E’ passato più di un decennio dalla Via Crucis del 2005, quella rimasta nell’immaginario collettivo per l’immagine sofferente di Giovanni Paolo II in ginocchio davanti al televisore. Quella Via Crucis, però, resta nell’immaginario collettivo anche per le dure parole contro la sporcizia nella Chiesa scritte dal futuro Benedetto XVI. Quel grido di dolore e di denuncia aveva mostrato al mondo una Chiesa consapevole dell’esistenza di un problema pedofilia al suo interno e determinata a sconfiggerlo ad ogni costo. La condanna di Ratzinger risuona durante la meditazione che commenta la nona stazione:

 Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. […] La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa.

Già negli oltre vent’anni da prefetto della congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger è l’esponente di Curia più attivo nel contrastare la piaga degli abusi su minori commessi da sacerdoti: l’allora cardinale ha un ruolo centrale nell’introduzione della Sacramentorum sanctitatis tutela, la nuova legge promulgata da Giovanni Paolo II nel 2001 che include questi casi nell’elenco dei delitti canonici posti sotto la giurisdizione dell’ex Sant’Uffizio, sottraendoli alla gestione, opaca in alcuni casi, delle diocesi locali. Il contributo di Ratzinger a questa misura risulta evidente dalla lettera della Congregazione per la dottrina della fede che accompagna la promulgazione e che presenta le modalità pratiche di attuazione del motu proprio papale. La lettera De delictis gravioribus, infatti, porta la firma di Ratzinger e fornisce a tutti i vescovi del mondo le linee guida per l’applicazione delle norme sostanziali e processuali previste dalla nuova legge. Nell’epistola “il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età” viene inserito tra i cosiddetti delicta graviora, cioè gli atti che la Chiesa giudica più criminosi. La nuova normativa prevede l’estensione del termine di prescrizione canonica fino a 10 anni di distanza dal compimento della maggiore età del minore coinvolto. Nel 2002 questa misura è stata ulteriormente potenziata con una modifica che ha, de facto, comportato l’imprescrittibilità di fronte a casi così gravi ammettendo la possibilità di deroghe che vengono generalmente concesse.

Joseph Ratzinger nel 2003

Joseph Ratzinger nel 2003

La De delictis gravioribus è stata al centro del noto documentario “Sex crimes and the Vatican” realizzato dalla BBC e trasmesso in Italia nel 2007 all’interno della trasmissione “Anno Zero”. Un’analisi attenta della lettera smaschera la tendenziosità del documentario e rivela una verità completamente opposta rispetto a quella raccontata nell’inchiesta inglese: la ricostruzione della BBC fa confusione tra la Crimen sollicitationis, emanata dall’allora Sant’Uffizio nel 1962, e la De delictis gravioribus redatta da Ratzinger nel 2001 proprio al fine di integrare e rivedere la precedente istruzione alla luce dei nuovi codici canonici. Intanto, come ha fatto giustamente notare Massimo Introvigne, la Crimen sollicitationis fa giusto un breve accenno ai casi di abusi su minore ed è principalmente dedicata agli episodi – all’epoca più frequenti – di adescamento delle penitenti operati dai sacerdoti per mezzo della confessione.

Proprio il cambiamento delle priorità che la Chiesa si trova ad affrontare nell’epoca odierna, specialmente alla luce dello scandalo pedofilia, aveva convinto la Congregazione per la dottrina della fede a colmare questo potenziale vulnus e ad aggiornare un documento ormai datato come la Crimen sollicitationis mediante la redazione della De declitis gravioribus. Dal documentario inglese esce, inoltre, un ritratto completamente erroneo della Crimen sollicitaionis accusata di prevedere la scomunica per chi denunciava gli abusi quando, in realtà, la scomunica è prevista per chi, venendone a conoscenza, sceglie di non denunciare.


Sex Crimes and the Vatican

“Sex crimes and the Vatican” viene realizzato e trasmesso all’indomani dell’elezione al soglio pontificio di Benedetto XVI. Una circostanza temporale che, unita alle numerose superficialità e forzature che lo contraddistinguono, configurano il documentario come un attacco mediatico alla figura di un pontefice indigesto al mainstream occidentale a causa della sua strenua opposizione al relativismo etico. Solo con questa lettura, infatti, si può spiegare come sia possibile che il porporato a cui si deve il pugno duro della Chiesa contro la pedofilia tra la fine e l’inizio del nuovo millennio venga presentato come una sorta di protettore di preti pedofili e vescovi insabbiatori. All’interno della Curia è Ratzinger il maggiore propugnatore della linea della trasparenza sull’affaire pedofilia e la sua De delictis gravioribus, lungi dall’essere un documento omertoso come sostiene la tesi esposta nel documentario della BBC, rappresenta la prova più significativa della volontà ecclesiastica di fare pulizia di fronte ad un fenomeno sempre più attuale.

Basti pensare che il testo redatto da Ratzinger obbliga i vescovi a denunciare il crimine alle autorità civili nel rispetto di quanto prevede il rispettivo ordinamento nazionale. Una disposizione, quest’ultima, già prevista dal Catechismo della Chiesa cattolica – promulgato nel 1997 e curato anch’esso da Ratzinger in prima persona – che al paragrafo 2238 recita:

La leale collaborazione dei cittadini comporta il diritto, talvolta il dovere, di fare le giuste rimostranze su ciò che a loro sembra nuocere alla dignità delle persone e al bene della comunità.

Il segreto pontificio rinfacciato a Ratzinger dai suoi detrattori come pistola fumante della sua presunta volontà di occultamento su queste cause, in realtà costituisce una normale forma di tutela nei confronti della vittima e di garanzia per il corretto svolgimento del procedimento. D’altra parte, non è soltanto la giustizia canonica a contemplarlo dal momento che l’articolo 472 del codice di procedura penale prevede che si procede sempre a porte chiuse quando la parte offesa è minorenne. Un particolare che nessuno sottolinea nei giorni del polverone mediatico successivo alla proiezione di “Sex crimes and the Vatican” sulla Rai. La superficiale interpretazione che i media detrattori forniscono di quel “segreto pontificio” serve a riproporre il cliché stantio del Vaticano come covo di intrighi e di silenzi e a gettare fango sull’immagine di Benedetto XVI, proprio quel Papa saggio che si stava caricando della responsabilità di errori che tutti sappiamo non suoi, come ammesso dall’ex portavoce di Giovanni Paolo II, Navarro-Valls.

Joaquín Navarro-Valls

Joaquín Navarro-Valls

La battaglia di Ratzinger contro “la sporcizia della Chiesa” non si ferma con la sua elezione al soglio pontificio ma, al contrario, si intensifica permettendo di dare solidità e continuità alle basi poste negli anni alla guida della congregazione per la dottrina della fede. Il 2010 è l’anno chiave nell’offensiva antipedofili condotta durante il pontificato benedettino: la pubblicazione dei rapporti Ryan, Murphy e Cloyne lascia una macchia profonda sull’immagine della Chiesa irlandese alle prese con mezzo secolo di violenze negli istituti correttivi tenute nascoste alle autorità giudiziarie dai vescovi competenti. La reazione di Benedetto XVI non fa concessioni alle minimizzazioni ed ai giustificazionismi ed è all’insegna del rigore verso i colpevoli e della compassione per la sofferenza arrecata alle vittime ed anche all’amata “Sposa di Cristo”. Alle soglie del periodo pasquale, il papa tedesco convoca in Vaticano i vescovi irlandesi ai quali si rivolge con parole inequivocabili, ricordando che quanto si è verificato nel loro paese non rappresenta solo un crimine atroce, ma anche un grave peccato che offende Dio e ferisce la dignità della persona umana creata a sua immagine. Benedetto XVI pretende che i presuli affrontino “con decisione e determinatezza” i casi di abusi su minori commessi dai sacerdoti irlandesi e che i tre rapporti Ryan, Murphy e Cloyne avevano portato alla luce.

Dopo l’incontro con i vescovi, Benedetto XVI scrive una lettera aperta ai cattolici d’Irlanda in cui confessa loro di condividere

il senso di sgomento e di tradimento […] sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa di Irlanda li hanno affrontati.

Quindi, non una semplice lettera retorica di scuse ma una chiara ammissione delle responsabilità detenute da una parte dei vertici ecclesiastici locali. Inoltre, Ratzinger non si limita a dirsi dispiaciuto per quanto accaduto ma annuncia anche provvedimenti concreti per affrontare la situazione specifica del paese nordeuropeo, disponendo una visita apostolica nelle diocesi coinvolte, nei seminari e nelle congregazioni religiose.

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La lettera ai cattolici d’Irlanda può essere considerata una sorta di manifesto della linea della fermezza portata avanti da Benedetto XVI durante il suo pontificato. In essa, il papa, contrariamente all’iniqua rappresentazione fatta dai suoi detrattori, dimostra di collegare la persistenza della piaga dei preti pedofili alla tendenza ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. In queste parole emerge tutta la contrarietà di Ratzinger di fronte agli episodi di reticenza e di omertà di cui si sono macchiati alti dignitari ecclesiastici allo scopo di difendere il buon nome della Chiesa ma contribuendo, in tal modo, ad infangarlo.

Un’altra novità impressa da Benedetto XVI all’approccio della Chiesa sulla questione pedofilia è la centralità attribuita alle vittime. E’ lui il primo papa ad incontrare di persona le vittime di abusi compiuti da sacerdoti cattolici. Sono sei le occasioni che si verificano tra il 2008 ed il 2011 negli States, in Australia, a Malta, in Germania, in Inghilterra e a Roma con vittime canadesi. Incontri segnati dalla condivisione della sofferenza per quelli che Benedetto XVI definisce senza remore dei “crimini orribili”. Incontri, inoltre, che lasciano tracce profonde non solo sul papa, aumentandone la consapevolezza della gravità della questione e al tempo stesso la determinazione ad affrontarla con il pugno di ferro, ma anche sulle vittime: significative le testimonianze dei maltesi Joseph e Manuel che, dopo aver visto Benedetto XVI in lacrime durante il colloquio, hanno confessato di aver riscoperto la fede, chiedendosi “perché [il papa] soffre così per una cosa di cui non ha nessuna colpa?”.

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In Ratzinger, la lotta contro la pedofilia nel clero è andata di pari passo con quella in difesa della fede cristiana in Occidente. Infatti, Ratzinger stabilisce una connessione tra il fenomeno degli abusi e quello della scristianizzazione, affermando che:

lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti […]Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione.

Nonostante l’evidente accanimento nei confronti della Chiesa cattolica, la cui immagine viene costantemente e strumentalmente associata quasi esclusivamente ai casi di pedofilia, sebbene poi, secondo quanto sostiene il sociologo Philip Jenkins, il problema abbia dimensioni maggiori presso altre istituzioni religiose, Benedetto XVI decide di rifiutare sempre qualsiasi tipo di alibi, facendo sì che la Chiesa si concentrasse sul processo di purificazione interna anziché spostare l’attenzione sulla tesi della persecuzione mediatica. Mosso dalla consapevolezza che il problema esiste e va affrontato e risolto, non aggirato, Benedetto XVI punta a ripristinare in pieno la credibilità della Chiesa senza nascondersi dietro a possibili giustificazioni. Così, durante il volo diretto a Fatima per il decimo anniversario della beatificazione dei due pastorelli nel 2010, Ratzinger chiarisce nettamente questa posizione rispondendo a chi gli chiede se la sofferenza della Chiesa profetizzata nelle apparizioni portoghesi si riferisse anche ai recenti scandali legati alla pedofilia. Dice Benedetto XVI:

Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia.

E per giustizia, Ratzinger dimostra di intendere non solo quella canonica anche quella ordinaria: nelle durissime parole che indirizza ai preti colpevoli di abusi, Benedetto XVI gli dice chiaramente che dovranno rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Sanzioni canoniche e denuncia alle autorità giudiziarie, dunque, devono andare all’unisono. Il pontificato benedettino sgombra il campo da qualsiasi ambiguità, impone ai colpevoli di sottomettersi alle “esigenze della giustizia“, condanna i tentativi di copertura operati dai loro superiori, ribadisce che la principale preoccupazione deve essere la cura delle vittime.

Benedictus_XVI_fanon_2013

A tal fine, Benedetto XVI ha deciso di inasprire la normativa che lui stesso aveva fortemente voluto nel 2001 e contenuta nel motu proprio “Sacramentorum sanctitis tutela” e nella lettera “De gravioribus delictis” da lui personalmente redatta come prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Nel 2010, dunque, vengono aggiornate le norme sui delicta graviora rispetto alla versione del 2001. Novità importanti che accentuano la tolleranza zero in materia sono costituite dall’equiparazione degli abusi commessi da sacerdoti su persone diversamente abili a quelli commessi su minori. Per velocizzare l’iter di fronte ai tribunali canonici, viene ammessa, poi, la possibilità di procedere “per decreto extragiudiziale” anziché per “via processuale giudiziale”. Per maggiore trasparenza, inoltre, vengono aperte le porte dei tribunali canonici, come avvocati o procuratori, anche ai laici e non solo ai religiosi. Questo aggiornamento ha, poi, comportato l’allungamento della prescrizione dai dieci ai venti anni dopo il compimento della maggiore età della vittima; misura a cui si aggiunge il mantenimento della politica di accoglimento generale delle deroghe già inaugurata nel 2001.

I risultati della linea di tolleranza zero impressa da Ratzinger non sono tardati ad arrivare: grazie all’aggiornamento voluto da Benedetto XVI nel 2010, in soli due anni sono stati ridotti allo stato laicale – il provvedimento disciplinare più grave per la Chiesa cattolica – quasi 400 sacerdoti accusati di molestie ed abusi su bambini. Con la sua rettitudine morale, Benedetto XVI è riuscito a condurre la barca di Pietro nel mezzo della tempesta dello scandalo pedofilia e, da buon condottiero, ne ha lasciato il timone soltanto quando quelle acque si sono calmate, dopo aver preparato i mezzi con cui fare pulizia della “sporcizia” che la stava zavorrando.