C’è un libro, antipatico perché veritiero, da affiancare ai disastrosi dati Istat d’inizio gennaio per ricostruire un quadro preciso. Ed è un quadro desolante. Senza Sapere, il costo dell’ignoranza in Italia (2014), di Giovanni Solimine, docente alla Sapienza di Roma, a cominciare dal titolo scansa le perifrasi e la retorica e arriva al cuore del problema. Un estratto interessante: il 90% degli italiani guarda regolarmente la televisione; negli ultimi cinque anni questa percentuale non si è mai abbassata; d’altro canto, il numero di chi legge libri (almeno uno all’anno) ha avuto un suo picco nel 2012 con un misero 46% e attualmente è sceso al 41%. In sintesi – e senza puntare il dito sullo snobbismo congenito perpetrato ai danni di musei, eventi artistici, giornali, ecc. – nel Bel Paese la televisione rappresenta un mezzo di formazione rilevante e primario. Ed è una televisione che fa schifo.

Pier Silvio Berlusconi, magari senza volerlo, in una recente intervista lasciata al Corriere delle Sera, centra il punto, e inquadra un personaggio cardine, enfatizzandone le doti: Maria De Filippi. “E’ la regina, lavora tantissimo, è attenta ai dettagli, ha una conoscenza televisiva unica. E’ la sola che fa veramente la differenza”. Insomma, l’anima di Mediaset, il motore della televisione italiana, la sociologa delle tendenze catodiche. Lei, più di altri, riesce da anni a toccare le corde della “normalità” di cui ogni cittadino sembra aver bisogno. Cioè la necessità, quasi connaturata, dei vari Uomini e Donne e affini. Cos’è questa “normalità”? E’ accidia, è negligenza, è ignoranza, è esigenza di non partecipare, di non impegnarsi. In parole povere: accettare passivamente lo status quo. Il contrario di una cultura intesa come acquisizione critica di fatti e informazioni. Il concetto stesso di sapere ne risente, cioè il bagaglio di conoscenza, individuale e collettiva.

Perché la De Filippi, assunta come emblema delle tendenze italiote, può permettersi di mercificare, semplificare e svalutare la realtà, senza che nessuno si rivolti? Perché, e dice bene il figlio del Cavaliere, è attenta ai dettagli. E’ una vampira di ascolti che ha visto, con straordinario acume, come manchi, e stia mancando progressivamente, un sub-strato culturale. La cultura cioè non piace, in quanto non c’è. E se pure ci fosse non incrementerebbe l’audience. Del resto, il basso livello d’istruzione, le competenze inadeguate degli studenti italiani, il 47% di analfabetismo funzionale non sono, e non possono essere, soltanto un indizio, ma pietre tombali. Conseguenza: il sistema non solo può permettersi di proporre, anzi imporre, una televisione generalista popolare non dignitosa né credibile, ma anche di assorbire sterili critiche e deboli riottosità. Chi denuncia la situazione, infatti, lo fa a parole, conformisticamente, salvo poi continuare a rinforcare le fila di chi preferisce seguire improbabili tronisti, o discutibili telenovele spagnole, rispetto ai morti siriani. E’ una degradazione, come detto, implicitamente tollerata. Il Pasolini corsaro, in un corsivo del 1975, scriveva “ciò che si vive esistenzialmente è sempre enormemente più avanzato di ciò che si vive consapevolmente”; e, una volta in più, purtroppo, aveva ragione.

Manca quindi la cultura della cultura. E non se ne ha nemmeno l’impressione. Manca un’educazione alla cultura, la consapevolezza che un bene “immateriale” valga più del suo contrario: che l’inutile sia più utile del presunto utile. Solimine sentenzia: “Un Paese povero di risorse materiali, e in ritardo, dovrebbe investire in formazione più degli altri. Invece continua a non avere una politica della conoscenza, fondamentale per la costruzione del nostro futuro: gli investimenti in istruzione e ricerca ci costerebbero meno di quanto ci costa l’ignoranza”.

Sarebbe più semplice non prendere atto di un radicato livello, di proporzioni storiche, di a-cultura. Sarebbe quantomeno più comodo. Illudendosi  di risolvere problematiche sociali, economiche e civili nella veste apparente e fattuale in cui si presentano. Ma non sarebbe la verità: prima, e con urgenza, vanno estirpate le erbacce. E non solo a parole, s’intende.