L’immagine simbolo è la nonna che abbraccia il suo nipotino tra le lamiere. Lui respira, con difficoltà, ma respira. Ha un tubo sulla testa. Lei il capo chino, gli occhi sbarrati. E’ morta con lo schianto: l’esplosione, i vetri, il sangue, i cadaveri. Al momento dei soccorsi il piccolo non si rende conto di nulla: è tramortito. E’ passata mezz’ora dall’incidente. Un vigile del fuoco lo tira fuori dalle macerie e lo salva. La scena l’hanno raccontata così i soccorritori accorsi sul luogo dell’impatto tra i due treni avvenuto martedì mattina, 12 luglio, sulla tratta ferroviaria a binario unico Andria-Corato, percorsa dalle vetture delle Ferrovie del Nord Barese. Per ora, dicono gli investigatori, sono stati rinvenuti 24 corpi. Il bilancio è incerto: potrebbe salire nelle prossime ore. Tra di loro studenti pendolari, pensionati, bambini. Anche un poliziotto. Una cinquantina, invece, i feriti. Alcuni in gravissime condizioni.

Il motivo della tragedia? Per ora è difficile appurarlo. In realtà, la dinamica è chiarissima. Sono le cause a non esserlo. Eppure, in queste ore, si sono lanciate accuse a tutto spiano. Per il Ministro delle infrastrutture Delrio la colpa è del vetusto “sistema del blocco telefonico”, e quindi l’ipotesi è l’errore umano. Per il Movimento 5 Stelle la causa sono i tagli del governo, compreso quello “da 75 milioni di euro per la sicurezza delle infrastrutture e del trasporto pubblico. E quindi per la sicurezza ferroviaria”. L’opinione pubblica punta il dito verso il sistema a binario unico che, a detta degli esperti, è sicuro se gestito da apparecchiature tecnologicamente avanzate, come avviene in circa 300 chilometri di reti ferroviarie italiane, ma non su tratto dell’incidente (lo ha detto Massimo Nitti, dg per i trasporti di Ferrotramviaria spa, a Sky).  Poi c’è la questione dei 180 milioni di euro, stanziati dall’Ue nel 2007 per l’ammodernamento dei binari che vanno da Andria a Ruvo di Puglia. Soldi, però, mai spesi. E poi c’è il Problema della “non politica del non trasporto pubblico”, come l’ha definita Sergio Rizzo, che affonda le sue solidissime radici a prima del 1861, quando l’Italia non s‘era ancora fatta. E infine, le solite promesse insulse della politica (con la p minuscola) che dice che farà chiarezza, e non abbandonerà i pugliesi. Fino ai funerali delle vittime, però. Dopo tutto tornerà come prima.

I pugliesi, però, nella disgrazia hanno reagito, dimostrando sin da subito ai politicanti la (vera) politica del fare. L’azione al posto delle “chiacchere”. Era da poco avvenuto l’incidente, e già circolava un tam-tam su Internet nel quale si chiedeva di donare sangue nei centri di trasfusione regionali. 2724 persone si sono riversate negli ospedali per dare il loro aiuto, concreto e splendido, in quella tragedia. La comunità che si stringe intorno alle sue vittime. Una corsa contro il tempo per salvare delle vite, con il proprio sangue. E poi lo slancio di generosità delle decine di volontari della provincia barese, accorsi con le proprie macchine, a proprie spese, sul luogo dell’incidente per dare una mano e assistere i feriti. Tra di loro giovani infermieri e medici: la concretezza e l’orgoglio di una comunità che dà se stessa per la sua gente. E’ vero, da domani tutto sarà come prima. Alle parole dei politici (probabilmente) non seguiranno i fatti. Ma i fatti della mia gente, da soli, annientano quelle parole. E i pugliesi potranno essere davvero orgogliosi di loro stessi.