Un’estate indimenticabile quella inglese, la quale ha certamente segnato la storia del continente e destato alcuni importanti segnali di reazione popolare di fronte a una unione di stati europei percepita dai più come entità economica, più che politica. Del resto, l’ostilità verso l’attuale modello di sviluppo sociale, fondato sull’austerità, cresce a dismisura in Francia, Olanda e Germania, (roccaforte dell’Eurozona), e Italia, con proposte risolutive differenti.

Nel contesto italiano, la situazione è fortemente caotica, dal momento che una parte non esigua dell’opinione pubblica non è ben informata e ritiene che il concetto di Unione Europea ed Eurozona siano sinonimi. Da ciò consegue una caotica presa di posizione sull’argomento, con l’utilizzo di una terminologia inappropriata. Effettivamente, analizzando le reali intenzioni dell’italiano medio, si può notare una generale avversione nei confronti della moneta unica, ma non verso il sistema Europa, dal quale pochi cittadini dello stivale desidererebbero l’uscita, al fine di evitare l’isolamento economico. Tuttavia, è impossibile concepire una nuova Italia sovrana dal punto di vista monetario, ma interna all’Unione Europea. Questa convinzione è maturata in buona parte dei partiti anti-europeisti, ostili non al concetto di un continente unito culturalmente e politicamente, bensì a quello di unione meramente economica, dettata da una leadership capitalista e liberista, legata all’influenza atlantico-statunitense. L’intellettualità nostrana e il mondo dell’attivismo dovrebbero dunque impegnarsi al fine di operare nel mondo dell’informazione e spiegare alla gente comune le questioni fondamentali, senza atteggiamenti all’insegna del verticalismo culturale. Soltanto attraverso questa strategia fiorirà un popolo consapevole delle proprie scelte, dunque realmente propenso a un’uscita dall’Unione Europea.

Vi è anche un altro aspetto da considerare, ovvero il futuro indirizzo della politica in Italia. Il Movimento 5 Stelle sembrava ormai avere assunto le sembianze del partito anti-europeista per eccellenza, i cui contenuti forti hanno accattivato una fetta considerevole dell’elettorato. Una formazione politica, quella dei penta stellati, costantemente in ascesa, nonché primo partito in Italia, come del resto hanno testimoniato le ultime elezioni amministrative e la “conquista” di Roma e Torino. Eppure, non è facile comprendere le reali posizioni del Movimento, poiché la base militante risulta dichiaratamente anti-europeista, mentre il leader Di Maio avrebbe recentemente affermato di essere contrario all’uscita dall’Unione Europea. Grillo, invece, propenderebbe per tutt’altra posizione, insieme a Di Battista, il quale di fronte al Brexit ha auspicato un referendum anche per l’Italia. E’ evidente che vi siano delle forti spaccature fra i Cinque Stelle, le quali dovrebbero risolversi in breve tempo, dinanzi alla saporita prospettiva di governabilità del Paese. Le influenze di Bruxelles sono sempre in agguato, come un avvoltoio pronto a sbranare la preda. Si spera, tuttavia, che il Movimento sappia resistere a eventuali dirottamenti e modifiche dei propri principi fondamentali, fra i quali sicuramente è più che presente la valorizzazione degli stati nazionali in luogo delle esigenze del mercato e delle oligarchie finanziarie europee. In merito a un eventuale Italexit, rimane l’interrogativo di un’egemonia politica all’insegna dell’anti-europeismo, considerate le divisioni su citate.

Un altro ostacolo da prendere in considerazione è il presente, ovvero il sistema tecnocratico e il relativo strapotere renziano-democratico, il cui governo è saldamente legato all’Europa e ai diktat tedeschi. Vi è la possibilità che il vetusto PD abbandoni progressivamente la piazza per lasciare il posto a una maggioranza ben diversa, a meno che i regi signori “dem” di Montecitorio non inventino nuove strategie per complicare la discesa dal trono. Tuttavia, resta il problema del vincolo chiamato “tecnocrazia”, per il quale, qualunque sia la forza politica al governo, il presidente possa essere eketto finalmente dai cittadini, non dai burocrati.

Per concludere, potremmo annoverare tre ragioni principali per le quali l’Italia non sembra ancora vivere i presupposti validi per un eventuale Italexit: 1) l’assenza di un solido sistema di formazione e informazione tra i cittadini, sempre più in balia del “sentito dire” o dei canali di comunicazione ufficiali (e di parte), come dei timori di un cambiamento drastico delle politiche monetarie; 2) la crisi d’identità del Movimento 5 Stelle, dove “exit” e “remain” si fronteggiano in uno scontro dal cattivo odore correntizio e dirigenziale. L’esito di questo conflitto sarà determinante, dal momento che per i pentastellati si prospetta uno scenario governativo; 3)la necessità di scardinare la clientela renziana e la tecnocrazia europea, la quale rimarrà per lungo tempo una palla al piede per il raggiungimento di un’effettiva sovranità dello stato italiano.