E’ difficile quantificare il crollo degli iscritti ai partiti politici italiani, data la reticenza di questi nel fornire dati certi. Ci aiuta l’Istituto Cattaneo, che nella sua serie storica si ferma al 2003 ma evidenzia una tendenza innegabile: la grande infatuazione degli italiani per la politica attiva va scemando. Nell’immediato dopoguerra il PCI poteva contare su oltre 2 milioni di iscritti, il PSI su circa 700 mila. La DC, partito contenitore per antonomasia, superava già nel ’48 il milione di iscritti per arrivare nei primi anni ’70 ad 1 milione e 800 mila, sorpassando il PCI. Non che le forze minori fossero da meno: l’eterno escluso MSI ondeggiava tra i 150 e i 200 mila tesserati, così come, a grandi linee, il Psdi e il Partito Repubblicano si attestava sui 100 mila.

Oggi il più grande partito italiano, il PD, non supera i 400 mila iscritti e il trend ribassista non accenna a rallentare: nella sola Roma, in due travagliati anni, ha perso 9 mila tesserati, attestandosi a quota 7 mila. Forza Italia, che non è mai stata un partito di massa, ha sforato il tetto dei 300 mila militanti nel 2000, nel 2014 erano 40 mila e nel 2015 ha iniziato a ridurre il numero dei propri dipendenti. La Lega, forza territoriale per antonomasia che gode dei vantaggi e degli svantaggi dei partiti relativamente ideologizzati (cioè un basso moltiplicatore tra militanti ed elettori), è stabile sui 150 mila. Una menzione a parte merita il Movimento 5 Stelle, la vera novità politica degli ultimi anni. Capace di riempire le piazze coi V-day e di raccogliere quasi 9 milioni di voti alle politiche 2013, anche in questo caso siamo di fronte al topolino che partorisce la montagna: gli iscritti certificati sul blog sono circa 130 mila, Casaleggio dixit.

Si tratta, comunque e chiaramente, di un fenomeno che non si può spiegare e riassumere guardando solamente il dato numerico, per quanto sia un indicatore affidabile. La società italiana, da fortemente politicizzata qual era, sta diventando un’informe società civile completamente de-politicizzata, incapace di volontà in senso politico. Questo è il dato cardine che si evince dai numeri. Non abbiamo retto l’urto con l’universo del post-ideologico, e a maggior ragione non l’ha retto il nostro sistema democratico, che sui partiti viveva. Sarebbe facile dare la colpa di questa disaffezione a Mani Pulite, e se è vero che il trapasso della Prima Repubblica nella Seconda segnò un crollo dei tesseramenti e una profonda disillusione nei confronti del partito come strumento di prassi democratica, nuovo o vecchio che fosse, ci sono anche forze di lungo periodo con le quali la politica si sta confrontando e contro le quali sta perdendo.

Un individualismo sempre più esasperato e permeante, lui sì veramente ideologico, va sempre più impedendo la definizione di identità collettive, siano esse politiche, economiche, culturali. Buona parte del processo è imputabile all’esaltazione della tecnica, che ha progressivamente preso il posto di qualunque forma di giustificazione sacra o spirituale all’agire umano. La società moderna è stata prima massificata dalla tecnica, che ha fornito gli strumenti materiali ed ideologici per omogeneizzare la società medievale, corporativa e gerarchica, poi frantumata in tante parti tanti quanti sono gli individui che la compongono, demolendone l’unità. E se per alcuni decenni questi, gli individui, si sono illusi di potersi “fare parte”, cioè partito, avendo perlomeno delle convinzioni comuni sulle quali immaginare il futuro, hanno poi dovuto arrendersi di fronte all’inarrestabile moto disgregatore del dominio culturale della tecnica. Individualismo ed edonismo, americanizzazione dei costumi, nichilismo post-ideologico, mera e semplice disillusione o sensazione di impotenza di fronte alla perdita, anzi, alla scomparsa della sovranità, da qualunque angolazione la si guardi la tendenza di lungo periodo è la stessa: da un lato la piena esaltazione dell’individuo attraverso la sua completa emancipazione dall’incasellamento medievale, dall’altro il ripiegamento di questo su sé stesso, incapace, isolato più che emancipato, di modificare un reale che corre su binari già tracciati da forze oltre-umane e dunque la rinuncia alla volontà stessa di modifica, di azione.

Abbandonando l’iperuranio per analizzare fatti più concreti e di medio periodo, sicuramente il crollo dell’attivismo nel lato sinistro dello schieramento politico è imputabile, almeno in parte, alla difficoltà di ridisegnare sé stessi. Il continuo frammentarsi tra correnti, correntine e veterocomunisti e l’appiattirsi della componente maggioritaria, il Pd, sulle posizioni dei democratici americani, un tempo nemici, hanno innegabilmente avuto un impatto. Per quanto riguarda il resto dello schieramento, di Mani Pulite si è già detto e non si vuole qua sminuirne l’importanza. Fu uno spartiacque insieme simbolico e sostanziale tra due mondi e due ere, più per la concomitanza temporale con altri fenomeni come l’accelerazione dell’integrazione europea e la ridefinizione dei rapporti economici tra pubblico e privato che per l’ondata di rancore e disillusione che colpì una classe politica ormai scomoda per Bruxelles. Da quelle ceneri l’Italia non riuscì a partorire nulla di meglio di Berlusconi che, al di là del personalismo interessato della sua avventura, non le ha trovato vestito migliore di quello liberal-liberista, creando nei fatti un partito personale con tanti elettori e pochissimi militanti.

Il caso Berlusconi è tuttavia emblematico perché, in un certo senso, ha dato per primo forma al Dio che, solo, ci può salvare di Heidegger (che mi perdonerà, ne sono certo, per il coraggioso atto di blasfemia). Berlusconi ha segnato il ritorno del leaderismo, sintomo ed allo stesso tempo effetto della sensazione di impotenza e di disinteresse per l’azione (vanno di pari passo) che ha colpito larga parte del popolo italiano. Quando si ha la sensazione di non contare nulla, di non poter fare nulla, se ne perde anche la voglia e non c’è niente di più comodo che delegare, affidandosi a qualcuno di carismatico sperando sia realmente taumaturgico. E’ una logica che, con un po’ di ritardo, ha colpito anche il centro-sinistra, arrivato a Renzi attraverso un doppio Prodi intermedio. E’ un dato che non avrà validità statistica, ma la social network analysis va per la maggiore negli Stati Uniti, e le pagine Facebook di Salvini e Renzi hanno molti più like di quelle dei rispettivi partiti (circa 6 volte tanto).

In un certo senso, l’individuo liberato da gabbie sociali secolari si è ritrovato nudo di fronte al potere, impotente ed edonista, e preferisce affidarsi a chi, come i re taumaturghi di Bloch, si sforza di mostrarsi attore principale sui palcoscenici della storia. In realtà qualche capacità di organizzazione dal basso è rimasta e in alcuni casi prospera, ma riguarda aspetti prevalentemente culturali/morali di natura strettamente particolare e temporanea e si inserisce nel solco dell’emancipazione dell’uomo da sé stesso, come, ad esempio, le campagne social per le modelle curvy.

Eppure dovrebbe essere chiaro ormai, per tornare a parlare di politica concreta, che un ruolo fondamentale nella spoliazione di significato dell’attività politica lo hanno avuto le istituzioni sovranazionali, Unione Europea in primis. Delegittimando di fatto le forze politiche nazionali, hanno privato il cittadino anche dell’ultima arma spuntata in suo possesso, il voto. Basta un caso specifico per rendere l’idea, quello delle privatizzazioni. Tra il 1992 e il 1998 si sono susseguiti al governo Andreotti, Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini e Prodi: nessuno, nessuno di essi, uscì dal solco tracciato dalla Commissione Europea. La continuità nel processo normativo fu stupefacente, pensando alle diverse estrazioni politiche dei governi in carica.

Del problema di democrazia in Europa abbiamo già parlato, ma sicuramente un altro fattore di risveglio dal grande sogno politico che ha coinvolto gli italiani dal dopoguerra agli anni ’80 è stato il vincolo esterno europeo e il determinismo che la visione culturale di Bruxelles ha imposto alle scelte dei nostri politici. Di nuovo, si tratta del (presunto) dominio della tecnica, in questo caso del pensiero economico neo-liberista declinato ai tempi della globalizzazione.

Che fare dunque di fronte al crollo degli attivisti e, anche se meno evidente, degli elettori? Rassegnarsi al superamento del politico come dimensione pregnante del reale? Impossibile, perché anche il potere tecnocratico si avvale della politica per autoalimentarsi e soprattutto la politica è l’unico strumento di emancipazione reale, collettiva e comunitaria e non solo individuale. In questo senso l’unica risposta veramente interessante è quella portata sul tavolo dal Movimento 5 Stelle. Essa si inserisce nel solco dell’individualismo, in un certo senso ne è l’apoteosi, sia negli slogan che (un po’ meno) nei fatti. La democrazia diretta ai tempi di internet è un iper-individualismo, ma in una forma probabilmente positiva, perché inserisce la giusta importanza riconosciuta alla singolarità nella necessità di prendere decisioni per la collettività. E’ una democrazia egualitaria che esalta l’attivismo. Tuttavia rimangono tante ombre. La prima riguarda la debolezza ideologica generale del Movimento, incapace, nonostante il tempo che ormai lo vede attore di primo piano, di coinvolgere intellettuali e scienziati con i quali costruire una piattaforma culturale solida, di livello. La seconda riguarda i metodi, la coincidenza tra slogan e prassi. La terza riguarda il leaderismo, che non solo lo ha colpito ma lo ha addirittura generato: un eventuale vero passo indietro di Grillo sarebbe un banco di prova fondamentale. Tuttavia se l’individuo vuole realmente emanciparsi ha bisogno di ridivenire attore politico e per farlo ha bisogno della comunità e dell’impegno, il disinteresse o la delega non sono più opzioni accettabili.