Inquisizione democratica e illuminata: il caso Yara

Domande e dubbi eterni su colpevolezza, pena ed espiazione in una società “illuminata”.
di Lorenzo Sarri - 30 settembre 2016

La Corte d’Assise di Bergamo ha reso note le motivazioni della condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio. In essa è stata ricostruita minuziosamente la dinamica dell’uccisione della povera ragazza, spiegando come l’imputato:

non ha agito in modo incontrollato, sferrando una pluralità di fendenti, ma ha operato sul corpo della vittima […] per un apprezzabile lasso temporale, girandolo, alzando i vestiti e tracciando, mentre la ragazza era ancora in vita, dei tagli lineari e in parte simmetrici, in alcuni casi superficiali, in altri casi in distretti non vitali e, dunque, idonea a causare sanguinamento e dolore ma non l’immediato decesso. Dopodiché ha lasciato la vittima ad agonizzare in un campo isolato e dove non è stata trovata che mesi dopo”.

I magistrati bergamaschi deducono da questo “un animo malvagio”, che giustificherebbe “le sevizie in termini oggettivi e prevalentemente fisici, la crudeltà in termini soggettivi e morali di appagamento dell’istinto di arrecare dolore e di assenza di sentimenti di compassione e pietà”. Una sentenza che arriva al termine di un procedimento che si era aperto con il celebre tweet del Ministro dell’Interno Angelino Alfano del giugno 2014, in cui celebrava la cattura dell’assassino di Yara Gambirasio: in barba alla presunzione d’innocenza, che se perdura fino alla Cassazione, figurarsi quando neppure è iniziato il processo di primo grado. Ma il ministro si giustificò sostenendo che si doveva informare l’opinione pubblica tanto angustiata per l’atroce delitto (o forse si doveva semplicemente sbattere il mostro in prima pagina, neppure il governo Renzi fosse una riedizione di certe trasmissioni televisive pomeridiane e serali in cui il conduttore e gli avventori svolgono processi paralleli, che spesso si traducono in condanne affrettate, come è tanto di moda nel nostro paese): e in ogni caso la decisione giudiziale ha ampiamente confermato quanto da lui “cinguettato”: dunque tutto a posto, no?

Non troppo, in effetti. La sentenza evidenzia con immagine suggestiva come “stimata in sette miliardi la popolazione mondiale, per trovare un altro individuo con le stesse caratteristiche genetiche sarebbero necessari centotrenta miliardi di altri mondi uguali al nostro”: e però non risulta spiegare bene la nota, per chi segue il caso, anomalia del Dna mitocondriale – che per qualche motivo non corrisponde a quello di Bossetti, né dell’ammissione che in sede di esame il Dna prelevato dalla madre di Bossetti fu confuso con un altro campione contenente il Dna della Gambirasio, e neppure del fatto che il cadavere della ragazza rimase purtroppo per tre mesi in un campo non distante dal luogo della scomparsa (nonostante le spasmodiche ricerche iniziate da subito), con le complicazioni che ciò implica ai fini di questo tipo di esami. Eppure la sentenza ammette, nonostante questi ed altri punti oscuri (la difesa eccepì addirittura un difetto di taratura della macchina preposta; e nonostante questo, le analisi non furono mai ripetute presso altri laboratori) che sulla prova genetica si fonda l’impianto della condanna: il movente sessuale non trova riscontri di violenza sessuale consumata sul cadavere.

Certo, ci sono le ricerche su Google a carattere pedopornografico rinvenute sul pc di Bossetti: ma che uno abbia delle curiosità piuttosto abominevoli non implica affatto che sia necessariamente passato all’azione, e invece si dà per scontato che a fronte di ripetuti rifiuti alle sue avances, egli abbia ucciso la Gambirasio, anche se non ci sono testimonianze attendibili che siano stati visti anche solo assieme. Del resto il suo cellulare si è agganciato più volte alla cella dove si trovava anche la palestra frequentata dalla ragazzina; poco importa se il Bossetti ci passava regolarmente perché sulla strada del cantiere dove lavorava. Si è pure evidenziato come sotto le scarpe della ragazza vi fossero delle sferette di metallo che solitamente si rinvengono nei cantieri edili: ma è forse quello dove lavorava Bossetti l’unico cantiere edile della zona? Insomma: senza la prova del Dna, con tutti i dubbi supra cennati, gli altri elementi non si ridurrebbero che a circostanze indiziarie non univocamente idonee a condannare nessuno. Tanto che, in effetti, pur al netto della sua pluridecennale antipatia per il Terzo Potere dello Stato, qualche intuizione l’ha avuta Vittorio Feltri, nel suo articolo del 16 luglio scorso su Libero, nel dire che a volte i giudici non considerano che le carte processuali potrebbero essere pure “carta straccia” e che non tengono nel debito conto il possibile errore umano nelle perizie tecniche; nondimeno ben sintetizza il sospetto dell’”uomo della strada” quando insinua che:

se Bossetti, invece di essere un proletario sprovveduto, incolto e intontito, fosse stato un borghese arricchito da buoni studi oggi sarebbe libero.  Nessuno avrebbe osato additarlo quale omicida. Un operaio sfigato è facile trasformarlo in bersaglio immobile e colpirlo, trascinarlo nel fango e lì abbandonarlo beandosi del clamore mediatico suscitato dalla sua condanna”[1].

Ma vi è forse di più. In tempi in cui nella nostra costituzione – almeno fino alla prossima idea balzana del Partito Democratico, è chiaro – è contenuto, all’articolo 111, il principio del due process of law, che ovviamente sottintende la non colpevolezza fino a condanna definitiva e l’onere della prova a carico dell’accusa, l’inserimento (per la verità non del tutto infrequente nella pratica giudiziaria) di un testuale riferimento alla condotta malvagia di un soggetto presunto innocente oltretutto in presenza di qualche ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza, come si è visto, dovrebbe fare piuttosto rumore. Perché una tale terminologia rimanda non tanto alle linde e multirazziali aule di tribunale statunitense dei film e serie televisive che tanto ci appassionano, ma piuttosto alle pratiche giudiziarie dell’Inquisizione Romana. Con una fondamentale differenza tuttavia: compito dell’Inquisizione, romana, spagnola o portoghese che fosse era proprio dare un giudizio etico e morale sulla persona, mentre i Tribunali di oggi dovrebbero limitarsi ad accertare e punire il fatto criminoso. Peraltro la condanna della Chiesa era e non poteva non essere limitata al piano spirituale (scomunica, separazione dal “gregge” dei fedeli): la tortura e le eventuali pene capitali (rogo, impiccagione, ecc.) le ha sempre comminate – accertata l’eresia – il braccio secolare ovvero lo Stato poiché esso le prevedeva nel suo ordinamento positivo o nella sua consuetudine come pena; nella Christianitas un certo grado di separazione tra diritto religioso e secolare, a differenza che nell’Islam ove il Corano è diretta fonte del diritto canonico e non, vi è sempre stata.

Con l’Illuminismo si è ben pensato a scrivere la leyenda negra dell’Inquisizione, e a difendere gli ingiustamente oppressi dalla nobiltà e dal clero (salvo che Voltaire sollevò un polverone sul suicida Calas, che apparteneva alla minoranza ugonotta, e sul bestemmiatore cavaliere di Barras, ma al contadino normanno cattolico o all’operaio parigino non riservò la stessa attenzione: mai possibile che nessuno di loro sia finito nelle grinfie dei Parlements?) ma non si è per questo abolito la pena di morte, che anzi è stata somministrata in maniera più asettica ancora – si pensi all’invenzione della ghigliottina, o all’iniezione letale degli Stati Uniti – e men che meno si è cessato di accanirsi sulle minoranze o a commettere grossolani errori giudiziari (si pensi a Sacco e Vanzetti, anarchici uccisi negli anni Venti non nella mussoliniana Italia ma nella democratica America). A volte sembra quindi di ricadere nell’ipocrisia lombrosiana per cui il muratore Bossetti, dagli occhi spaventosamente chiari come quelli di una volpe – dice una testimone al processo – e frequentatore di siti equivoci (lasciando perdere di considerare la presa che la pornografia e questo modello di società possano avere su una persona non troppo avveduta), lo si definisce malvagio (un po’ come Il contadino pervertito di Choderlos de Laclos) anche se le prove tanto granitiche non sono, senza limitarsi a giudicare il fatto: tanto il ministro ha già twittato che era colpevole, in barba ad ogni presunzione d’innocenza. Un sistema quindi un tantino ipocrita, che mostra il suo volto peggiore contro le classi meno privilegiate, sulla falsa riga di quella uguaglianza formale tanto cara ai liberals degli ultimi tre secoli. A questo punto, visto che gran parte delle sue condanne consisteva nell’indossare uno scapolare o recitare preghiere, o essere esiliati a vita nella cornice splendida della Villa del Gioiello – come Galilei – verrebbe da dire molto più onesta l’Inquisizione, che oltretutto aveva l’ambizioso obiettivo di salvarti l’anima.

 
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