La televisione, come il fumo, è un vizio da cui appare meglio allontanarsi nel più breve tempo possibile: e come le sigarette al mentolo fanno in potenza più male di quelle normali, i talk politici risultano ancor più dannosi per la salute mentale del povero telespettatore rispetto ai debosciati del Grande Fratello e ai ghirigori deprimenti della tv di stato. Da un lato sta il vuoto pneumatico del rimbambimento ammiccante e pecoreccio, una specie di Giovannona coscia lunga eretto a sistema. Dall’altro – quel versante che interessa maggiormente un misero idiota che ancora s’interessa ai destini della repubblica – l’alterigia fa da contorno al disprezzo, la vanagloria lotta con la noia, pance e tripli menti sommergono di grasso lo squallore di megafoni rincoglioniti. In breve, il culturame stupra la logica in diretta, 24 ore su 24 sette giorni su sette, e come premio all’eroico martire che dalla trincea poltronata tenta di resistere gli strali livorosi degli ottimati incartapecoriti consegnano alle plebi in ascolto il leit motiv dei servi ossequianti i loro padroni. Quanto odio, quanta sozza propaganda classista e psicopatica, sociofobica e infame v’è quotidianamente nelle trasmissioni politiche?

Soprattutto di questi tempi, tutto ciò oltrepassa di troppo il consentito. E se almeno essere disprezzati da un Taillerand o da un Metternich può comunque avere un senso, osservare alla mattina gli alti gradi del nostro giornalismo annaspare in figure barbine significa assistere a un vaudeville mal recitato, sospeso tra pressapochismo misto a spocchia e rancore, il tutto gentilmente regalato agli italiani di prima mattina. Scendiamo nel particolare.

Il miglior italiano d’America, il sempreverde Johnny Riotta, ospite di Agorà raggiungeva ieri mattina una malafigura tra le più brillanti del culturame recente. Sdegnato da un insistente richiamo alla carta costituzionale, il nostro inorridiva allorché il battagliero Rinaldi accompagnava al criminale sovranità il lemma popolo, orrida espressione che richiama alla mente di chi vive nei loft di Manhattan teorie sterminate di stracciati lazzaroni, puzzolenti sottoproletari vocianti e maleducati, superbi greggi che cianciano di diritti lavoro.

Giustamente sdegnato, il nostro non poteva certo ammettere che simil torpiloquio ammorbasse l’aere della terza rete: si può infatti correre il serio rischio di lasciare allo spettatore l’impressione che, in fondo, la Costituzione affermi il diritto di un popolo a governarsi da sé, senza padroni né re di coppe. Eccolo allora cercare sponde, ammiccare alla conduttrice in cerca di una solerte mano d’aiuto. Chi autorizza Rinaldi a diffondere notizie false di simile caratura? Di questi tempi così travagliati, mettere nella testa del popolo bambaccione codeste illusioni è una follia, non l’avete sentito Mattarella? Che volete, l’Ottocento? Stendendo un velo pietoso sul prosieguo del siparietto – la risata isterica di mister Johnny parla plasticamente da sé – vorremmo approfittare del fatterello per sottolineare ancora una volta l’importanza della Costituzione nell’attuale frangente politico. Si parla tanto di sovranismo e populismo, ma chi riesce a darne una spiegazione compiuta?

Nessuno, perché quelle sono etichette vuote, parole create dai padroni del discorso ad uso e consumo della propaganda. Non è un caso, infatti,  che i media di regime da tempo si siano concentrati sulla battaglia anti-sovranista, versione 2.0 del populismo con in più una spruzzata di nazionalismo (ovviamente becero) e xenofobia (tendente al fascismo, ca va sans dire). Orban? Sovranista. Putin? Idem. Salvini, AfD, gli inglesi pro-Brexit, la Le Pen? Tutti sovranisti. La cosa ha un che di surreale, se ci si ferma un attimo a riflettere.

Matteo Salvini, noto "sovranista"

Matteo Salvini, noto “sovranista”

L’articolo 1 della nostra Costituzione, al secondo comma tanto mal compreso dal buon Riotta, afferma:

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione

Ora, non potendo certo retrodatare le accuse di sovranismo a La Pira, Fanfani e soci qualcuno dovrà pur chiedersi perché il concetto di popolo… sovrano è scolpito dai costituenti tra le primissime righe del testo fondamentale della repubblica. Domanda ovvia, in altri tempi, che oggi però suona rivoluzionaria: forse perché uno stato o è sovrano… o non è? E se uno stato sovrano vuole essere democratico, a chi deve appartenere – si noti la scelta del verbo – il potere fondamentale che legittima tutto se non al popolo? E infine, quale elemento se non la costituzione, fonte che superiorem non recognoscens può limitare e informare l’attività di libera determinazione popolare?

Sono interrogativi basilari, primi ed elementari punti di fatto insegnati – almeno un tempo – in qualunque corso di diritto. Se però si comprende il disegno dei padri costituenti, la volontà cosciente di creare una forma nuova di democrazia sociale in cui la repubblica fondata sul Lavoro interviene attivamente per

rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Si comprende in fondo che non può esservi uno stato, figurarsi una repubblica democratica, senza sovranità, e che quindi le accuse di sovranismo sono ridicole e stupide quanto i suoi megafoni: avrebbe senso additare qualcuno di legalismo, onestismo, democratismo?

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Il velo cosmetico del linguaggio nasconde ancora una volta la cruda realtà dei fatti: distruggere quel che resta della logica democratica per saccheggiare le macerie dello stato sociale e imporre un’egemonia ferrea del laissez-faire reazionario e nazistoide. Quando un presidente della repubblica come l’attuale afferma che il sovranismo sia seducente ma inattuabile e che nessuna grande sfida può essere affrontata da un qualunque paese membro dell’Ue, preso singolarmente non fa che confermare l’assunto di cui sopra, distruggendo qualunque residua credibilità nella figura del capo dello stato. Può infatti il garante sommo della costituzione negarla – insieme a logica e buon senso giuridico – così evidentemente? No. Per cui da tempo sosteniamo di finirla col sovranismo: negare legittimità alle parole dei padroni è infatti il primo passo per abbatterli, lezione orwelliana quanto mai attuale. Se per sovranismo si intende la difesa dell’indipendenza nazionale, la repressione finanziaria, la difesa delle classi subalterne, la costruzione di un modello economico equo e la valorizzazione dell’uomo rispetto al profitto chi oserebbe dipingere con tinte negative un simile concetto se non un sociopatico o un criminale (dunque… un liberale)?

Ribaltare il rapporto accusatore-accusato rivela l’inconsistenza criminale del progetto eversivo pro domo UE e permette a masse crescenti di acquisire consapevolezza: chi ciarla contro le derive sovraniste verrebbe pertanto allo scoperto, mostrando la verità della propria follia: distruggere la Repubblica per rendere schiavi gli italiani di oggi e di domani. Se cadono i trucchi linguistici, terminano le ipocrisie e il gioco si fa semplice: o dalla parte del popolo italiano e della sua Costituzione, o contro. Vuoi vedere che alla fine di sinceri democratici non resterebbero che i sovranisti?