Sono passati più di ottant’anni da quando un autarchico Mussolini inaugurò la battaglia del grano. Lo scopo era chiaro: ridurre il peso di un’importante voce al passivo nella bilancia commerciale. Mal gliene incolse, visto che un paio di anni dopo, dal 1927 per la precisione, la domanda globale smise di tirare e i prezzi cominciarono a scendere. Al di là dell’impatto di tale politica, che produsse sì risultati ma svantaggiò altri settori competitivi nell’export e in generale non migliorò la qualità dell’alimentazione dell’italiano medio, un dato è interessante: la produttività media esplose, demolendo perfino la concorrenza del precedente primatista mondiale, gli Stati Uniti. Pur in un settore storicamente arretrato, specie al Sud, uno sforzo congiunto che coinvolse Governo, Università, industrie e agricoltori portò la produttività per ettaro a 16,1 quintali, la più alta al mondo. Sull’impatto complessivo di tale politica, come già accennato, non è questa la sede per trarre conclusioni. Quello che interessa a chi scrive è una valutazione differente. Da un lato, questa è la dimostrazione che quando a muoversi è lo Stato le cose, anche in Italia, succedono. Dall’altro, Mussolini non doveva fare i conti con la questione dei prezzi, intesa come concorrenza estera, visto che già nel ’25 reintrodusse i dazi sulle importazioni di grano. Sul fronte interno invece, già ai tempi di Mussolini, il bisnonno di chi scrive, mezzadro nella pianura Padana, si lamentava dei bassi margini di profitto.

Veniamo all’oggi. La Coldiretti è sul piede di guerra, in parte pro domo sua, per il forte ribasso dei prezzi del grano che rischia di tagliare le gambe a produttori che hanno margini di redditività già negativi. Ne approfitta, more solito, per cavalcare l’onda dell’ultimo residuo di nazionalismo italiano, quello alimentare. Così pagine e pagine di giornali sono uscite denunciando la non italianità di circa un pacco di pasta su tre tra quelli che riposano sugli scaffali dei nostri supermercati. Pur essendo uno dei maggiori produttori mondiali di grano duro, infatti, ne importiamo notevoli quantità. Lo stesso discorso è stato fatto, più volte, per quasi ogni fiore all’occhiello del semi-Made in Italy agro-alimentare, dai prosciutti, al latte e derivati, all’olio. Pronta è arrivata la risposta delle altre associazioni di categoria coinvolte, quelle dei mulini e delle industrie di trasformazione. Il succo è semplice: l’import ci serve per poter riesportare la pasta, uno dei nostri cavalli di battaglia. Lo scontro tra differenti interessi che faticano a ricomporsi è evidente, ma miope. Vediamo di scomporre il problema. Da un lato c’è la questione della qualità, dall’altra quella dei prezzi. Infine, la questione dell’italianità dei prodotti e relativa questione democratica della sovranità alimentare, che significa tutto e niente ma cercheremo di darne una definizione.

Partiamo dalla qualità. Sono numerosi i parametri che servono a valutare la bontà della produzione cerealicola. Il principale, specie ai fini della trasformazione pastiera, è quello del contenuto proteico. Farinetti, il patron di Eataly che si è autoeletto a guru del Fatto in Italia, ha recentemente difeso l’importazione di grano canadese per la sua maggior qualità, leggasi contenuto proteico, necessario per la produzione di pasta di alto livello. Lo si miscela infatti al grano autoctono, a più basso contenuto proteico, per raggiungere determinati standard qualitativi. Un po’ di cifre: per legge il contenuto di proteine nella pasta, in Italia, non può essere inferiore al 10,5%. Il contenuto medio di proteine nel grano nostrano invece è circa il 12,3%, dunque più che sufficiente visto che nel processo di raffinazione se ne perde circa un 1%. E il supergrano canadese che tanto piace a Farinetti? Beh, il contenuto medio delle tre classi migliori, visto che i canadesi dividono la loro produzione in cinque classi qualitative, è del 12,7%. Tanto di più? No, specie se si considera il fatto che loro lo valutano a tasso di umidità del 13,5%, noi a secco. Dunque Farinetti è un guru fallace. Dove siamo manchevoli allora? Beh, in tutto il contorno. Mancano sistemi di stoccaggio efficaci e differenziati per classi qualitative, mancano tout-court le stesse classi qualitative, e questo non favorisce l’incontro tra domanda e offerta. Mancano sistemi razionali di trasporto e di accorciamento di filiera, mancano contratti a prezzo definito tra produttori e aziende. Mancano, insomma, un efficiente collegamento con la domanda e, soprattutto, una reale e moderna razionalizzazione dal lato dell’offerta, razionalizzazione che richiederebbe investimenti dal ritorno incerto e di lungo termine. Storicamente, chi si è sempre accollato i costi di tali investimenti in Italia? Chi è venuto a mancare negli ultimi trent’anni, cioè lo Stato.

Passiamo al secondo problema, strettamente legato al primo. Il basso livello dei prezzi, dovuto alla forte concorrenza internazionale da parte di aree dalla forte vocazione geomorfologica alla cerealicoltura, come il Canada e gli Stati Uniti, e soprattutto la loro instabilità, dovuta in primis alla speculazione finanziaria sul mercato dei futures del grano, non consentono margini di redditività consistenti agli agricoltori nostrani, impedendo loro, d’altro canto, di fare quegli investimenti necessari ad incrementare la produttività. La frammentazione della proprietà fondiaria, spesso si tratta di aziende a conduzione famigliare che devono però competere con grandi multinazionali, le tecniche di concimazione, fertilizzazione, raccolta, ecc., pur all’avanguardia in certe nicchie, non tengono il passo nella maggior parte dei casi. Soprattutto, come accennato prima, è il collegamento tra queste realtà frammentate e il gradino successivo della filiera a mancare. Oltre a questo, permane il deficit strutturale di competitività rispetto a certe aree geografiche dalla maggior vocazione alla cerealicoltura. Tanto per fare un esempio, Barilla, che proprio l’ultimo arrivato non è, si è deciso a puntare sul 100% Made in Italy per il marchio Voiello. Ha sviluppato una qualità di grano capace di soddisfare gli standard qualitativi richiesti, ha implementato una filiera corta ad alta produttività, ha fatto le cose come si devono fare quando si dispone delle risorse di cui dispone lui. I risultati? Un pacco di Voiello costa 2,6 euro al Kg, un pacco di Barilla fatta con una miscela di grani italiani ed esteri 1,6. Se non è riuscito lui ad essere competitivo sul prezzo, difficile che possa riuscirci il piccolo imprenditore agricolo di Matera.

Arriviamo all’ultimo punto prima delle conclusioni. Si parla spesso di sovranità alimentare, ma cosa significa? Secondo il parere di chi scrive significa scegliere democraticamente, cioè esercitare un controllo politico, sul cosa si produce e come lo si produce, dunque sulla qualità di quello che si mangia. Se l’unico parametro possibile di valutazione è il prezzo questo viene meno. In un contesto liberista, semplicemente, viene meno. Se il Canada, ad esempio, utilizza glifosato per incrementare la propria produttività (e in questo modo acquista un ulteriore vantaggio competitivo) e il Governo italiano lo vieta invece perché lo ritiene nocivo per la salute (riducendo la nostra competitività viceversa) cosa succede? È possibile pensare di compiere scelte del genere se poi non c’è libertà di commercio, ma un commercio quasi completamente deregolamentato? In ottica Ttip o Ceta, sarà poi un arbitrato internazionale a decidere se la multinazionale canadese può usare il glifosato e poi esportare in Italia o sarà il governo italiano? Più probabile la prima, dunque niente sovranità. È tempo di conclusioni. Esistono sostanzialmente quattro strade percorribili, a seconda del grado di apertura o chiusura nei confronti del mercato mondiale, per cercare di risolvere il problema di competitività del nostro comparto cerealicolo e in generale primario.

Primo scenario: autarchia. La scelta di Mussolini in un certo senso. Per l’Italia è semplicemente insostenibile. Siamo un Paese sovrappopolato (ma vecchio), povero di materie prime e che deve i suoi decenni di gloria alla trasformazione. Chiaramente ci serve una quota di export in grado di garantirci l’import. Fossimo l’Argentina sarebbe una strada percorribile anzi, probabilmente auspicabile. Non la siamo.

Secondo scenario: globalizzazione spinta, cioè la realtà. Si lascia fare al mercato, rimuovendo anche i residui aiuti di Stato a pioggia che fungono da respiratore artificiale per un malato terminale. Il settore non è, né probabilmente potrà mai essere, competitivo, a parità di livello tecnologico, con altre aree del pianeta. Basterebbe dirlo agli agricoltori, se poi qualcuno si ostina a voler coltivare la terra… beh, si trasferisca in Canada. Resterebbe il piccolissimo problema di trovare un’occupazione a chi decide di rimanere. Non facile, quando si parla di disoccupazione strutturale sopra al 12%. Forme di resilienza in realtà si sono già sviluppate, ma riguardano nicchie di mercato per palati fini e dal portafoglio gonfio. Per la produzione di massa il destino è segnato.

Terzo scenario: ritorno al passato, l’ordine di Bretton Woods. Si sfrutta la concorrenza con l’estero per dare un input positivo verso la razionalizzazione e l’efficientamento della produzione interna calibrando i dazi. La si protegge per mantenerla in vita, per motivi strategici e/o identitari, di rispetto di una tradizione che è cardine dell’italianità e fonte di vita primaria per certe comunità, ma la si pungola continuamente per impedirle di arroccarsi difensivamente dietro la sicurezza del protezionismo. A quel punto chiaramente lo Stato dovrebbe tornare al suo ruolo storico di facilitatore e mediatore tra gli interessi di parte (agricoltori e industrie di trasformazione) e mobilitare la sua forza economica ed intellettuale per fare ricerca nelle università e centralizzare certi colli di bottiglia, come lo stoccaggio. Ha funzionato più che decentemente durante i Gloriosi Trenta, ma richiederebbe un ri-orientamento internazionale che non si vede all’orizzonte, anche se se ne possono intravvedere i primi segnali.

Quarto scenario: una globalizzazione alternativa, ma difficile. Si usano i grani nazionali per la produzione nazionale e soprattutto il consumo nazionale, svincolandola dalla concorrenza di prezzo, ed i grani esteri per la produzione destinata all’export. In questo modo si manterrebbe la sovranità alimentare per quel che riguarda la nostra alimentazione e si garantirebbe il rispetto di quella altrui, magari più lassa, per i mercati esteri, non perdendo il vantaggio competitivo derivante dall’uso della loro materia prima. Si avrebbe anche, come nello scenario tre, il riferimento continuo dei prezzi esteri, per valutare il livello di efficienza del nostro prodotto. Come farlo? Con filiere corte e controllate, una produzione razionale, un’etichettatura precisa che evidenzi l’italianità totale del prodotto ed un incessante martellamento propagandistico. Forse si potrebbe pure arrivare a vietare la vendita sugli scaffali dei supermercati italiani dei prodotti destinati alla riesportazione. Una strada percorribile? Difficile, servirebbe un’etica ed una volontà che mancano, oltre a dover considerare le eventuali conseguenze internazionali di una scelta del genere. In sintesi, tempi bui per gli agricoltori nostrani, come già lo erano per il mio povero bisnonno.