In questi giorni occupa le prime pagine dei giornali nostrani il caso di Tiziana Cantone, la 31enne napoletana che si è suicidata dopo la diffusione online di alcuni video hard di cui è stata protagonista, che sono rapidamente diventati virali sui social network e l’hanno resa, suo malgrado, famigerata in tutto il paese. Indubbiamente, si tratta di un evento tragico, che dovrebbe indurre a una riflessione complessiva sul ruolo di internet e dei social media nella nostra vita di tutti i giorni e sull’utilizzo, molto spesso tragicamente errato, che ne viene fatto.

Ovviamente, al contrario, è proprio su questi stessi social network che impazza il “dibattito” su questa squallida e triste storia. Da una parte, sono comparsi attacchi durissimi contro il “maschilismo” latente nella società italiana, additato come vero e profondo colpevole di quanto accaduto. Tra paragoni con il trattamento riservato alle donne dall’ISIS e accuse di vetero-clericalismo patriarcale mosso al genere maschile (perlomeno italico) nella sua interezza, l’inevitabile costernazione per quanto successo è finita per scadere in una retorica femminista sguaiata e un po’ fuori tempo massimo. Dall’altra, come era ampiamente prevedibile, il web non si è certo fermato di fronte a questa tragedia. Tra immagini ironiche “Je suis Tiziana” e hashtag con alcune delle frasi ripetute dalla ragazza nei famigerati video, in molti hanno sfidato la retorica femminista e attirato su di sé una scontata indignazione generale.

Senza lavorare tanto di fantasia, si può collegare con un filo nient’affatto sottile la recente polemica riguardante le vignette che il settimanale satirico francese Charlie Hebdo ha dedicato al terremoto di Amatrice e l’indignazione contro centinaia di utenti del web che avrebbero prima contribuito a portare una donna a decidere di togliersi la vita per la vergogna, per poi insistere nel dileggio a cadavere ancora caldo. Un pesante moto di indignazione ha colpito con durezza sia Charlie Hebdo che i “responsabili” della tortura psicologica inflitta a Tiziana, che poi sarebbero le migliaia di persone che hanno visto i video e che hanno, almeno una volta, pubblicamente scritto hashtag tipo #bravoh sulla propria bacheca. Tralasciando il particolare che, se nel primo caso i responsabili delle vignette incriminate hanno nome e cognome, nel secondo si tratta di una questione più sfumata e complessa (a meno di non voler sostenere che un hashtag renda seriamente una persona colpevole di concorso in induzione al suicidio), si tratta di due casi che chiamano in causa la questione della libertà di satira e di quanto ad essa possa essere consentito di spingersi oltre i canoni della morale comune.

Tuttavia, il discorso non può neppure cominciare con la chiarezza e oggettività che richiederebbe, perché da parte di alcuni partecipanti a questa querelle non si può non notare una notevole schizofrenia nel proprio posizionamento ideologico. Tra coloro, infatti, che maggiormente si sono indignati contro il maschilismo e l’ironia “sessista” di chi neppure di fronte alla morte ha smesso di ridersela pensando ai video dei pompini di Tiziana Cantone, si possono tranquillamente annoverare perlopiù le stesse persone che, nella polemica contro Charlie Hebdo, stavano dalla parte della piena e assoluta libertà di satira del giornale. Gli stessi che hanno teorizzato e difeso il diritto a pubblicare vignette ritraenti la morte e la disperazione sotto forma di piatti di pastasciutta, oggi si inalberano in una torre di bon ton e di morale a orologeria contro i “maschi” che ancora se la ridono al ricordo dei video maldestramente fatti girare online da una defunta.

Il motivo di questa imbarazzante ipocrisia è facile e sconcertante allo stesso tempo. Charlie Hebdo è un giornale progressista, gingillo di tanti intellettuali di sinistra dalla facile risata a denti stretti (su una serie limitata di temi, che vanno dalla Chiesa all’ignoranza del popolino e del populismo), ma entrato nelle grazie anche di tanta destra dopo l’attentato del gennaio 2015. Ciò gli conferisce un’aura di profonda cultura e di rispettabilità cui, assolutamente, i maschilisti del web non possono neanche pensare lontanamente di ambire. Da qui il diritto difeso con una veemenza ai limiti del fanatismo per Charlie Hebdo e negato per i dissacratori internettiani.

Ma la differenza tra quelli che Enrico Mentana ha definito “webeti” (affibbiando tale neologismo, a dire il vero, a un utente che si era sostanzialmente permesso di criticare un suo post) e i redattori di Charlie Hebdo, in sostanza, quale sarebbe? Cosa avrebbero di migliore, di culturalmente impegnato, di filosoficamente elevato le ridicole e squallide vignette che il settimanale ha dedicato al terremoto di Amatrice, rispetto al dileggio delle avventure notturne di Tiziana Cantone? Quale amaro in bocca frutto di una riflessione sul mondo e sulla vita umana lascerebbero le persone finite sotto le macerie del terremoto nell’atto di venire rappresentate come un piatto di pasta al sugo? Siamo veramente sicuri che dare della “troia” a una donna che è finita online con dei video hard sia così peggio, così più inaccettabile, così più disgustosamente bieco e becero, di un intellettuale che, con occhiali e matita, pensa a delle persone morte sotto un crollo e, guarda un po’, con tutta la sua cultura gli ricordano solo delle lasagne?

Chi scrive non pensa che la satira sia una valore sacro ed assolutamente intoccabile, se non altro perché sarebbe ridicolo pensare che esista sul serio qualcosa di sacro ed intoccabile in un’epoca che è arrivata fino a desacralizzare totalmente anche la morte. Ovviamente, si può, con piena legittimità, pensarla all’esatto opposto, e sostenere che, invece, si può scherzare, ironizzare e dileggiare chiunque e qualsiasi cosa, in qualsiasi momento e situazione. Questa posizione, però, richiede una grande dose di coerenza e di oggettività, che è molto difficile trovare in giro oggigiorno. E richiede, inoltre, la capacità di non indignarsi, mai, di fronte al pozzo senza fondo che sa essere, a volte, l’animo umano, con il solo utilizzo della parola.