Ci sono cose che è difficile credere di poter vedere nell’arco di una vita, eppure una di queste è davanti agli occhi di tutti noi: il Pd è riuscito a partorire un premier nazional-popolare. Matteo Renzi infatti, prima di imbarcarsi per l’ultima cena di Stato obamiana, ha fatto tappa nella sua Firenze per inaugurare il convegno “Gli Stati Generali della Lingua Italiana nel mondo”, due giorni di incontri e studi sullo stato di salute della nostra lingua. Dietro al buon Matteo, nella splendida cornice di Palazzo Vecchio, campeggiava il titolo del convegno: “Italiano lingua viva”. Solitamente, quando si sente il bisogno di riaffermare ciò che fino a ieri si considerava un’ovvietà è bene porsi qualche domanda. In questo caso se l’italiano non sia piuttosto, nonostante gli sforzi retorici del premier e degli altri relatori, una lingua ormai morta o, perlomeno, prossima alla dipartita.

Il fiorentinismo al governo si scorda che l'italiano nasce in Sicilia

L’ultra-fiorentinismo del governo si scorda che l’italiano nasce in Sicilia

Lo stesso Renzi, fiorentino doc, uno che col volgare ci sa fare, è probabilmente uno dei sintomi del grave stato di debilitazione di cui soffre la lingua di Dante. Nei dieci minuti in cui ha tenuto il palco, scherzandoci sopra, il premier ha infilato un paio di anglicismi. Il più grottesco è stato prontamente ripreso da un quotidiano sempre in prima linea in queste cose, Repubblica, che ha titolato: -Lingua italiana, Renzi: “Serve una gigantesca scommessa sul made in Italy”-. Qualcosa, onestamente, laggiù da qualche parte, non ha retto alla forza dell’ossimoro ed ha cominciato a rotolare. Queste sono tuttavia piccolezze. Si può scusare un quotidiano d’impronta estremista (chiaramente liberal), un po’ meno chi ha la faccia tosta di parlare di difesa dell’italiano e poi chiama un documento ufficiale dello Stato “Jobs Act”, quando fino a ieri era il parlamento inglese ad arrogarsi il diritto di scrivere leggi nella propria lingua madre. Miracoli della globalizzazione.

Proprio il grande nemico di questi tempi, l’omogeneizzazione economia e dunque culturale del pianeta per interposto libero mercato, rende subito evidente il paradosso del Renzi-pensiero versione Palazzo Vecchio. In politica, perlomeno se si vuol provare a farla seriamente, sarebbe opportuno dotarsi di una ferrea coerenza logica, se non di prassi almeno di pensiero. Quando vengono partorite dal medesimo cervello, le varie idee ed opinioni che riguardano gli innumerevoli argomenti che sfiorano la categoria del politico dovrebbero potersi concatenare l’una all’altra, logicamente, fino a chiudere il cerchio. Avere un pensiero organico purtroppo però è molto difficile e spesso non paga. Generalmente è più facile inseguire consensi colpendo a casaccio, sparando fotogrammi di presunta attività neuronale qua e là in un balenar di telecamere. Così Renzi ha deciso di dar prova della buona formazione liceale di chi gli scrive i testi, scherzando su Dante e referendum, facendo sua una battaglia che potrebbe impressionare positivamente le casalinghe di Voghera superstiti. Eppure quei dieci minuti di palco sono stati un concentrato di anacronismi.

Lingua italiana, Renzi: "Serve una gigantesca scommessa sul made in Italy"

Le ultime parole di Renzi: “Serve una gigantesca scommessa sul made in Italy”

Affastellando luoghi comuni in un processo di contaminazione materialista di un discorso prevalentemente culturale, il Premier si è doluto dell’incapacità italiana di sfruttare il fascino, anche linguistico, dei nostri stereotipi positivi artistico-estetici per esportare di più. Questo il succo: l’italiano e l’Italia hanno ancora appeal, siamo la patria del bello, non facciamoci fregare da chi chiama parmesan il parmigiano tarocco e rilanciamo, attraverso la nostra immagine all’estero, i nostri settori di punta. Tutto questo, chiaramente, all’interno del campo di gioco predefinito: la globalizzazione neoliberista. Eppure alcune riflessioni sorgono spontanee. Da un punto di vista strettamente linguistico “parmesan” è un successo: abbiamo esportato un nuovo termine dopo “pizza”, anche se gli incassi non vengono in Italia. O dovremmo forse incazzarci con qualunque non italiano che chiami “pizzeria” il suo ristorante di Nuova Delhi? Nell’ottica di fondo del Premier, l’Italiano diventerebbe la lingua globale della moda e dell’agro-alimentare, anglicizzato e storpiato, ma non sarebbe certo più vivo.

La contraddizione profonda infatti è nell’ambivalenza intima del convegno e del premier: difendere l’Italiano e la globalizzazione contemporaneamente è impossibile. Ad un certo punto Renzi dà la sua personalissima definizione di globalizzazione, unita ad una dichiarazione d’intenti: “cornice culturale internazionale in cui l’Italia sia nelle condizioni di essere elemento di attrazione, […] di richiamo, […] di bellezza”. Ecco, forse qualcuno dovrebbe far notare al premier che la globalizzazione non è inter-nazionale, quello era il mondo pre-seconda guerra mondiale, in parte anche post fino alla caduta del muro di Berlino. La globalizzazione è sovra-nazionale, dunque non prevede le nazioni. Vediamo di fare un paragone semplice. Qualcuno disse che la storia si ripete sempre due volte, la seconda in farsa. Non è così semplice, ma è vero che spesso sono esistiti micro-cosmi in grado di anticipare dinamiche e fenomeni che si sarebbero poi ripetuti simili su scala più ampia. Uno ce l’abbiamo in casa. Quando i nostri avi fecero l’Italia erano alquanto stufi della precedente “cornice culturale internazionale”, quella sì tale, cioè la difficile convivenza tra staterelli di piccola dimensione e ancor minore potenza. Così, al di là delle belle speranze federaliste di Cattaneo o del Gioberti, fecero una micro-globalizzazione intramoenia e la chiamarono Italia. Le piccole realtà territoriali e dunque culturali precedenti piano piano scomparvero. I dialetti rimasero fino all’avvento della scolarizzazione di massa e della televisione. Oggi sopravvivono nelle nostre riserve indiane, nello Strapaese dei borghi di montagna, al Sud, in qualche nicchia ben protetta, ma per quanto ancora? Il declino è innegabile, da lingue vivissime sono ormai diventati fantasmi di un passato lontano. Qualcosa di simile, si può prevedere, avverrà all’italiano perché non di ordine tra nazioni si tratta, ma dell’uccisione delle medesime e dunque della loro espressione massima, la lingua.  Una seconda contraddizione evidente nel discorso del premier è quella giustamente esposta da Bartezzaghi sul Tirreno: “Una lingua è tanto più forte quante più sono le cose che si possono dire solo in quella lingua, e che in quella lingua sono nate: vestiti, brevetti industriali, libri, musiche, canzoni, film, pietanze. Più cose nascono in italiano, più l’italiano verrà adottato come lingua d’affezione all’estero.”

Il secondo numero del Bestiario intitolato “Italianity” (illustrazione di Mario Damiano) raccontava ai lettori come il governo ha trasformato l'identità italiana in un brand, snaturandola completamente

Il secondo numero del Bestiario intitolato “Italianity” (illustrazione di Mario Damiano) raccontava ai lettori come il governo ha trasformato l’identità italiana in un brand, snaturandola completamente

In soldoni: una lingua è viva quando è espressione di una società curiosa, attiva, intraprendente, insomma vitale. Quando ha il proprio baricentro all’interno di sé stessa e può guardare al mondo, quando inventa e crea, invece di assorbire solamente. Dal momento in cui decreti una battaglia di retroguardia, stai difendendo chi è prossimo al trapasso. E l’Italia di oggi è sull’orlo del baratro. Forse un’altra Italia, o più propriamente qualcosa d’altro, di più o meno simile, rinasceranno in questo lembo di terra che si inabissa nel Mediterraneo, ma non sarà più ciò che oggi conosciamo con tale nome. Per tornare al parmigiano, ha senso fare gli schizzinosi quando ormai i casari sono tutti immigrati indiani perché gli autoctoni o non sono nati o hanno preferito andare a far kebab a Londra? Se non altro il lascito della tradizione, il nome, si è trasmesso, visto che perfino i tarocchi cinesi lo utilizzano storpiato. Ma quella tradizione da cui è nato è morente e, soprattutto, non è stata sostituita da una qualche innovazione. Non possiamo fermarci ad un formaggio lodato già da Plinio e lamentarci per una questione di brevetti tardo-imperiali. Non sarà il parmigiano a salvare l’italiano quando praticamente la totalità della produzione letteraria accademica è in lingua inglese. Non lo salveranno neanche le cinquantaquattro app per insegnarlo ai cinesi, così che possano scrivere parmigiano giusto, se nelle nostre università teniamo interi corsi in inglese. Abbiamo donato al mondo il lascito di praticamente tutta la terminologia musicale classica. Quanta musica di qualità produciamo oggi? Quante serie televisive? Quanti film di spessore, quanti romanzi? Se guardiamo alla sfida del presente invece, all’informatica, lo scenario è ancora più tetro. Possiamo discutere su quanto abbia senso la battaglia, ugualmente di retroguardia, giocata da spagnoli e francesi tra un ratòn ed un ordinateur, ma almeno loro ci hanno provato ad appropriarsi di quei concetti, noi no. Figuriamoci proporne uno nuovo, quando migliaia di giovani ben formati scappano ogni anno verso la Silicon Valley. Qualcuno dovrebbe dire a Renzi che là non si parla la lingua di Dante.

Non produciamo più concetti originali e non potrebbe essere altrimenti. Già tentennanti nell’identità (perché quando si parla di lingua fondamentalmente si entra anche nel campo delle identità collettive) non abbiamo retto l’urto proprio con “la grande opportunità” (citazione dello stesso discorso del premier) della globalizzazione. Assaltati da telefilm e soap-opera, rigorosamente tradotte per carità, ma certamente non nostre; invasi da prodotti, più o meno tecnologici, la cui origine non si trova certo tra il Resegone e il lago di Como; seguaci di volta in volta della moda orientale od americana di turno, dallo yoga al pilates, abbiamo perduto noi stessi prima ancora della nostra lingua. Non è con le battaglie di retroguardia, difendendo il passato, che i nostri nipoti saranno ancora in grado di leggere la Divina Commedia. Per essere lingua viva, l’Italiano ha bisogno dell’Italia. Peccato che sia scomparsa, un pezzetto a Londra, uno a New York, uno chissà dove. Quando Amerigo Vespucci nomò l’America, per interposto cartografo tedesco, l’Italia politica era lungi da farsi, ma la società italiana era ancora ben vitale, era ancora il centro di sé stessa. Oggi è una nave alla deriva, in gran tempesta, con Renzi come nocchiere.