Sul referendum del prossimo 17 aprile si è detto tutto e il contrario di tutto. A circa una settimana dal voto si sono espressi più o meno illustri esponenti dell’accademia, della politica. Addirittura della tecnica. Hanno preso la parola ecologisti, ambientalisti. Renziani, grillini e pure leghisti. Tutti hanno detto la loro. C’è stato chi ha sostenuto le iniziative di governo e chi le ha contestate. E se nelle televisioni – soprattutto quelle di Stato – ha già vinto il no, è sul web che i sostenitori della tiritera No Triv hanno riscosso maggior successo.

Ma chi sono i No Triv ? Sul loro profilo Facebook si legge:  “Il Coordinamento Nazionale No Triv nasce a Pisticci Scalo (MT) il 12-13 luglio 2012. Ad esso aderiscono centinaia di associazioni, comitati e circoli di partito di tutta Italia. L’organizzazione del coordinamento è in via di definizione attraverso la creazione di sezioni regionali. Scopo del Coordinamento è il contrasto ad un modello di sviluppo economico ed energetico basato sulle fonti fossili”.

A quanto pare i No Triv s’impegnano a difesa del  mare, dell’ambiente, dell’ecologia, in vista del sogno rinnovabile. E’ tutto molto bello, davvero.  Certo, chi – tra i banchi di scuola – non si è immedesimato nel Titiro virgiliano che fugge la patria, componendo musica soave all’ombra del faggio? Ma dall’età dell’oro le cose per l’uomo sono mutate. E’ arrivata l’industrializzazione e con essa il necessario sfruttamento delle energie non rinnovabili ( carbone, gas e petrolio su tutte). Poi le cose sono ulteriormente cambiate, si è scoperta l’energia eolica, quella solare. E’ il progresso, dicevano. Ma gli altri Paesi d’Europa, a dispetto dei dettami ambientalisti, sembrano ancora legati al vecchio e (non tanto) caro petrolio.

Certo, sarebbe giusto che il governo di un paese industrializzato come l’Italia, e firmatario del Protocollo di Kyoto, affiancasse lo sviluppo delle energie rinnovabili allo sfruttamento di quelle energie che rinnovabili non sono. Certo, che ben vengano gli investimenti in pale eoliche ed energia solare. Ma bisogna fare un passo alla volta. Perché la strada per affrancarsi dallo sfruttamento di petrolio e gas è ancora lunga. Basti pensare che nel 2030 queste due risorse non rinnovabili alimenteranno il 50% della domanda primaria di energia italiana, solo il gas il 36%. E quella del petrolio e del gas è un’industria che tira: è un settore che solo nella Penisola genera investimenti per circa 1,2 miliardi di euro all’anno. E sono tanti soldi, considerando il fatto che in Europa l’Italia è il terzo Paese per riserve di petrolio (dopo Norvegia e UK), quarto invece per riserve di gas.

E allora cosa fare il 17 aprile? Innanzitutto bisogna partire dal quesito che promuove l’abrogazione di una norma introdotta con la legge di stabilità 2016 che prevede l’estensione delle concessioni per le attività estrattive entro le 12 miglia nautiche dalla costa fino ad esaurimento del giacimento e non fino a 40/45 come con la previgente normativa. Cosa verrà chiesto quindi il 17 aprile? “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale’?”

Come solitamente accade nei referendum il quesito non è ben comprensibile. Ma si sa, è il gioco della politica. Ma esprimere un voto il 17 aprile è importante, politicamente e socialmente. E quel giorno la crocetta dovrà segnare il Si. E non per fare un favore ai No Triv, profondi sostenitori di una presunta “decrescita felice”, propugnatori instancabili del “reddito di cittadinanza”, che proposte alternative ed efficienti non sembrano farne. Il Si di domenica sarà un segnale al governo per dire: le estrazione petrolifere in Italia devono terminare qualora siano fatte da multinazionali e aziende straniere. Soprattutto qualora vengano messi in pericolo l’ambiente e la salute degli italiani. Ma, se si dovrà estrarre energia non rinnovabile in futuro ( e sarà necessario farlo), la responsabilità e la gestione dovrà andare solo all’Eni – l’azienda di Stato – che dovrà agire nel pieno rispetto dell’ambiente. E’ questo il messaggio che dovrà arrivare al governo, e necessiterà di un ulteriore sforzo politico e propositivo. Non si potrà fare solo con una crocetta. Perché il Si non rappresenta solo la pars destruens: basta con le estrazioni e le trivellazioni al termine delle concessioni. Ma il voto deve contenere anche la pars costruens: destiniamo in futuro le concessioni solo ad Eni, portando avanti in ogni caso una politica in favore delle energie rinnovabili ed alternative a petrolio e gas. Senza dimenticarci, però, che di queste due risorse ne abbiamo disperatamente bisogno. Domenica bisogna dire Si per dire No allo sfruttamento incontrollato dell’Italia da parte delle multinazionali. Domenica bisogna dire Si per dire No allo stallo del Paese.