Una strana malattia va aumentando la sua incidenza nei media italiani e riempie le bocche di politici, economisti e giornalisti. E’ causata da un virus che si chiama Stati Uniti d’Europa. Questo virus, sviluppatosi principalmente nelle ristrette élite economico-finanziarie del Vecchio Continente, è il risultato di una mutazione più o meno fortuita di una istanza fortemente positiva. Sulle ceneri ancora fumanti della Seconda Guerra Mondiale quelli che sono considerati i padri nobili dell’Europa moderna, De Gasperi, Churchill, Adenauer, se lo promisero: mai più una guerra europea. E’ dalla fortissima necessità, oltre che volontà, di pace, che nasce l’Europa unita. Anche il contesto geopolitico(il nuovo mondo bipolare dominato da Stati Uniti e Russia, e il contestuale tramonto dell’egemonia europea) e le correlate nuove necessità economiche, per la verità, ebbero la loro importanza. Eppure il sogno europeo aveva una sua necessità spirituale, che oggi non trova più quartiere in quella che è diventa l’Unione Europea.

Quello che mancò, sostanzialmente, fu un obiettivo concreto, la chiara idea di che forma politica dare alla nuova Europa. Forse per non scontrarsi già così precocemente con i dissidi che ciò avrebbe creato, si scelse la strada economica. L’Europa sarebbe nata prima nella società civile, poi come società politica. Questo fu l’errore cardine, perché, alla fine, il destino lo ha deciso la Storia.

Un’Europa Occidentale in affanno affrontò le crisi petrolifere con politiche economiche neo-liberiste, nel 1989 cadde il muro di Berlino. La necessaria riunificazione tedesca probabilmente impose una stretta al processo di integrazione. I trattati dei primi anni ’90 delinearono un’Europa monetarista, liberista, alle prese con un’identità politica totalmente assente. Il processo di integrazione economica era avanzato, quello del mercato del lavoro molto meno. La generazione Erasmus doveva ancora nascere, una cultura comune a tutti i popoli europei esisteva, già da secoli per la verità, ma era una cultura elitaria, non di massa, e si sovrapponeva alle culture nazionali, invece di sostituirle. A questo punto il potere ancora implicito dell’Unione sentì il bisogno di dotarsi di simboli escelse la moneta, ponendo le basi per la catastrofe odierna.

Eh sì, perché quando Winston Churchill (ironicamente, il leader di un Paese che oggi rischia di uscire dall’Unione) parlò, forse per primo, di Stati Uniti d’Europa, doveva sapere che cosa questa forma politica avrebbe coimplicato, specie se realizzata col solito metodo delle crisi, passando attraverso la moneta. Una moneta unica abbisogna necessariamente di un unico mercato del lavoro. Ecco perché si sente sempre tuonare da Bruxelles che servono più mobilità, più flessibilità, e altre simpatiche bagatelle come i corsi universitari in lingua inglese. Perché l’unico modo per rendere sostenibile l’euro è realizzare davvero lo Stato federale, cioè omogeneizzare le culture di massa dei popoli europei per permettere ai lavoratori di andare là dove il capitale decide di produrre ricchezza. Creare un unico mercato del lavoro significa in realtà creare un’unica forza-lavoro. Si calcola che in media un cittadino statunitense viva in almeno tre differenti stati degli Usa, perché non ci sono né barriere economiche né barriere culturali, né per il lavoro, né per il capitale. E’ questo l’ordine di idee nel quale devono entrare i lavoratori europei, perché quando si tolgono agli Stati nazionali la politica monetaria e la politica di bilancio, oltre che la politica doganale, l’unico modo per reagire ad eventuali (e in realtà inevitabili) asimmetrie è emigrare. Il lavoratore greco disoccupato deve essere pronto a spogliarsi della sua “grecitudine” e a trasferirsi in Olanda, o in Germania, là dove il capitale decide. Se i padri nobili ce l’avessero spiegata così, forse, la prospettiva politica dell’unione federale non sarebbe passata al vaglio democratico popolare (come puntualmente è avvenuto nelle rare occasioni in cui i popoli europei sono stati chiamati ad esprimersi). Molto meglio procedere sottotraccia, creando crisi inevitabili alle quali rispondere con una sempre maggiore stretta dell’unione politica.

In un certo senso, quello che sta avvenendo è la naturale evoluzione dell’integrazione economica. Il capitale sta razionalizzando il suo impiego, e quindi la produzione, su una scala più ampia. Superati gli ormai vecchi confini nazionali, si sta espandendo su scala continentale, travolgendo identità e tutele. La cosa più grave, dal punto di vista italiano, è l’impoverimento netto della penisola, destinata inevitabilmente dal cambio di regole ad essere la periferia di un centro, cioè dell’area tedesca. Ricalcando il modello centralista offerto dall’unificazione italiana, ci stiamo lentamente trasformando nel nostro Mezzogiorno. Non è un caso che fiocchino sui quotidiani le rubriche di colore dedicate ai “cervelli in fuga”, siamo diventati una riserva di manodopera specializzata per un altro Nord, oltre che il suo mercato di sbocco. Forse con un po’ di fortuna e di fantasia possiamo sperare di diventare qualcosa di simile alla Florida, e diventare il pre-cimitero balneare dei pensionati tedeschi, poco di più.

L’impatto culturale di una situazione del genere è gravissimo. Sessant’anni di televisione generalista hanno ucciso i dialetti, sessant’anni di euro uccideranno le lingue nazionali. Eppure non basta, perché nonostante l’esplosione del tasso d’emigrazione, la disoccupazione giovanile resta altissima, dato lo stato di recessione e deflazione cronica che l’austerity produce, così da poter tener bassi anche i salari tedeschi. I risultati sono inquietanti. Quegli stessi nazionalismi che si è pensato, stupidamente, di poter sconfiggere creando una super-nazione vanno riapparendo, in parte per una reazione culturale all’omologazione in parte per una reazione economica all’impoverimento.

L’altro dato inquietante, ma ovvio quando si attuano politiche che danneggiano sia il proletariato che la classe media, è la scomparsa della democrazia dai radar. In nome dei mercati, l’Italia è al terzo governo non eletto, il sistema elettorale francese sembra studiato apposta per impedire a Marine Le Pen di far saltare il banco, in Portogallo il Presidente della Repubblica si è rifiutato di dare l’incarico a chi aveva vinto le elezioni,Tzipras è stato rapidamente sbugiardato e ricondotto all’obbedienza. Si procede a tappe forzate, senza consultare la volontà popolare, verso lo Stato federale, agitando lo spauracchio del Nazismo verso chiunque osi opporsi. Addirittura si assiste allo scempio intellettuale di un D’Alema che, dialogando con una Le Pen, che al di là del “ni droite ni gauche” un po’ a destra sta, parla di “necessità di integrarsi per poter far sentire la nostra voce nel mondo dei grandi spazi continentali”, cioè per fare una politica di potenza, lui, uomo di sinistra, e Marine parlare invece di libertà e sovranità popolare, lei, donna di destra.

Eppure il Partito Democratico continua, fedele alla linea suicida di questa Unione Europea, nella sua opera di asservimento e disorientamento dell’opinione pubblica. Oltre l’euro, ci dicono, c’è il vuoto. Forse c’è solo la libertà.