Fabio Mini è un generale dell’Esercito Italiano in pensione, ma anche saggista ed  esperto di geopolitica. Dal 2002 al 2003 è stato comandante della missione Nato in Kosovo (KFOR) e ha diretto  l’Istituto superiore di stato maggiore interforze (ISSMI). L’Intellettuale Dissidente lo ha intervistato in esclusiva per chiedergli chiarimenti sulla situazione libica, sull’esistenza di una minaccia concreta terroristica per l’Italia e su come dovrebbe comportarsi il Governo Renzi in Nord-Africa.

 

Generale Mini, la Libia è nel caos: il vuoto politico ha lasciato spazio al proliferare del Jihadismo. Si dice che i vertici di Daesh si stiano trasferendo dalla Siria alla Libia. Intanto l’Eliseo ha ammesso di aver compiuto i primi voli di ricognizione sul territorio libico tra Sirte e Tobruk, mentre l’Italia sta a guardare. Infatti Renzi ieri ha dichiarato al Corriere della Sera: “Quattro anni di guerra civile in Libia dimostrano che non fu una scelta felice. E che oggi c’è bisogno di una strategia diversa”. Lei è d’accordo? L’Italia dovrebbe intervenire militarmente in Libia per arrestare l’espansione jihadista?

L’esigenza di una strategia “diversa” è una dichiarazione vuota se non si dice rispetto a cosa. Se intende diversa da quella adottata quattro anni fa è altrettanto vuota perchè lo scopo di quella strategia era eliminare Gheddafi e ci è riuscita: più eliminato di così si muore. Solo qualche sprovveduto nostrano poteva pensare che si potessero assecondare gli alleati nei loro scopi e pensare di salvare ancora una volta il regime. Solo uno sciocco poteva pensare che eliminato Gheddafi la Libia sarebbe diventata un paradiso terrestre. E solamente un imbecille poteva pensare di cambiare la Libia senza togliere di mezzo Gheddafi. Avevamo decenni di esperienza sui crimini e le intemperanze del Colonnello ed eravamo rimasti solo noi a pensare che fosse recuperabile con le blandizie o con il risarcimento di presunti danni di guerra. Siamo stati noi italiani a provocare l’ira degli alleati e a far precipitare le cose. Abbiamo firmato il trattato di cooperazione e difesa anche militare con Gheddafi dimenticando che i nostri alleati della Nato lo consideravano ancora un pericolo per la sicurezza internazionale. Avevamo dimenticato che proprio lui si era opposto al programma di Dialogo Mediterraneo della Nato. Abbiamo finto di non  essere  sottoposti a costante minaccia di bomba umanitaria, visto che il regime era il vero mandante ed esecutore del traffico di migranti.  Ma, guaio ancora peggiore, abbiamo accettato per primi a più riprese le esose richieste del regime di aumento delle royalties su petrolio e gas. Ci sono documenti ufficiali che testimoniano l’incazzatura di francesi, inglesi e americani di fronte alla nostra acquiescenza  che di fatto appariva come connivenza. Abbiamo aperto noi la guerra civile e abbiamo spinto noi la Libia nel caos, quando ci siamo schierati con il regime di Bengasi. E stiamo ancora fomentandola sostenendo l’Egitto nella sua politica di ostilità nei confronti di Tripoli. E in Egitto non c’è andato nessuno dei precedenti governi, ma quello attuale ne ha fatto una meta di pellegrinaggio fingendo di non sapere che anche l’Egitto è un paese di transito e di sfruttamento dei flussi migratori da sud a nord. Lo scopo dell’azione di quattro anni fa era quello di cambiare regime senza pensare al “dopo”, o meglio si riteneva fosse automatico e naturale un passaggio morbido: una ingenuità che cozzava contro ogni evidenza e che politicamente era una manifestazione d’insipienza. Una strategia moderna di guerra deve comprendere la definizione dell’ “end state”, vale a dire dello stato finale da raggiungere per considerare la guerra conclusa con successo. E una guerra che dichiari di voler stabilizzare una regione deve definire e pianificare il “dopo”.  A questo proposito rivendico il primato di averlo scritto in tempi non sospetti quando ho pubblicato il libro “la guerra dopo la guerra”. Ho detto che “se la guerra fosse studiata pensando al “dopo” non ci sarebbe nessuna guerra”. Perchè i problemi del dopo sono spesso insormontabili.  Renzi ha forse recepito questo concetto ma lo applica male. Si limita a dichiararlo per non fare niente. Non offre alcuna soluzione, nessuna idea per il “dopo” libico e meno ancora per quello mediorientale. Non si batte per una linea strategica ma lascia fare gli altri  lavandosene le mani. In questo modo fa la guerra doppia: lascia fare i terroristi e lascia fare quegli alleati che non pensano affatto al “dopo” e preferiscono la guerra permanente, senza fini e senza fine, senza vincitori.

La presenza di miliziani in Libia rappresenta una concreta e diretta minaccia per la nostra sicurezza nazionale? Da lì potrebbero davvero partire missili a lunga gittata verso l’Italia?

Se parliamo di possibilità  ormai tutto è possibile, e c’è una branca della gestione della paura che si occupa di farci credere che è possibile anche l’impossibile.Ma se parliamo di probabilità nel senso che calcoliamo le intenzioni, le forze, le capacità e le vulnerabilità dell’avversario a confronto con le nostre,  le milizie libiche o mediorientali non costituiscono alcuna minaccia sostanziale. I pazzi e i criminali ci sono, ma non esiste avversario che possa sopraffarci, mettere in pericolo la nostra democrazia o il nostro stile di vita o imporre dall’esterno un sistema diverso dal nostro. I pericoli in questo senso, per la nostra libertà, per la nostra serenità, per la nostra democrazia vengono solo dall’interno e dai nostri stessi politicanti eccitati o impauriti.

Il Governo italiano dovrebbe fare qualcosa di più per difendere gli stabilimenti energetici presenti in Libia?

Non mi sembra che in questi quattro anni i nostri impianti e i nostri interessi energetici abbiano sofferto in modo particolare. L’unica istituzione unitaria rimasta in Libia è la Banca Centrale che si alimenta con i proventi energetici e con i nostri soldi. La Banca di Libia paga gli stipendi ai politici e burocrati sia del governo di Tobruk sia di Tripoli. Paga le forze di sicurezza degli impianti, paga diverse milizie e le varie compagnie si guardano da sole con i propri apparati. Quando sentiremo l’Eni chiedere aiuto militare, come hanno fatto le compagnie straniere, allora potremo dire se il governo fa poco o molto. In ogni caso l’Italia non fa assolutamente niente per risolvere  la situazione libica. Schierarsi dietro la cortina fumogena dell’Onu non serve a nulla. E dietro il pretesto di non condividere la strategia  c’è soltanto indifferenza.

Ieri Stolteberg, segretario generale dell’Alleanza atlantica ha dichiarato: “La Nato è pronta ad aiutare la Libia”. L’intervento Nato in territorio libico sarebbe proficuo l’Italia? E le chiedo, restare nella Nato ha ancora senso?

La frase di Stoltenberg è un gioco di parole. Non dice quale Libia va aiutata. Se è quella che vuole la Francia o quella che vogliono gli inglesi, o gli italiani o i tedeschi. Se è quella che vuole l’Egitto o l’Arabia Saudita o il Qatar, se è quella che vuole una dittatura militare o una democrazia “tribale”, se è quella unita o frazionata, se va messa nelle mani bucate di una amministrazione internazionale o in quelle avide di un protettorato di stile coloniale. L’intervento Nato sarebbe soltanto il paravento per gli interessi di un paese o dell’altro di uno schema o dell’altro. Anche l’Unione Europea è assente e inconcludente, e quindi a noi andrebbe male in ogni  caso perchè come minimo  dovremmo rinunciare ai privilegi di cui abbiamo goduto finora, dividere con altri i profitti e  rischiare anche  di essere cacciati. Ma possiamo sempre aspettare e passare con l’Eni dalla parte del vincitore.