Papa Francesco indossa la divisa e sorride con lo sguardo lontano accanto a Stalin, Lenin, Marx ed Engels. Non è un’allucinazione consumata in una taverna emiliana dopo qualche bottiglia di lambrusco, né una fantasia spinta sul viaggio a Cuba e negli Stati Uniti che il Santo Padre sta compiendo in questi giorni. E’ l’illustrazione che quest’estate accompagnava l’inserto de Il Foglio dedicato al croccante tema “Il Papa è comunista?”, con interventi di Giuliano Ferrara, Adriano Sofri, Maurizio Crippa e altri. Senza addentrarci nelle tesi esposte dagli illustri colleghi – e pur consapevoli che l’inserto di per sé non ha di molto spostato il dibattito pubblico sul tema – possiamo tentare qualche riflessione sul titolo, e sull’accostamento che troppo spesso è fatto tra papa Francesco e ideologie politiche di sorta. Dunque, “Il Papa è comunista?”. E se non lo è, con ogni evidenza, perché l’informazione tende a classificarlo come tale, in una sorta di ansia di definizione, secondo criteri sociopolitici che non possono includere il Successore di Pietro?

Facciamo un passo indietro. E vediamo come, in questo XXI secolo che sotto ogni aspetto ricorda un postribolo, l’informazione abbia l’urgenza di trovare una chiave di lettura atta a spiegare come e perché – la massa lo reclama – siamo finiti nel postribolo medesimo. Questa chiave di lettura deve anche legittimare la politica, la finanza, la società, ovvero gli ambiti dai quali l’informazione attinge denaro e protezione, garantendosi la sopravvivenza. Sarebbe imprudente, per il mainstream, addebitare alle proprie fonti di sostentamento la responsabilità del disordine che stiamo vivendo. Il discorso è complesso, e per comodità limitiamoci a inquadrarlo in casa nostra e in tempi recentissimi. Che fase sta attraversando la politica italiana, e con essa la finanza e quindi in ultimo la società? Nel rumore delle mille voci – mai in Italia mancarono pareri autorevolissimi di chiunque su qualsiasi argomento, secondo la filosofia del bar dello sport – una lettura sembra emergere distintamente. E scusate se bisogna andarla a pescare dalla politica, ma vedrete che sarà funzionale al nostro discorso.

Filippo Ceccarelli, su La Repubblica del 12 dicembre 2013, commentava così la vittoria di Matteo Renzi alle primarie del PD: «Quando si dice che Matteo Renzi è il primo leader compiutamente post-ideologico della storia politica italiana si intende qualcosa che trascende il puro dato anagrafico . […] Post-ideologico non è una parolaccia, ma una circostanza che colloca Renzi ben oltre gli schemi formatisi nel vivo delle culture politiche del secolo scorso, in una dimensione del tutto inedita e specialmente evoluta, nel senso che dentro di lui ci sono e agiscono molti più indizi, simboli, stili, linguaggi, miti, tecniche, ibridazioni e contagi di quanti se ne possano forse oggi ammettere e comunque riconoscere». Pelo e contropelo. Quella esposta da Ceccarelli è la più comune definizione della fase che stiamo attraversando: la caduta delle ideologie e l’arrampicarsi di nuove forme di interazione politica, economica e sociale in seno alla società moderna. Tanto a sinistra quanto a destra, ove il vuoto sconvolge tanto che si mescolano federalismo e nazionalismo, leghismo e fascismo. La società è franata, insomma, con l’ideologia: e chi oggi detiene il potere non può esserne responsabile, perché agli idoli caduti sembra impossibile accostare i rifulgenti vitelli d’oro di oggi.

Post-ideologico, dunque. Tutto va in questa direzione, per un sistema di scatole cinesi: la politica fa il diritto, l’economia incancrenisce in finanza, i soldi indirizzano la società. E l’informazione è lì ad accompagnare giornalmente questo brusìo, rassicurando che in effetti non hanno da venire fascismo e comunismo, che l’autoritarismo renziano è cosa ridicola, che la libertà è come imparare ad andare in bicicletta: non ci si scorda più. Se questa è la rassicurante chiave di lettura trovata dal mainstream per spiegare il casino senza accusare nessuno, è chiaro che la presenza nella res publica di una figura così solidamente indirizzata come Papa Francesco non può che confondere, sbigottire, inquietare. Adesso che ogni ideologia è morta, come, spiegare alla massa che esiste ancora un’idea, la dottrina cristiano-cattolica, e che il Santo Padre la persegue con la determinazione forte e mite del gesuita e lo sguardo consapevole e sereno di un padre? Per contrasto, se le ideologie sono morte ma un’idea sopravvive, quest’ultima andrà assimilata alle altre cadute.

L’idea forte non può esistere sola. Questo dice il mainstream. Equivocando una volta di più, perché il cristianesimo non è un’idea, ma il contributo vivo offerto da Dio alla nostra salvezza. Il rifiuto di questa presenza, per l’informazione, va a riparare all’assenza delle ideologie che abbiamo descritto. E ne emerge l’errore marchiano di cui sopra, il titolo che dicevamo: “Il Papa è comunista” perché non può essere altrimenti, non può esistere una figura indipendente dal potere e schierata con la Verità, a tracciare una Via (dalle Filippine a Cuba, da Israele agli Stati Uniti) e a difendere la Vita. Deve per forza darsi un contrafforte ideologico, per contrasto e per dispetto, e leggere i discorsi del Santo Padre con l’implicito scopo di differirli al pubblico come reminiscenze di quel passato che si è detto distrutto, di quei muri abbattere i quali è stato talmente difficile che fondamentalmente, dal 1989 ad oggi, ci mancano.

Quando Evo Morales, durante il recente viaggio in Sudamerica, offrì al Papa un Crocifisso di legno issato su una falce e martello il mondo per un attimo tremò. Le pulsazioni di Eugenio Scalfari toccarono pericolosamente lo zero. Giuliano Ferrara si tolse il cane dal grembo e fissò la televisione, zitto. Poi il Papa sorrise e prese il dono. In aereo gli chiesero: « Santità, che cosa ha provato quando ha visto quella falce e martello con Cristo sopra, offerto dal Presidente Morales?». E il Papa: «Lo si può qualificare come il genere dell’arte di protesta. Per esempio, a Buenos Aires alcuni anni fa è stata fatta una mostra di uno scultore bravo, creativo, argentino – adesso è morto -: era arte di protesta, e io ricordo un’opera che era un Cristo crocifisso che era su un bombardiere che veniva giù. Era una critica del cristianesimo che è alleato con l’imperialismo che era il bombardiere. […] Per me non è stata un’offesa. Ma ho dovuto fare questa ermeneutica e la dico a voi perché non ci siano opinioni sbagliate».

Detto agli Scalfari e ai Ferrara: voi potete anche raccontarla così come vi viene, ma mettete a verbale che il Papa della Chiesa Cattolica non ha bisogno di nessun contrafforte ligneo né ideologico cui appoggiare il suo braccio e rivolgere il suo sguardo. Il mondo viene a noi con le sue debolezze, le sue intime difficoltà: e noi lo abbracciamo, ne proviamo pena e lo eleggiamo a nuova vita. “Il Papa è comunista?”. No, e da una cosa si capisce che tutta la discussione è pretestuosa. Il motto di Francesco, a differenza dei predecessori, sta lì sullo stemma: “Miserando atcque eligendo”. Che non è Stalin né Lenin né Marx né Engels: è Beda che commenta il Vangelo di Matteo. Sta lì per questo, per impedirci di cascare nel trucco dell’informazione prezzolata.