Giovedì scorso, con l’ennesimo schiaffo alla Costituzione, il ddl Boschi (la meglio nota riforma del Senato) è approdato al Senato per la seconda lettura prevista per le riforme costituzionali. In perfetto stile renziano è stato scavalcato a gamba tesa l’articolo 72 comma IV della Carta, che stabilisce l’obbligo di passaggio prima in Commissione e poi in Assemblea per i progetti di legge in materia costituzionale, facendo così approdare il ddl direttamente in Aula. Ovviamente nel nome del Fare. È chiaro infatti che la più grande urgenza del popolo italiano oggi sia la riforma del Senato: “Sono 70 anni che stiamo aspettando la fine del bicameralismo paritario” ha dichiarato la ministra Boschi per giustificare il colpo di mano. Se allora davvero questa riforma è così importante per noi, vediamone nel dettaglio alcuni tra gli aspetti principali.

Nel Parlamento delineato dal ddl Boschi sarà presente una Camera dei Deputati analoga all’attuale, l’unica a essere legata al Governo dal rapporto di fiducia, mentre, per quel che qui interessa, l’attuale Senato cambierà completamente sia dal punto di vista della composizione che da quello delle funzioni. Vi siederanno un totale di 100 senatori non elettivi, di cui 74 nominati tra i consiglieri regionali e 21 tra i sindaci, più 5 “personalità illustri” non meglio specificate, di nomina presidenziale e con mandato settennale. È nelle funzioni del nuovo Senato però che si concretizza il superamento del bicameralismo perfetto.
Esso infatti non voterà più la fiducia al Governo. Avrà principalmente una funzione di raccordo tra Stato ed enti locali, conservando solo un limitato potere di voto su un esiguo numero di materie quali leggi di revisione costituzionale e leggi costituzionali, ratifiche di trattati internazionali, e poche altre. Potrà anche intervenire per chiedere la modifica delle leggi ordinarie, richiesta che potrà però essere, e quindi sarà quasi sempre, tranquillamente ignorata dalla Camera (e qui è doveroso fare i complimenti all’autore di una disposizione così inutile). Ecco in tal modo finalmente superati questi 70 gravosissimi anni di bicameralismo paritario.

Su di esso si è detto tanto, si è criticato il fatto che costituisca un’inutile duplicazione dei tempi e delle procedure, e che sia il principale responsabile dei tempi biblici di approvazione delle leggi italiane. Ma chi sostenga una cosa simile, come i tanti signori tra le fila del Governo, è vistosamente in errore. Quando in gioco ci sono stati gli interessi giusti il nostro Parlamento ha dimostrato di esser capace di sfornare leggi in tempi da record. Basti pensare al lodo Alfano, che per bloccare i processi di Berlusconi fu approvato in soli 20 giorni, o alla legge Fornero, la quale anch’essa tagliò il traguardo in appena 20 giorni. Per la legge anticorruzione invece, con lo stesso medesimo iter, sono serviti 1456 giorni. Sicuramente un caso.

Guardando invece alla composizione del nuovo Senato, viene da chiedersi come faranno i 75 consiglieri regionali e sindaci a conciliare il loro incarico locale con il mandato romano e a giostrarsi tra la miriade di incombenze da essi derivanti. Diventeranno dei senatori che nei ritagli di tempo si dedicheranno al comune o alla regione di appartenenza, o viceversa? Necessariamente una delle due funzioni dovrà essere sacrificata a scapito dell’altra, magari a fasi alterne, in un guazzabuglio di incompetenza e discontinuità istituzionale. Prevedibile poi un fiorire incontrollato di portaborse e collaboratorucci vari, essenziali per aiutare dei personaggi così oberati di lavoro.

Quello disegnato da questo ddl è un Senato pesantemente esautorato, ridotto a una posizione assolutamente marginale nell’esercizio della funzione legislativa. Viene sbandierato come manna dal cielo la riduzione dell’organico, da 315 a 100, e il fatto che i nuovi senatori non riceveranno indennità di sorta (il che è tutto da dimostrare). Ma siamo sicuri che sia meglio così? Se oggi è già facile comprarsi un Parlamento di quasi mille elementi e pilotare gli esiti delle deliberazioni, quanto lo sarà ancora di più quando le teste da controllare saranno solo 630? Ogni parlamentare in meno è un colpo alla democrazia, che in questo modo diventa sempre meno rappresentativa e sempre più accentrata nelle mani di un ristretto gruppo di potenti, a dispetto della pretesa funzione di raccordo Stato-enti locali del nuovo Senato. Se l’obiettivo era ridurre i costi della politica sarebbe bastato mantenere il numero attuale di parlamentari, e dimezzar loro di netto lo stipendio. Con questo non fa che compiersi l’ultimo passo in direzione di un Parlamento come semplice ufficio di ratifica delle decisioni prese nel gabinetto governativo, si svilisce e svuota l’essenza stessa del rapporto fiduciario, ridotto ormai a un mero atto di fede nei confronti del Governo. In linea perfetta con l’autoritarismo sempre più autoreferenziale del governo Renzi, il quale continua col paraocchi sulla sua strada, incapace di rendersi conto di come, aldilà delle questioni di merito, oggi l’urgenza in Italia non sia una riforma costituzionale, ma un provvedimento che crei lavoro e rilanci l’economia devastata del nostro Paese. Ma giusto, per quello c’è il Jobs Act.