E’ di questi giorni la decisione della Consulta di rimandare il giudizio sull’Italicum a dopo il referendum costituzionale. Si parla di gennaio 2017. La motivazione principale pare essere la difficoltà di valutare la legge elettorale senza avere la certezza sull’assetto istituzionale del Paese. Nelle intenzioni originarie del premier, le due riforme sono saldate assieme dalla forza della coerenza logica, data l’inutilità dell’una senza l’altra di fronte all’obiettivo sbandierato della governabilità. Avere una maggioranza bulgara alla Camera non avrebbe senso con un Senato sostanzialmente proporzionale, si ripeterebbe la necessità di elemosinare verdiniani di oggi. Al contrario, avere la Camera con un Senato depotenziato ed eletto su base territoriale, dove il Pd è ancora tradizionalmente forte, darebbe al Governo un potere sostanzialmente illimitato, senza contrappesi. Questo dunque il progetto di Renzi, forte dell’appoggio di Bruxelles e Washington, ai quali le lungaggini del parlamento provocano fastidiose orticarie al momento del recepimento di nuove direttive. Di traverso si son messi però, ancora una volta i cittadini (i non più giovani ricorderanno la stangata presa dalla Dc sulla “legge truffa”), che a rigor di sondaggi spedirebbero al governo dritti dritti i 5 Stelle. Di qui le progressive aperture di Renzi alle modifiche dell’Italicum.

A questo punto, la palla passa alle opposizioni. Il 21 settembre si voterà la mozione sull’Italicum presentata prima dell’estate da Sinistra Italiana. Nel mentre, il Movimento 5 Stelle rilancia il suo Democratellum, la proposta scritta in Rete tre anni fa, basata su di un proporzionale quasi puro, collegi medio-piccoli per garantire il legame tra deputati e territorio e un’interessante sistema di preferenze e contro preferenze. Renzi da New York conferma, almeno a parole, la disponibilità al dialogo, girando la patata bollente al centro destra. Forse se ne sarebbe potuto discutere collegialmente prima.

Ora, la questione della governabilità è vecchia almeno quanto Craxi. Essendo la Costituzione nata in antitesi al fascismo, che fu, dal punto di vista istituzionale, qualcosa di simile ad una gigantesca ipertrofia dell’esecutivo, essa effettivamente pecca in direzione opposta. Inutile citare il numero spropositato di governi che si sono succeduti, uno più atrofico dell’altro, in attesa di una morte certa per consunzione. Preso atto del problema, due sono le soluzioni. La prima è copiare dagli inglesi il sistema maggioritario, che consente la formazione di stabili maggioranze parlamentari a scapito della rappresentanza. E’ la strada che si è cercato più volte di percorrere, provocando più disastri che altro. L’alternativa sono il modello francese o quello americano, espressione l’uno centralista e l’altro federalista di un sistema presidenziale, nel quale il capo dell’esecutivo e dello Stato viene eletto direttamente dal popolo e non ha bisogno della fiducia del Parlamento. Con esso deve dialogare, chiaramente, per le questioni nelle quali le competenze si sovrappongono, ma può venirne sfiduciato solo in rari e ben circostanziati casi. Questa è la strada che, probabilmente, sarebbe più consona allo spirito del Paese. Essa consentirebbe infatti di mantenere il proporzionale per le camere (che possono essere una o due, indifferentemente) e di avere un Governo solido, in grado di rappresentare l’Italia all’estero.

Renzi ha scelto una terza via, replicando sostanzialmente la Legge Acerbo del 1923, quella che consentì a Mussolini di blindare il suo potere. Sono entrambe leggi gravate dal più grave dei peccati, molto frequente nel nostro Paese: sono figlie della contingenza, non di principi assoluti. Entrambe hanno avuto e vorrebbero avere lo scopo di garantire una solidissima maggioranza parlamentare al Governo in carica, annullando i contrappesi normalmente vigenti in un ordinamento democratico. La differenza sostanziale è che Renzi non è Mussolini, e si è accorto di essere destinato a fallire.

Ora, se l’ipotesi più perniciosa è il sì al referendum, l’Italicum immodificato ed una vittoria di Renzi, anche una vittoria a 5 Stelle sarebbe probabilmente inutile in questo contesto. Il nuovo Senato infatti, per quanto inutile su quasi tutto, avrebbe il potere di mettere i bastoni tra le ruote proprio nei temi cruciali, come i trattati europei e la politica estera. Se, viceversa, vincerà il no, una riforma dell’Italicum sarebbe imperativa, dovendo coinvolgere necessariamente il Senato. In quale direzione però? Il Democratellum è una buona proposta, che ha il merito particolare di essere stata scritta avendo in mente gli assoluti e non il particolare e l’interesse, ma non garantirebbe solidità al governo. Anzi, sarebbe un notevole passo indietro. Se la forza della retorica di Renzi sulla questione referendaria si annida in due punti, la voglia (e la necessità) reale di governabilità e la retorica del risparmio, al Movimento non può bastare vincere facile sulla seconda. Una controproposta, in senso presidenziale, sulla Costituzione, aiuterebbe una fetta, probabilmente consistente, di indecisi a votare no in Ottobre.