La politica dovrebbe porre rimedio a situazioni complicate, perché il benessere di una comunità sia certo e consequenzialmente garantito. “La Repubblica” di Platone è un fulcro teorico imponente a sostegno di questa tesi. Al netto di tutto, l’arte del bene vivere sociale è in grado di emanciparsi da ogni condizione che possa deviarla dal suo fine originario, perseguendo la stabilità collettiva. Ergo, un atteggiamento che sia politicamente propositivo e costruttivo sarà imprescindibilmente correlato alla capacità di saper rispondere ai problemi con risoluzioni concrete. Quando, però, all’urgenza di talune questioni si agisce anteponendo l’opportunismo, allora si raschia nella profondità di un liquamoso pozzo. Quello della volontà di non esporsi, di non voler compromettere un malsano ordine internazionale, che, nell’indecenza della sua composizione, garantisce equilibri e profitti, controbilanciando all’insindacabilità dell’operato dei potenti il dolore perenne degli empi.

Da nobile espressione di esimie competenze, la politica assume fattezze di accesa faida per la preponderanza dei più furbi. Una furbizia che si prostra con reverenza ai dettami statunitensi, che si asserve al sionismo, e che non condanna le sevizie patite da una territorialità, in ragione di una fantomatica egemonia degli accovacciati nella bandiera sanguinaria degli States. La Palestina e il martoriato vissuto delle sue genti. Ecco una delle recenti vittime del planetario quadro geopolitico ed economico-finanziario. Il Vaticano ha finalmente scelto un approccio d’apertura nei suoi confronti. L’Italia ancora no. Precisiamo: l’Italia dei Palazzi capitolini. Lo Stivale del buon senso popolare, invece, realizza in modo diverso. Ripudia l’inconcepibilità del perdurare delle belligeranza a Gaza, della sordità di parte del Mondo alle grida delle madri palestinesi – tramortite spiritualmente e fisicamente dalle sevizie inflitte ai figli -, delle stomachevoli ingerenze commerciali degli USA e della riluttante inettitudine dello Stato italiano, parlamentarmente e governativamente cultore dell’assioma dell’extrema ratio soltanto in circostanze di salvacondotto di scranni ed incarichi. Tutto in funzione di un principio incontrovertibile: in assenza di un esercito, di un’aviazione e di un’armata, non si tratta di una guerra, ma di genocidio.

L’oculata decisione dell’epicentro giuridico-politico della cristianità cattolica si raffronta alla totale ignavia della partitocrazia istituzionale, che, da decenni, teme di poter scatenare l’ira funesta degli anacronismi ideologici con l’eventuale legittimazione della comunità palestinese, sorgente di identità e nervo scoperto di un’incompiuta autodeterminazione. Renzi, Gentiloni, ed il resto della pattuglia: quindi?