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Incontrare il Professor Nando dalla Chiesa significa leggere una lunga, importante pagina della storia recente della vita politica e civile del nostro Paese. Esprimendo gli ideali di “democratico senza aggettivi” che hanno animato i suoi quarant’anni di passione politica, è stato attivo in maniera intensa sul piano politico, in particolar modo nel corso dei suoi due mandati alla Camera dei Deputati, in campo editoriale, attraverso la pubblicazione di oltre trenta libri e la conduzione della casa editrice Melampo, e in ambito accademico. Proprio dall’università sono sorti i più interessanti progetti portati avanti dal Professor dalla Chiesa nel corso degli ultimi anni: un primo, importante traguardo è stato il lancio del corso di Sociologia della Criminalità Organizzata, primo in Italia nel suo genere, attivo dall’anno accademico 2008-2009 all’Università Statale di Milano, dal quale sono derivate una serie di significative iniziative.

Tra questi, è da segnalare l’attività dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano (CROSS), attivo dal 2013 e pensato come uno “strumento dedicato a svolgere permanentemente una funzione di produzione di conoscenze e di orientamento al servizio della collettività” attraverso l’applicazione di un metodo multidisciplinare e la collaborazione tra docenti e ricercatori attenti all’analisi degli scenari connessi alla criminalità organizzata tanto sul piano italiano quanto nel contesto internazionale. Dal 2015, le attività del CROSS hanno portato al lancio di una specifica Rivista di Studi e Ricerche liberamente scaricabili dal sito del centro studi. L’Intellettuale Dissidente ha intervistato il Professor Dalla Chiesa a proposito delle sue attività, dei suoi studi approfonditi e coraggiosi per diffondere consapevolezza e conoscenza riguardo tematiche tanto delicate e complesse e degli scenari che si trovano oggigiorno ad affrontare la politica e la società in tema di contrasto alla criminalità organizzata.

• Professor dalla Chiesa, il progetto CROSS adotta un approccio multidisciplinare innovativo ed efficace, ben esemplificato dalle analisi pubblicate sui diversi numeri della rivista, che trattano numerosi temi interconnessi. Quali sono le sue prospettive di crescita?

Il progetto va avanti in dipendenza di fattori legati al nostro valore e al valore che ci viene riconosciuto sul campo, ma anche all’interesse di istituzioni e soggetti privati per il lavoro che viene fatto, oscillante anche a seconda della colorazione di giunte e governi. In particolare spingeremo il nostro impegno nella direzione dello studio delle questioni internazionali, abbiamo già cominciato con Balcani, Messico e Brasile. Stiamo cercando di rafforzare la Germania e in marzo organizzeremo, legato direttamente a CROSS un seminario internazionale incentrato su mafia e antimafia in Europa. Stiamo portando avanti un processo di costruzione della conoscenza del problema e degli strumenti d’analisi che tendiamo a proporre fuori dall’Italia.

• Quali sono i risultati che il corso di Sociologia della Criminalità Organizzata, antesignano del CROSS, ha conseguito a partire dalla sua istituzione?

Oramai c’è una generazione di laureati e laureandi che affronta la materia con consapevolezza, da studiosi e non con la superficialità della chiacchera, non dico “da bar”, ma da antimafia costruita su luoghi comuni. Si tratta di persone che in primo luogo riconoscono la criminalità organizzata come una materia da studiare e la studiano attivamente. Io li vedo, si tratta di studenti e laureati che non soltanto imparano ma si danno anche molto da fare sul campo: promuovono associazioni, siti, corsi di formazione, manifestazioni e anche produzioni artistiche. Alcuni sono entrati in organi istituzionali, altri sono stati eletti in consigli comunali. Attraverso un meccanismo a raggiera si sta esprimendo una nuova capacità di contrasto. Questo secondo me è il frutto migliore del corso.

• Quindi c’è un incontro tra una conoscenza scientifica dei fenomeni, una coscienza critica e una coscienza civica. Un meccanismo che sarebbe auspicabile vedere espandersi anche in relazione allo studio di altri fenomeni. Questa metodologia di approccio che lei tiene nei confronti di materie tanto delicate come i fenomeni di criminalità organizzata può essere da esempio per risolvere determinati problemi che oggigiorno l’università italiana è costretta ad affrontare, primo fra tutti lo scollamento tra nozionismo ed analisi critica dei fenomeni proprio di molti corsi di laurea?

È un metodo molto animato dalla passione, dalla voglia di ottenere dei risultati sul piano sociale da parte di chi lo mette in pratica, sapendo che i risultati sono buoni se è buona la conoscenza. In tutte le materie questo è possibile, chiaramente in alcune più che in altre. Se ad esempio è difficile immaginarsi effetti a cascata in una facoltà di ingegneria, questo è possibile per le scienze umane, le scienze economiche, le scienze politiche.

• In un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano, Lei ha sottolineato come questa coscienza critica e questa consapevolezza si sia oramai estesa oltre il raggio dei diretti interessati degli studi dei fenomeni di criminalità organizzata. Lei ha parlato di una presenza attiva sul territorio della cittadinanza e della società civile per contrastare la diffusione della criminalità organizzata in Lombardia.

Certamente, questo è vero. Di questo mi resi conto già alcuni anni fa: quando partecipo a dei dibatti nei paesi della Lombardia, trovo al tempo stesso tra il pubblico i miei studenti, le loro famiglie, diversi gruppi di loro amici e capisco che, anche se tra questi uno solo studia, molti saranno a contatto con lui, venendo influenzati almeno dalle sue conoscenze. Si sviluppano in questo modo diversi livelli: uno è quello di “coloro che sanno”, ed uno è quello di coloro che ascoltano, hanno l’opportunità di ascoltare delle voci diverse da quelle che si odono in televisione. Sulla base di cerchi concentrici che via via si allargano, la conoscenza genera consapevolezza.

• Infatti un’altra importante attività che lei promuove nell’ambito dell’Università degli Studi di Milano è il Laboratorio di Giornalismo Antimafioso. Qual è il ruolo che può giocare al giorno d’oggi il giornalismo nel contrasto alla criminalità organizzata? Che lezione devono trarre dal passato gli aspiranti D’Avanzo e Orioles di oggi per portare avanti la tradizione del grande giornalismo d’inchiesta?

Il giornalismo può giocare un grande ruolo sul piano della sensibilità. Assieme alla competenza professionale, è una sensibilità nuova che ha portato alcuni di coloro che hanno frequentato il primo laboratorio di giornalismo antimafioso a presidiare, letteralmente, il processo a Lea Garofalo e a farlo diventare un caso pubblico, prima milanese e poi nazionale. È quella sensibilità che occorre al giornalista: serve che questi abbia gli occhi non solo per vedere, ma anche per guardare, che sappia ascoltare. È un’immagine della professionalità del giornalista differente, che nasce proprio a contatto con l’esperienza del giornalismo antimafioso del passato, storia di coraggio, fiuto e, appunto, sensibilità. La sensibilità aiuta a trasformare in notizia ciò che per un giornalista normale non è notizia: sono solo i grandi giornalisti che colgono alcuni dettagli fondamentali per la ricostruzione di scenari e mosaici importanti. Inizialmente ero indeciso se usare il termine “antimafioso” per denominare il laboratorio, dato che non è molto accademico, dichiara immediatamente un impegno, ma ho visto che i miei colleghi non sollevavano problemi e i ragazzi ci credevano. La mafia ha un suo linguaggio che va demistificato, per contrastare l’immagine che punta a dare di sé stessa. La demistificazione passa su più livelli: bisogna sapere che cos’è la mafia, qual sia il suo linguaggio, come cerca di legittimarsi, e leggere lo scenario di conseguenza.

• A livello istituzionale e politico, come pensa si siano sviluppati negli ultimi tempi i temi del contrasto alla criminalità organizzata? Come varia la situazione da contesto a contesto?

Le risposte migliori ci sono state in Sicilia. Poi, ora possiamo dire che sia sul piano giudiziario che su quello amministrativo l’area milanese sia una delle punte più avanzate del movimento anti-mafia, e questo è un giudizio oramai consolidato. Si è prodotta una relazione positiva tra una forte direzione distrettuale antimafia, delle scuole forti, un’università impegnata e la presenza di consigli comunali più sensibili attivi di una volta. Queste sono le combinazioni chimiche della Storia: per ora, Milano funziona bene.

• Lei in precedenza faceva riferimento alla volontà di spingere sullo studio della matrice sempre più internazionale che stanno assumendo i fenomeni di criminalità organizzata. Oggi ci si presenta di fronte un contesto che vede la ‘ndrangheta attestata saldamente a New York e una collaborazione attiva tra le mafie italiane e i cartelli della droga messicani. In che misura il contrasto a questa ramificazione mondiale delle mafie parte dall’Italia e, al tempo stesso, in che misura la lotta alla criminalità organizzata è una questione da affrontare a livello internazionale?

La cooperazione internazionale è necessaria: infatti, oltre a collaborare con altre organizzazioni criminali straniere, le mafie italiane sono presenti all’estero, ove fanno investimenti, conducendo latitanze molto attive. Occorre cooperare con altri Paesi non pronti, come lo è l’Italia, a comprendere i valori della cooperazione stessa, in quanto non consapevoli della presenza del problema. Noi dobbiamo, in questo momento, cercare di spiegare loro che il problema esiste anche nei loro confini. La cooperazione tra organizzazioni criminali diverse le vede sempre in vantaggio rispetto agli Stati, che impiegano moltissimo tempo a decidere azioni comuni.

• In conclusione, una domanda direttamente basata sull’attuale situazione italiana. Lei ha attivamente sostenuto la campagna per il “No” al recente referendum costituzionale. Quali sono a suo parere i capisaldi da cui l’Italia dovrebbe ripartire per poter applicare, giorno dopo giorno, la Costituzione difesa il 4 dicembre scorso?

La nostra è una buona Costituzione: mentre sedevo in Parlamento mi sono reso conto di come essa fosse stata pensata per difendere la democrazia da ventate autoritarie, anche legittimate dal voto popolare. La Costituzione è un insieme di principi, valori, idee ai quali ispirarsi: quello che mi ha preoccupato ultimamente è stata la disinvoltura con cui un pezzo di opinione pubblica progressista si è lanciata al suo attacco. Servirebbe ripartire dal senso delle istituzioni, dal senso del rispetto, parola che nella Costituzione non compare mai ma che ne è il filo conduttore: rispetto verso le istituzioni, verso le future generazioni, verso i più deboli, verso tutti coloro che hanno meno possibilità, verso l’ambiente. Ci sono delle indicazioni contenute nella Costituzione che potrebbero rappresentare un gruppo di valori in grado di unificare un popolo in cammino. La si può cambiare, ma con interventi che la migliorino e non ne sfregino lo spirito.

Presentazione del primo Dottorato in Studi sulla Criminalità Organizzata