Il dibattito su una possibile uscita dell’Italia dall’Unione Europea anima oramai i principali salotti di discussione culturale, quanto economica e politica. Inizialmente, la discutibilità dell’Eurozona era un argomento di esclusivo appannaggio conservatore, dal momento che l’immaginario collettivo del popolo italiano (progressista nella fattispecie), ha spesso identificato la tutela degli interessi nazionali con malcelati sentori di fascismo e nazional-socialismo. Nulla di più infondato. Questa associazione di idee è stata naturalmente confutata e smentita dai recenti avvenimenti all’estero e nel paese, quanto dalla trasformazione progressiva delle posizioni dei partiti della sinistra quanto della destra tradizionale, oramai ridotte a etichette. La sconfitta del governo radicale e filo-Ue di Tsipras, la vittoria della Brexit, l’enigmatica vocazione protezionista no-global di Trump e il malcontento dei popoli europei costituiscono solo alcuni dei fattori di un possibile tracollo dell’Unione Europea. A questa serie di eventi e situazioni si aggiungono i mutamenti sopra citati: Jean Luc Mèlenchon, capo del Front de Gauche (Fronte della Sinistra) francese, ha recentemente espresso la propria contrarietà all’attuale sistema Europa e all’eurozona, denunciandone il carattere e le politiche anti-popolari; sulla stessa scia il Front National (Fronte Nazionale) di Marine Le Pen, che rivendica la sovranità del popolo francese e critica le conseguenze negative dell’introduzione della moneta unica; Trump, presidente neo-eletto degli Stati Uniti, ha recentemente affermato il proprio disinteresse nella creazione di una macro-aera di scambio Usa/UE prevista dal famigerato TTIP. in Italia, fatta eccezione per il ruolo assai discutibile della Lega, frange e personalità della sinistra radicale ed ex democratica (Rifondazione Comunista, PC di Rizzo, Fassina ecc..), come della destra, hanno compiuto qualche timido passo avanti nella direzione anti-riformista di una dura critica nei confronti dell’Unione Europea.

Rispetto ad altri paesi, il dibattito nostrano sulla questione UE risulta piuttosto arretrato, incontrando le forti resistenze di una sinistra italiana non più definibile come tale: essa è piuttosto un surrogato di liberalismo e progressismo che ne hanno fortemente trasformato la base ideologica. Anche inconsciamente, numerosi nostalgici del Partito Comunista Italiano sono soliti richiamarsi al Manifesto di Ventotene, quale dimostrazione di una genesi progressista dell’Europa e quale giustificazione delle tesi europeiste. Il disegno di Altiero Spinelli, tuttavia, è intriso di una certa ingenuità ideologica, oltre che tatticismo politico, poiché trae forza dalla convinzione che il concetto di sovranità nazionale sia oggetto di diffidenza, senza ricondurre il male ai soli totalitarismi. Nel primo saggio che accompagna il Manifesto, ovvero, “Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche”, Spinelli traccia il piano di creazione di un grande stato federale continentale. Quest’ultimo, avrebbe assunto un ruolo di gestione della politica estera e avrebbe rivestito i seguenti poteri: limitazione dei poteri politici ed economici delle singole nazioni; abolizione delle barriere protezionistiche; emissione di una moneta unica federale; creazione di una forza armata unica su scala continentale; istituzione di un organo di magistratura federale; amministrazione  di tutte le “colonie ancora incapaci di autonoma vita politica”, punto, quest’ultimo, molto simile all’idea dell’odierna tecnocrazia italiana, la cui classe politica è considerata inetta all’autogoverno. Il punto focale, tuttavia, è rappresentato dal carattere atlantista (egemonia americana) che Spinelli intende attribuire generosamente all’ambita “Federazione Europea”. La sua idea, non a caso, è quella di attuare un modello costituente simile a quello americano riguardante la Convenzione di Filadelfia per la Creazione della Costituzione Statunitense, in grado di imbrigliare i rapporti di forza tra gli Stati in un’unica struttura politica. Questo “grande sogno” federalista avrebbe dovuto produrre due conseguenze: in primis un indebolimento della forza economica e militare delle nazioni e, in secondo luogo, una riorganizzazione politica a più livelli di rappresentanza ad estensione continentale, con una potenziale espansione a livello globale.

Questo disegno ben si sposa con il processo di globalizzazione capitalistica, sicuramente in contrasto con l’idea di un’“Europa dei popoli”.  Gli Stati Uniti Europei, (tra l’altro di renziana memoria), costituiscono quell’idea di continente contro il quale non pochi progressisti affermano paradossalmente di combattere. Questa serie di obiettivi è stata parzialmente raggiunta dall’odierna Unione Europea, con fini meno positivi rispetto all’ambiguo disegno progettuale di Spinelli. Quest’ultimo commise l’errore di guardare agli Usa come al principale interlocutore per la realizzazione di un’Europa pacifista. Egli incontrò, nel 1944, Allen Dulles, l’allora direttore responsabile dell’OSS (servizi segreti oggi conosciuti come C.I.A.) e Richard Bissel, un altro esponente della Central Intelligence Agency interessato alle idee “spinelliane”. Il Manifesto di Ventotene si rivela ben diverso dalle concezioni ingenue e semplicistiche di molti “euro-dreamers”. Esso propugna un socialismo di forma, le cui basi e la cui vocazione statalista sono fortemente criticate dallo stesso Spinelli. Quanto alla vena “pacifista” della nuova Europa, vi lasciamo con questa affermazione, contenuta nella pagina 175 del suddetto “Diario Europeo”:

“Per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono”.