Abbiamo un bel dire, con Hobsbawm, che il Novecento sia stato il secolo breve. L’altro giorno a Catania, quartiere Picanello, una messa in suffragio della povera anima di Benito Mussolini, da tenersi in occasione del settantesimo anniversario della morte presso la Chiesa di Santa Maria della Guardia, è diventata pretesto per una rivendicazione oltraggiosa di stampo comunista: vandalizzato il portone e le mura della chiesa con scritte e falcimartello in rosso d’ordinanza, lasciate bottiglia piene d’urina sul sagrato. Contestualmente per le strade catanesi apparivano manifesti rappresentanti il Duce maestoso: “28 aprile 1945 – 28 aprile 2015. In ricordo di Benito Mussolini, dei camerati della Repubblica Sociale Italiana, e di tutti i combattenti caduti in difesa della nostra Europa. I camerati catanesi.” Per essere stato breve il secolo scorso propala i suoi temi e le sue identità ben oltre quell’anno 1991 indicato da Hobsbawm quale fine de facto del Novecento: e il derby fascisti comunisti, per dirla con Salvini che non dice di non crederci, c’è ancora. Lo sanno i francescani della Guardia che si sono svegliati offesi dagli scarabocchi dei comunisti, lo sanno coloro cui le stampe dei fascisti e il duce arrembante arrecano dolore, e a Catania ce ne siamo. La Guardia, peraltro, è la mia Chiesa. Lì andavo da bambino prima di conoscere tutto questo, prima che le parole che sto scrivendo per me avessero un senso. Lì ascoltavo parole incomprensibili: “Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…”

Fascismo e comunismo, e discussioni obbligatorie dopo il fattaccio. Ci si chiede: ma ha fatto bene il parroco ad accettare di celebrare la Messa? E chi l’ha chiesta si aspettava di aiutare l’anima del Duce o di compiere in sua memoria un atto politico? Perché lì sta il centro di tutto. Dice San Giovanni Crisostomo, citato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, a proposito delle anime del Purgatorio: “Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? […] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere.” Male avrebbe fatto dunque il parroco a rifiutare la Messa, e male faremmo ad escludere persino Mussolini dal numero di coloro per i quali si può pregare. Politicamente, è chiaro, la cosa è diversa. Ancora due anni fa Silvio Berlusconi suscitava scandalo dicendo (nel luogo e nel momento meno adatti, ma l’uomo è fatto così) che “…il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene.” Tutto fa brodo, e l’esito di quella campagna elettorale è noto. Oggi il quadro politico è cambiato ma a destra c’è ancora chi pensa che sia un peccato sprecare i voti di chi si corica ogni notte con il fucile e tiene il Duce sul comodino. La propaganda ruspante di Matteo Salvini funziona se la Lega si attesta stabilmente intorno al 15 %, e probabilmente i camerati catanesi e i richiedenti Messa per Mussolini sceglieranno lui quando si andrà a votare. Ma il parroco questo può non saperlo, o sapendolo potrebbe non essere motivo sufficiente per negarsi. Intanto il danno l’hanno fatto alla Chiesa, i rigurgiti totalitaristi di segno opposto.

Pieno Novecento. A Milano parte Expo e il presidente del Consiglio dichiara che oggi inizia il domani. A Catania, dove le donne anziane vanno in chiesa velate, dove sbarcano i profughi in fuga dagli inferni della terra e delle nostre ipocrisie, dove si ciancia cretinamente di “gara di solidarietà” mentre i posteggiatori abusivi locali litigano con gli extracomunitari per l’elemosina di un euro, a Catania in tutto ciò il mondo si ridivide in rossi e neri, in comunisti e fascisti. E se lo scontro non ci sembra attuale, che avremmo ben altro di cui occuparci con le autostrade di mezza Sicilia interrotte, se non ci appassiona, la Chiesa della Guardia sfregiata ci riporta alla realtà che ancora qualche conto dovrebbe chiuderlo, da una parte e dall’altra. Scriveva Hobsbawm: “Per il poeta T. S. Eliot il mondo finisce in questo modo: non con il rumore di un’esplosione, ma con un fastidioso piagnisteo”. Il Secolo breve è finito in tutti e due i modi.” E davvero è così, solo che non è finito. Sta iniziando.