Cronache di un settembre torrido, e di un autunno che si preannuncia di guerra. Atterriti dalla propria incapacità di reagire all’immagine del corpicino di Aylan, fotografia entropica della situazione globale, gli occidentali attendono supinamente lo sviluppo del fenomeno migratorio e il prosieguo della caduta dello Stato di diritto sotto i colpi mortali dei finti diritti. In tutto ciò incubano le nostre provincialità – Mafia Capitale, i quattro bilanci truccati del comune di Firenze sotto la gestione Renzi, la tre giorni di sciopero organizzata da Salvini a novembre – e brilla l’unica luce di una coscienza determinata, calma e contemplativa e quindi prepotentemente d’azione: quella di papa Francesco.

Ieri il papa ha parlato durante l’Angelus di prossimità ai piccoli e agli abbandonati; è poi giunto ad un invito che è suonato come clamoroso, specie dopo le recenti polemiche sul tema dell’immigrazione incorse tra il Segretario Generale della CEI monsignor Nunzio Galantino e Matteo Salvini (con stampa berlusconiana al seguito): «… rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa a esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi. Un gesto concreto in preparazione all’Anno Santo». Un cazzotto profondamente cristiano a speculazioni politiche bipartisan – ci sono in effetti vescovi che cercano l’oro nei titoli dei giornali, e politici che hanno fatto la propria fortuna con la tecnica del “non le mando a dire” –, che vedrà Roma iniziare un’opera di accoglienza obbiettivamente straordinaria. «Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia, incominciando dalla mia diocesi di Roma». La diocesi che presiede nella carità tutte le chiese del mondo. Carità e misericordia, per la quale il papa ha indetto il Giubileo straordinario per dicembre.

Prima di quella data altra prova attende la Chiesa Cattolica e l’autorità spirituale del Santo Padre. Il Sinodo ordinario sulla famiglia, che avrà luogo dal 4 al 25 ottobre, si profila come dirimente per le sorti della Chiesa nella temperie globale, e nel panorama politico italiano sempre più avvitato intorno al tema dei “diritti civili”. Senza scendere nel dettaglio delle questioni teologiche possiamo dare conto di alcune “correnti” (termine infelicissimo ma efficace) che stanno preparandosi alla discussione sinodale, talvolta con spregiudicato uso dei mezzi di comunicazione.

Non meno che spregiudicato, infatti, è il modus operandi che alcuni ambienti cattolici hanno utilizzato già nei mesi scorsi per rilanciare le proprie posizioni sul tema della famiglia. In maggio, racconta l’ottimo Giovanni Marcotullio su La Croce Quotidiano, alcuni eminenti studiosi si riunirono alla Gregoriana per una sorta di sinodo-ombra, invitando una selezione di giornali talmente ristretta da ridursi ad uno solo: La Repubblica, il cui fondatore Eugenio Scalfari è notoriamente il migliore amico del papa. Nemmeno le testate cattoliche furono invitate al consesso (aprendo al sospetto di un’operazione squisitamente pubblicitaria), la cui posizione sulla famiglia si profilava come indulgente e finanche mediatrice nei confronti della società contemporanea. La Repubblica descriveva così i contenuti dell’incontro: «Un sacerdote e docente parla senza indugi di “carezze, baci, coito nel senso del venire insieme, co-ire”, come pure di “quel che accompagna le luci e le ombre non coscienti delle pulsioni e del desiderio”. Un suo collega: “L’importanza dello stimolo sessuale rappresenta la base per un rapporto duraturo”. Si cita Freud. Viene richiamato Fromm. “La mancanza della sessualità – si aggiunge – può accomunarsi alla fame, alla sete. La domanda che la caratterizza è: Hai voglia di fare sesso? Ma questo non significa desiderare l’altro, se l’altro non vuole. La domanda dovrebbe essere: Tu mi desideri? Ecco allora come il desiderio sessuale dell’altro può unirsi all’amore”».

I relatori, si scopre adesso grazie a Marcotullio, provenivano tutti dalla Svizzera: «Chi erano dunque quelli che a fine primavera venivano genericamente chiamati “docenti di teologia” (ma chi?), “prelati” (ma chi?), studiosi (ma chi?). Ecco finalmente i nomi […]: Hanspeter Schmitt, che insegna teologia etica a Coira, Ardn Bünker, che dirige l’istituto di sociologia pastorale di San Gallo (sempre in Svizzera), Eva-Maria Faber già rettore della facoltà teologica di Coira e oggi rettore della “Scuola superiore di Teologia” di Chur (sempre in Svizzera), istituto privato accreditato come “istituzione universitaria” nel 2013».

Queste posizioni vanno adesso in stampa nel volume “Familienvielfalt in der katholischen Kirche” (“Diversità nella famiglia cattolica”), edito dalla Editrice Teologica di Zurigo, finanziato dalle corporazioni di diritto ecclesiastico di Zurigo, Argovia, Lucerna, Nidvaldo e Basilea Campagna con oltre cinquantamila euro. Ognuno si faccia l’idea che vuole. Comunque la si pensi il contributo degli elvetici al dibattito si distingue per un uso assai disinvolto dei mezzi editoriali e d’informazione.

Altro filone è quello che vede i vescovi africani riunirsi intorno alla figura del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, in un volume intitolato “Africa, nuova patria di Cristo. Contributi di pastori africani al sinodo sulla famiglia”. Scrive ancora Marcotullio: «… si sa che l’Africa costituisce una sorta di zoccolo duro della fedeltà alla tradizione cattolica (e chi conosce la storia della Chiesa sa che le cose stanno così almeno dal II secolo). Il principe indiscusso delle eminenze africane è il cardinale guineiano Robert Sarah, e i vescovi del continente nero non hanno mancato di raccogliersi attorno al loro campione». Robusta reazione, questa di Sarah e dei presuli africani, se come ricorda Marcotullio il cardinale ha raccolto il plauso dello stesso Benedetto XVI in altre recenti produzioni come “Dieu ou rien” (“Dio o niente”), scritto con Nicolas Diat. «Ho letto “Dio o niente” con grande profitto spirituale, gioia e gratitudine» scrisse Ratzinger in proposito «La sua testimonianza della Chiesa in Africa, della sua sofferenza durante il tempo del marxismo e di una vita spirituale dinamica, ha una grande importanza per la Chiesa, che è un po’ spiritualmente stanca in Occidente. Tutto ciò che ha scritto per quanto riguarda la centralità di Dio, la celebrazione della liturgia, la vita morale dei cristiani è particolarmente rilevante e profondo. La sua coraggiosa risposta ai problemi della teoria del “genere” mette in chiaro in un mondo obnubilato una fondamentale questione antropologica».

Fermiamoci qui. Ad altri, ripetiamo, spetta il compito di vagliare questi argomenti alla luce della teologia e sotto lo sguardo vigile di papa Francesco. Una cosa ci dice il caso del sinodo-ombra alla Gregoriana: il papa mica legge solo La Repubblica, se è dovuto andare di persona a comprarsi un nuovo paio di occhiali. Certe panzane grosse come una casa poteva leggerle anche senza.