“Io morirò solamente quando smetteranno di parlare di me”. Più che un monito per spronare le masse ad una ribellione reazionaria, appare la parafrasi di un’esternazione da Prima Repubblica. Da Andreotti a Berlusconi, le scaltre personalità politicanti si sono succedute, nel corso di sette decenni, in una danza sincronizzata di miserabile coscienziosità e di ammuffito senso del dovere. Di conseguenza, non sono nemmeno mancati i sermoni oratoriali di rito – per scagionare eventuali attacchi al potere -, da parte degli imputati a rispondere a disparati soprusi.

Realizzare, però, che la riproposizione di un motto stantio ed urticante sia concepita dalla mente di un osannato – e sovrastimato – epigono di Peppino Impastato e Giancarlo Siani, appare un’ignominiosa blasfemia alla lotta alla mafia e, principalmente, alla memoria dei suoi predecessori. Forse, all’epoca della dichiarazione, Roberto Saviano aveva smarrito la sobrietà della quale si è sempre vantato, dimenticandosi che, di lì a qualche anno, il giudicato di un’inquisizione avrebbe potuto sconfessarlo. Infatti, nei giorni scorsi, la Corte d’Appello di Napoli ha appurato l’accusa di plagio, in relazione alla trasposizione di alcuni articoli de “Cronache di Napoli” e “Corriere di Caserta” nel romanzo “Gomorra”. Indipendentemente da quanto l’opinione pubblica sia facilmente sublimabile e da come si lasci abbindolare dalla retorica a buon mercato di un discreto scrittore – che non è riuscita a debellare un’importante fetta commerciale della camorra campana, malgrado si propini il contrario -, bisognerebbe concentrarsi su altro. Il filo rosso che collega l’ammissibilità di un’azione alla credibilità, è tanto teso, quanto facilmente marcescibile. Saviano l’ha spezzato, ritrattando il principio de “Il fine giustifica i mezzi”: assolutizzare contenuti altrui, arrogandosi la paternità e smistandoli avvolti da un fascio di (intangibile) onniscienza. Nonostante gli occhi della frangia suscettibile di società civile continuino a soffrire di miopia, il non più immacolato pioniere della legalità (?!) e mastino dell’intellettualità raffinata e controcorrente – Dio ci abbia in gloria! -, viene smitizzato ed umanizzato.

Semmai non ci fossimo ancora resi conto della sua vera natura. Non si vuol certo porre un ulteriore inciso sindacante sulla morale etica e/o deontologica del personaggio, ma semplicemente rimarcare che la dettagliata e pervicace narrazione della criminalità (nella fattispecie) casalese e (genericamente) camorristica di “Gomorra” sia soltanto frutto di un ben miscelato minestrone di posticcia inchiesta, ove trafiletti di cronaca, informale – e opaco – scambio di dati e tabulazioni dei connotati dei malavitosi protagonisti, cuociono simultaneamente, senza il benché minimo condimento di contezza e per saziare il famelico appetito di profitti. Purtroppo, la verità è lontana dai nostri occhi, dal nostro raziocino e, soprattutto, dalle nostre coscienze. Più di quanto si possa immaginare.”.