Rilassiamoci un po’ con una notizia di enogastronomia. E’ partita nei giorni scorsi in Sicilia la Sagra del Complotto, inaugurata il 19 luglio, anniversario della strage di via D’Amelio, dal governatore della Regione Siciliana Rosario Crocetta. «C’è un complotto e una congiura per farmi dimettere, ma la verità sta venendo a galla» ha detto il presidente tagliando il nastro «Mi oppongo a un disegno che vuole riconsegnare il Paese e la regione alla mafia e destabilizzare il governo». Poi ha addentato il complotto bello caldo preparato nelle ore precedenti dal settimanale L’Espresso, ovvero la famosa intercettazione in cui il medico Matteo Tutino detto ‘o stragista avrebbe confidato al paziente e amico Saro: la Borsellino «va fatta fuori come suo padre».

Il complotto è un piatto nazionale la cui origine, dal Risorgimento all’Operazione Husky, da Luigi Natoli a Leonardo Sciascia, passando dalla politica arrivando alla Trattativa Stato-Mafia, si colloca in Sicilia tra il XVIII e il XIX secolo. Esistono naturalmente varianti europee e internazionali, un po’ come la pizza che si fa in tutto il mondo: ma come li facciamo noi i complotti, belli ripieni di un po’ di tutto, non li fa nessuno. C’è tutta un’educazione al complotto che inizia da bambini, i complottini leggeri senza un filo d’olio, poi crescendo il complotto quello serio da servire caldo, che fredda si serve solo la vendetta. La vendetta è l’amaro del complotto, il digestivo, il per alzarsi, ma dev’essere rigorosamente agghiacciata, come dicono i siciliani, altrimenti non riesce ad attaccare il complotto, che ti resta sullo stomaco e poi sono dolori.

Rosario Crocetta, dopo essersi calato il complotto per intero, non ha avuto l’accortezza di mettere la vendetta nel congelatore, di farla raffreddare per bene e poi sorseggiarla per digerire. Poiché siamo in Sicilia, diciamo che si è buttato con tutto lo scecco, ovvero l’asino: espressione per dire che si è catapultato in avanti, chiedendo a L’Espresso un risarcimento milionario, senza aspettare che i tempi fossero maturi, che l’amaro si raffreddasse. «Avvieremo un’azione civile risarcitoria, che è molto più veloce di quella penale, chiedendo all’Espresso la somma di 10 milioni di danni» ha detto l’avvocato di Crocetta Vincenzo Lo Re «non solo al settimanale ma anche ai due giornalisti dell’articolo e al direttore Vicinanza, non solo per omesso controllo, ma anche per avere più volte confermato l’esistenza della intercettazione». Ma è troppo presto, il complotto frigge ancora nello stomaco e l’amaro non farà effetto. Politicamente il governatore è morto, e la sua difesa oltre che inutile appare goffa, sebbene allo stato attuale nessuna ipotesi possa essere esclusa. Un altro si sarebbe dimesso, avrebbe fatto calmare le acque e riposizionato le (poche) truppe, e solo dopo avrebbe fatto causa al cuoco.

Risultato, una grossa indigestione che ha addirittura spinto il presidente sull’orlo del suicidio. Crocetta lo ha dichiarato: «Ho pensato di farla finita, pensavo solo a come uccidermi». Poi, dopo le smentite delle procure siciliane, ci ha ripensato. Il Codacons, in una nota, ha dichiarato: «Crediamo si tratti di dichiarazioni molto serie da non sottovalutare. Il governatore di una regione deve avere il polso per fronteggiare situazioni critiche come quella vissuta da Crocetta, e non dovrebbe mai, in nessun caso, nemmeno valutare l’ipotesi di suicidio. Per tale motivo, se lo riterrà opportuno, mettiamo a disposizione del presidente un pool di esperti costituito da psicologi e psichiatri che da tempo collaborano con la nostra associazione e che sono pronti a fornire tutto il supporto psicologico e professionale del caso». Aggiungere altro sarebbe superfluo. La Sagra del Complotto intanto continua, e chissà cosa ne uscirà alla fine. Magari che il complotto è vero, ma Crocetta decisamente non lo ha saputo gestire.