pubblica, non si è più “popolo” che discute di politica estera (cioè di rapporti tra “popoli”) e non si è neanche più “classi”, dunque proletari e borghesi, la prima grande frattura portata dalle idee (marxiste) ed esplicitata dalle parole all’interno del popolo.
Si è uomini e donne, eterosessuali ed omosessuali, bianchi e neri, in un processo di continua politicizzazione delle minoranze in guerra contro una maggioranza che non esiste. Così il conflitto si sposta in toto all’interno della società, frattanto in corso di globalizzazione, ed abbandona anche la dimensione dell’economico, in un fratricida tutti contro tutti. A seconda di quale identità dell’individuo, che ha preso il posto del cittadino, prevalga sulle altre, si reclamano diritti e parità immaginarie, impossibili da realizzare se si ignorano continuamente i conflitti orizzontali tra Stati e quello verticali tra classi. La cosa pubblica, il bene comune, la dimensione dello Stato si dissolvono assieme al concetto di cittadinanza repubblicana. In altri termini, il capitale impera, la società si sfalda, la politica muore.