“Conosci tu il Paese dove fioriscono i limoni? Nel verde fogliame splendono arance d’oro. Un vento lieve spira dal cielo azzurro. Tranquillo è il mirto, sereno l’alloro”. Il viaggio in Italia di Johann Wolfgang Goethe è suscettibile di un parallelismo biblico. Senza il rischio di scadere nella blasfemia. La letteraria esperienza italiana dello scrittore tedesco sul crepuscolo del 1700 è imparentata alla lontana con la conversione spirituale di San Paolo verso Damasco. In effetti, il soggiorno nei nostrani confini – in piena dominazione napoleonica – funse da volano per la consacrazione culturale del poeta teutonico, alla continua ricerca di un’identità che lo riuscisse ad elevare nella spontaneità di un dettaglio, nella semplicità di un istante, nell’immediatezza di un frangente. Nell’Italia dei Cento Campanili e delle tradizioni fucine di cultura, Goethe scovò l’imponente taratura della rustica quotidianità. L’affacciarsi da un’inferriata per lasciarsi ammaliare dal chiacchiericcio della Roma del Settecento. O il trovare ristoro nella rifocillante quiete campestre, nella quale senso del dovere e spiritualità si fondevano nell’arte ultracentenaria dell’agricoltura. In queste ed innumerevoli narrazioni, l’ordinarietà di una circostanza giornaliera muta in unicità assolutizzata, estraniandosi dai richiami di un Mondo che gradualmente approdava verso sponde di desolazione valoriale ed intellettuale. Una singolarità che soltanto l’Italia può regalare nell’inconscio torpore di un sonno forzato. Un sonno agognato da quell’intellighenzia bigotta e faccendiera di una politica a sua volta al servaggio dei potentati economico-finanziari, che nella logica globalizzata scorge l’opportunità di appiattire ogni sorta di culturalismo tradizionale ed identitario.

Goethe è, dunque, scongiurato e il consueto sermone, ideologizzato ed insipido, in sala statunitense sovrasta indebitamente i benamati e venerandi classicismi. Sotto l’egida di una tesi dalla tenuta contenutistica improbabile, la solita rivista informatica d’oltreoceano occupa i suoi spazi editoriali nell’auspicio di solleticare l’interesse del lobotomizzato di turno. Sulla base di questa premessa, la redazione di BuzzFeed ha ritenuto necessario sfornare un approfondimento che ha il retrogusto della provocazione: 39 ragioni a sostegno della conclusione che l’Italia sia il Paese peggiore dell’intero globo. Non vanno biasimati, i sornioni corrispondenti della testata americana: è attività assai ardua apprezzare con occhio di riguardo le parvenze divine di una terra che non sia la propria. Da fuori, è incredibilmente complesso accettare la magnificenza della paesaggistica dell’entroterra laziale, toscano, emiliano-romagnolo; l’inarrivabile storicità culturale di Roma, di Firenze, di Venezia, all’ombra del Cupolone, degli Uffizi e di San Marco; l’esclusività della gastronomia meridionale, tra le leccornie partenopee, la casereccia pasta alimentare pugliese e la rosticceria siciliana; il valore secolare ed inestinguibile delle tradizioni locali, fra celebrazioni patronali, devozioni maniacali, inciuci di borgata e corna di contrada. In estrema sintesi, è difficile per una civiltà cresciuta a pasta e ketchup ed educata all’idolatria al dollaro, assaporare genuinamente la concretizzazione degli scritti settecenteschi di Goethe.

Quindi, “se le persone vi dicono che l’Italia è bella, non credetegli”: è semplicemente una meraviglia oscillante tra la gloria della sua arcaicità e l’indisponente mentalità di un popolo ingrato ed ignorante. “Non ti trasmette nulla”, esclusa una spropositata percezione del particolare, volta costantemente ad incrementare sapienza e memoria. “L’Italia non ha storia”, per chi identifica la storia in una finale di Super Bowl o nell’ultimo scorso stagionale di NBA. Una cosa è certa: “non visitarla mai”, perché rischieresti di non ritenere ammissibile nessun’altra bellezza. Oltre che d’invaghirtene: d’altronde, questo insegna Goethe.”