Lo scorso 2 aprile ricorreva il decimo anniversario della morte di Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II. La figura di questo pontefice ha indubbiamente goduto di enorme popolarità, sia presso i cattolici che presso molti non credenti. La sua grande capacità di sfruttare i mezzi di comunicazione e il carisma hanno diffuso un’immagine di papa “vicino alla gente”. Sebbene i media abbiano presentato il suo pontificato come momento ecumenico della Chiesa in realtà fu un papa estremamente conservatore. E lo fu sia sui temi riguardanti la morale sessuale, sia in politica. Wojtyla confermò la condanna dei tradizionalisti cattolici nei confronti dell’omosessualità e si oppose con ogni mezzo alla diffusione dei metodi contraccettivi e del profilattico, proprio durante gli anni dell’esplosione dell’epidemia di AIDS in tutto il mondo. Meno noto all’opinione pubblica, ma non meno rilevante, fu il sostegno che diede ai regimi di tipo fascista, in particolare alla giunta militare golpista cilena di Augusto Pinochet, per cui si adoperò in modo da impedirne l’estradizione e la probabile condanna.

Ma per comprendere il ruolo svolto dal papa polacco bisogna gettare uno sguardo sulla situazione internazionale nel corso dei primi anni dopo la sua investitura. Siamo alla fine degli anni ’70 e negli Stati Uniti si conclude il mandato di Jimmy Carter (con tutte le illusioni che aveva alimentato) e sale alla Casa Bianca il repubblicano Ronald Reagan. Gli Usa intraprendono una politica estera sempre più aggressiva, sia nei confronti dell’Unione Sovietica che dei paesi non contigui alla Casa Bianca, come avrebbe dimostrato l’invasione di Grenada e il finanziamento dei Contras, le milizie terroristiche responsabili del sanguinoso colpo di stato in Nicaragua. Intorno al 1985 Michail Gorbacev viene nominato segretario del PCUS e apre una nuova fase per lo stato sovietico, l’inizio delle riforme e delle liberalizzazioni che avrebbero portato al crollo dell’URSS. Sul piano socio-politico sono gli anni del ripiegamento dei movimenti operai e popolari e l’avanzamento di un capitalismo ultra-liberista. Il ruolo di Giovanni Paolo II in questo contesto è quello di oppositore intransigente al comunismo e al socialismo, incarnato dallo stato sovietico, “impero del male”, come soprannominato da Reagan. L’amministrazione americana trova infatti nel Vaticano un prezioso alleato per portare avanti la propria politica espansiva.

L’anticomunismo estremo di Wojtyla va di pari passo con il suo moralismo religioso, che vede nell’ateismo un male da combattere ad ogni costo, più di qualsiasi altra religione o eresia, nonostante si riaffermasse la superiorità del cattolicesimo su tutte le altre religioni. Il materialismo ateo marxista, e l’anticapitalismo socialista, con il loro egualitarismo, rappresentavano dunque il primo nemico da abbattere. È in questo senso che va letto l’appoggio o per lo meno la tolleranza del pontefice di Wadowice nei confronti dei governi autoritari di estrema destra, come dimostrano i rapporti col Cile di Pinochet, oppure la nomina a cardinale di Pio Laghi, compromesso con la dittatura argentina e infine la beatificazione mai portata a termine di Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, morto assassinato, e considerato vicino alla Teologia della Liberazione e all’opposizione salvadoregna. Wojtyla aveva esortato Romero a “una relazione migliore col governo del suo paese” ovvero con la giunta militare di Duarte. A questo proposito vanno ricordate alcune controverse canonizzazioni, quella del fondatore dell’Opus Dei Josemaria Escrivà de Balaguer, vicino al governo franchista e quella Alojzije Viktor Stepinac, cardinale croato colluso col regime ustascia. L’Opus Dei, in particolare, è un’istituzione cattolica fondamentalista cui Wojtyla non ha mai lesinato il suo sostegno e a cui ha concesso lo status di “prelatura personale”, malgrado il suo carattere settario e la gestione autoritaria e dispotica (leggere l’ottima inchiesta del giornalista Ferruccio Pinotti “Opus Dei segreta”).

Giovanni Paolo II considerava il fascismo e il capitalismo liberista di gran lunga preferibili al comunismo e al marxismo, colpevoli ai suoi occhi di essere contrari alla fede cattolica e all’egemonia della Chiesa. Con il fascismo, del resto, Wojtyla condivideva un’idea di società clericale e antilaica e il ruolo della famiglia tradizionale. Al liberismo anglo-americano lo univa la ferrea determinazione nel combattere il nemico sovietico. Gli Stati Uniti trovarono dunque l’alleato giusto al momento giusto. Il sostegno del papa al sindacato polacco di Solidarnosc fu fondamentale per il rovesciamento della Polonia socialista e infine per determinare il crollo della potenza sovietica. I finanziamenti dello IOR di Marcinkus a Solidarnosc determinarono la crescita dell’organizzazione cattolica in Polonia. La banca vaticana si avvalse probabilmente anche di prestiti provenienti dalla malavita organizzata e dalla Banda della Magliana. Si hanno ragioni sufficienti per ritenere il pontificato di Karol Wojtyla il grimaldello con cui gli Stati Uniti riuscirono a scardinare l’apparato sovietico e a determinare il crollo dell’URSS, da un lato, e il contrasto delle opposizioni sudamericane dall’altro. Essi poterono giovarsi dell’aiuto di un alleato che godeva di grande popolarità in tutto il Mondo, oltre all’azione della diplomazia vaticana.

La Casa Bianca non riuscirà più a trovare, all’interno della Chiesa Cattolica, una figura così importante per la propria strategia. Joseph Ratzinger, che era vicino a Wojtyla sulle questioni teologiche, era scarsamente impegnato sul piano politico, tutto concentrato nella difesa della dottrina cattolica tradizione e non era dotato, inoltre, della stessa popolarità e della stessa presenza carismatica. L’elezione di Jorge Mario Bergoglio, invece, probabilmente fece nutrire molte speranze a Washington e alla destra interventista americana. L’ex arcivescovo di Buenos Aires era infatti noto per la sua opposizione ai governi Kirchner, fieri avversari della Casa Bianca e del Fondo Monetario.  Secondo il giornalista Horacio Verbitsky sarebbe implicato nella persecuzione di alcuni sacerdoti dissidenti ad opera del regime di Videla. La sua ostilità in passato alla Teologia della Liberazione e l’opposizione agli ultimi governi progressisti dell’Argentina, oltre alle doti comunicative e all’indubbio prestigio di cui gode, potevano far pensare potesse svolgere un ruolo analogo, mutatis mutandis, a quello di Wojtyla. Tuttavia, finora, Bergoglio si è mostrato molto più moderato. Ha assunto una posizione neutrale nelle questioni internazionali. Nonostante la storica ostilità tra stato vaticano e governo venezuelano, dopo la nomina a Segretario di Stato di Pietro Parolin, già Nunzio apostolico in Venezuela, la Chiesa romana ha cercato di porsi come mediatore equidistante tra il governo di Maduro e l’opposizione. L’orientamento di Bergoglio, tuttavia, non è ancora del tutto chiaro e dipenderà molto dagli sviluppi futuri della situazione in America Latina. Una situazione, per il momento, molto diversa, da quella degli anni di Wojtyla in cui si assisteva al crollo del socialismo reale e all’egemonia americana su scala mondiale. Il contesto geopolitico è mutato. L’atteggiamento del nuovo papa potrebbe essere una presa d’atto realistica, ovvero la comprensione dell’esistenza di un nuovo blocco socialista e antimperialista, che tuttavia Washington non si rassegna ancora ad accettare, come cautela propria di una fase di studio. Ma forse la vera differenza è che, contrariamente che in passato, l’influenza politica del Vaticano nelle questioni internazionali si è molto ridimensionata.