La nuove legge elettorale, il cosiddetto “Italicum”, introduce per la prima volta in Italia il meccanismo del “doppio turno” alle elezioni legislative, che invece era già esistente per l’elezione dei sindaci. Se nessuna lista dovesse ottenere almeno il 40% dei voti, le due liste più votate andrebbero al ballottaggio. Apparentemente questo sistema dovrebbe riuscire a garantire una maggioranza assoluta dei voti al vincitore, ma in realtà innesca, come vedremo, una spirale perversa.

Per capirne gli effetti si può osservare ciò che è successo durante le ultime regionali in Francia, paese nel quale questo sistema è in vigore da molto tempo. Nonostante il Front National avesse ottenuto la maggioranza relativa nel complesso e in molte singole regioni al primo turno, è risultato molto penalizzato al ballottaggio. Questo perché i socialisti hanno scelto di sostenere i conservatori, per evitare una vittoria di Marine Le Pen, considerata peggiore rispetto alla destra di Sarkozy.

A prescindere dall’opinione che si può dare sul Front National e sugli altri partiti, un fatto risulta chiaro: i due principali avversari coalizzandosi al secondo turno, pur avendo ognuno di loro percentuali inferiori, sono riusciti a ottenere una vittoria netta sul terzo incomodo, vittoria che non corrisponde alle preferenze espresse dai francesi.

Quello del doppio turno è un sistema che favorisce i partiti dell’establishment politico, cioè quelli più abituati alla gestione del potere. Qualora, infatti, si presentasse una forza di opposizione ad essi in grado di ricevere un alto consenso, i partiti “di governo” possono facilmente coalizzarsi al secondo turno, serrare le fila e invitare gli elettori a sostenere i vecchi avversari in nome della “difesa della democrazia”. Ad alcuni candidati del PS è stato imposto di ritirarsi, per favorire i conservatori e alcuni elettori socialisti hanno accettato di votare, seppure a malincuore, per i conservatori, pur di scongiurare il “pericolo per la democrazia”.

In altre parole i partiti dell’establishment, grazie al doppio turno, possono facilmente costituire alleanze tattiche e informali in caso di bisogno, per estromettere forze giovani capaci di conquistare il governo locale o nazionale. Non vale tuttavia l’inverso: queste ultime difficilmente potranno contare sul sostegno di altri partiti “periferici” e anche comprensibilmente, perché i loro programmi sono molto diversi. In Francia, infatti, è stato facile pensare a un’alleanza tattica tra socialisti e conservatori, ma sarebbe stato impensabile che, ad esempio, i comunisti o il Front de Gauche sostenessero il FN al ballottaggio. I partiti abituati ad alternarsi al potere generalmente possono trovare una base comune sulla quale allearsi in caso di estrema necessità, magari senza troppo entusiasmo, fosse anche il semplice odio per i partiti “anti-sistema”. Sono in genere quelli più spregiudicati nelle alleanze, perché considerano il controllo del governo prioritario rispetto al programma politico e possono trovare nell’avversario-alleato punti di convergenze. Possono inoltre contare su una base “fidelizzata” di elettori, a prescindere dalla loro proposta politica. Al contrario i partiti che intendono sostituirsi all’establishment cercano di differenziarsi, di marcare le differenze rispetto alle passate amministrazioni e agli altri partiti e molto spesso cercano proprio di evidenziare la somiglianza di quelli al potere; questa è la loro forza ma anche la loro debolezza perché non possono allearsi con chiunque.

Il caso francese può insegnare molto all’Italia. Nel nostro Paese, infatti, esistono due partiti che sono stati i principali gestori del potere politico, ovvero il Partito Democratico e Forza Italia. Questi, un tempo avversari, non hanno avuto problemi ad allearsi (seppure con qualche insofferenza interna, ma senza troppi rimpianti) si pensi al cosiddetto “Patto del Nazareno”. Esistono poi altre forze non abituate alla gestione del potere e che cercano di proporsi come strumenti di rinnovamento radicale (secondo ciò che dicono loro). I più grandi di questi partiti sono il Movimento Cinque Stelle, che non ha mai governato a livello nazionale, e la Lega Nord, che ha governato ma solo in coalizione con partiti più grandi. Inoltre la Lega di Salvini ha cercato di rinnovarsi rispetto a quella di Bossi, di dare un’immagine di forza antisistemica (spesso senza troppa coerenza). In caso di Ballottaggio, dunque, risulterebbe più facile pensare a un’alleanza, per altro già avvenuta, tra PD e Forza Italia, con quest’ultimo a sostenere il primo, piuttosto che tra Lega e Cinque Stelle, che non sarebbe seguita da molti elettori e militanti di questi ultimi.

La conclusione che se ne può trarre è che il doppio turno è un sistema che favorisce i partiti (storicamente) al potere e sfavorisce quelli di opposizione. I primi possono in genere contare su una alleanza tattica in caso di ballottaggio, i secondi possono solo sperare di superare la soglia che permetta l’accesso al premio di maggioranza, per quanto ciò sia improbabile.

Dovrebbe far riflettere questa deriva presidenzialista in un sistema di tipo tendenzialmente parlamentare come quello italiano. I partiti dell’establishment, in particolare il PD, hanno bisogno di garanzie sulla continuità dei loro governi, in modo da perseguire il programma di restaurazione che hanno intrapreso. Non che questo non possa essere portato a termine da altri. Ma il PD è quello che più riscuote la fiducia delle oligarchie, le quali in questo momento storico non vogliono incorrere in spiacevoli inconvenienti. La democrazia è un lusso che non si possono permettere, se non celebrandola in forma puramente simbolica.