Il cancro politico-culturale del post-modernismo è la rassegna stampa. Pare assurdo, ma la consuetudine ha reso invisibile una distorsione palese. Chiunque voglia solleticare la propria curiosità ed analizzare la vena critica risiedente in sé, sarà cauto nello sfogliare un giornale di primissima mattina. Benché sia pratica diffusa, avvicinare alla lingua l’indice per inumidirne la punta, e voltare l’inchiostrata pagina del quotidiano sotto tiro, è divenuta una patologia serissima, con sintomi collaterali che svariano dalla colite all’ulcera. I sentori sono facilmente ravvisabili: basta il titolo campeggiante, per frastornare l’intestino a suon di gonadi. Il palliativo migliore è prendere le dovute distanze dal vuoto contenzioso dialettico, per non lasciarsi sormontare dal friabile rilievo montuoso delle campagne propagandistiche. Dunque, approdare lo sguardo sul frontespizio che ospita Matteo Salvini – di scena a Pontida – e riporta le considerazioni dello stesso Segretario Federale della Lega Nord sui fantomatici nuovi “uomini di cultura”, non sarà più causa di alcun male. Sempre che lo status da “uomini di cultura” non venga guadagnato con l’improvvisata politologia da piattaforma informatica degli Adriano Celentano e Lorenzo Jovanotti di turno. Che, culturalmente appunto, vantano ben poco.

Perché, per quanto date epoche abbiano raggiunto l’epilogo, il ruolo dell’intellettuale continua ad incorniciarsi nella magnificenza del pensiero, dell’intuizione, dell’ispirazione quotidiana. In fondo, il suo compito è ben definito: braccare la specificità del dettaglio, per accoglierla nell’universalità dell’intellegibile ed incastonarla nelle grazie del sapere, demolendo la convenzione e scongiurando il conformismo. L’intellettuale è la perfetta antitesi all’omologazione culturale. Quella dissacrante, dispotica, soggiogante. Ergo, la ragione dell’inopportunità di incensare cantanti con effluvi stonanti è tutta qui. La straordinarietà del Varietà serale, tra un ritornello mellifluo e una grassa risata sulle teatrali sciagure di goffe macchiette, era racchiusa nella genuinità della sua articolazione, pulsante di disinteresse, di spontaneità e d’involontaria comicità. Nulla a che spartire con l’odierno “show business” – ovunque ci siano angloamericansimi, v’è prostituzione culturale – imbastito per raccattare quattrini, smistando canzonette insipide dal retrogusto polemico, incipriandole di opinioni e di pareri ed elargendoli con la sicurezza dell’inopinabile.

Costanzo Preve connotava nell’unico pesce “che si avventura nella direzione opposta, controcorrente e in solitudine” rispetto al resto del banco, la sintesi del raziocinio sganciato dalle logiche orientate dal potere. Oggi, invece, la superficialità dell’élite “culturale” italiana – capeggiata dall’informazione e dalla classe politica – identifica nell’approssimativa sufficienza dei vari Celentano, Jovanotti e Fedez, una frivola intellettualità, contrabbandandola, però, come necessaria per emergere dalla sabbiosa mediocrità. In pratica, l’assolutizzazione dell’ecosistema dello Spettacolo e dell’Intrattenimento, spregevolmente svenduto al politicamente corretto, violentando la spensierata ironia della sua indole.