Dal futuro dei 5stelle alla confusione interna della destra; dalla minoranza Pd, «che abbaia ma non sa più come si morde», alla leadership di Renzi; dalla Loi du Travail all’euroscetticismo: ne abbiamo parlato con Marco Tarchi, politologo, professore di scienze politiche all’Università di Firenze e autore di “Italia Populista”.

Professore, partiamo dal Movimento Cinque Stelle. Ha perso il suo ideatore e ideologo, una sorta di intellettuale 2.0, tra intransigenza e visionarietà. Ora cosa succederà? Cambierà qualcosa naturalmente o dovrà forzatamente farlo?

«Il Movimento Cinque Stelle, perlomeno da quando ha iniziato forzatamente a istituzionalizzarsi a causa dell’ingresso di suoi rappresentanti in Enti locali e in Parlamento, è in uno stato di continuo cambiamento. Mi pare però che la consapevolezza di questa obbligata transizione sia ancora limitata nella sua base, e forse anche fra molti dei suoi “quadri intermedi”, ovvero gli eletti a varie cariche rappresentative. L’illusione di mantenere l’originaria purezza è del resto una delle caratteristiche tipiche dei movimenti collettivi, e spesso ne ha determinato l’impossibilità di trasformarsi in partiti. In realtà, il consenso elettorale che il M5S ha riscosso ha dovuto sin qui assai poco alla visionarietà di Casaleggio e all’eco che questa riscontrava in certi meetup. A votare i Cinque Stelle sono stati in prevalenza elettori attratti dal discorso pubblico di Beppe Grillo, già noto non solo dal profluvio di comizi da lui tenuti, ma soprattutto dall’eco che da anni le sue prese di posizione raccoglievano negli strumenti d’informazione: tv, radio, giornali, siti internet. L’aspetto “2.0” era ignoto alla gran parte di coloro che hanno messo una croce sul simbolo delle liste che consideravano “grilline”, e credo che da allora in poi le cose siano ben poco cambiate. Un altro discorso va fatto per il ruolo di Casaleggio nella vita interna del movimento. Si tratterà di capire se chi gli succederà in questo ambito (il figlio? Il direttorio? Lo staff di Grillo? Sono dubbi riemersi prepotentemente nella gestione del caso Pizzarotti) saprà mostrare le stesse doti di indirizzo e di mediazione. Che pure non erano magiche, come le molte defezioni hanno dimostrato – peraltro prevedibili per il carattere eterogeneo delle rappresentanze parlamentari e consiliari, frutto di criteri di selezione labili. A questo punto svincolarsi da Grillo e dalle argomentazioni che ne hanno fatto un catalizzatore di consensi sarebbe un salto nel buio».

La destra del Paese invece non riesce a compattarsi, a sembrare credibile: a livello di contenuti, o anche a livello culturale si potrebbe dire. C’è un ritardo? Una mancanza storica?

«C’è un peccato d’origine: il non provenire da una storia, da una cultura, da un’identità univoca o, quantomeno, affine. La catastrofe del sistema di partito postfascista determinata da Tangentopoli ha portato a costituire una coalizione raffazzonata e a geometria variabile, dove sono confluiti spezzoni di soggettività politiche, programmatiche e ideologiche che si erano contrapposte, e in più di un caso duramente combattute, per decenni. Non ne sono certo, ma forse il clima di emergenza e da solve et coagula avrebbe potuto consentire un ripensamento prima individuale e poi collettivo dei tratti pregressi; con l’approdo a un progetto meditato e chiaro, che comunque, accanto alle compatibilità, avrebbe determinato anche incompatibilità di fondo. Ma così non è stato. Si è preferita la strada di un accordo “anti”: contro qualcuno e qualcosa, che ha consentito immediati successi elettorali ma non ha aperto alcun percorso di convergenza. I pochi appuntamenti, oggi dimenticati, fra intellettuali delle diverse aree del centrodestra che si proponevano l’elaborazione di una piattaforma comune si sono risolti in dispute vivaci e insolenze reciproche. E a determinare questo risultato non sono stati solo egoismi e vezzi da primedonne, che pure non mancavano. Solo i richiami all’emergenza, la denuncia periodica di un presunto Annibale alle porte può spingere a un coagulo di un orizzonte così frastagliato, fatto di soggetti che su molti punti (politica economica, sociale, internazionale, fino a giungere alla stessa visione del mondo) sono in disaccordo. È in questa chiave che si continua ad agitare il vessillo di un listone che metta insieme Berlusconi e Salvini, Alfano e Meloni, Storace e Quagliarello e chissà chi altro. Può darsi che si giunga alla creazione di questo prodotto da dottor Frankenstein, ma quanto potrebbe reggere poi alla prova dei fatti? Su questo versante, sarebbe più convincente una maturazione di più solide identità e progettualità di singoli soggetti, capaci di partorire risposte adeguate a uno scenario in cui il discrimine sinistra/destra appare sempre più sfaldato».

Come in fondo dimostra il PD. Scossoni interni ne fanno intravedere tutte le contraddizioni, eppure la maggioranza predomina. Si fa il buono e cattivo tempo, non mancando di deludere gli elettori. Vede un partito snaturato? Che perde pezzi per strada?  

«Per giudicare il Pd snaturato, dovrei ipotizzare che abbia avuto in un qualche momento della sua storia una natura coerente e ben definita: il che non mi pare si sia mai verificato. Già ai tempi di Veltroni, ho più volte espresso il mio scetticismo su una fusione a freddo di storie e culture politiche che mi sembrava problematica, se non infeconda. Di sicuro, a quei tempi il vero collante della sigla appena lanciata era quanto rimaneva dell’esperienza di Pci, Pds e Ds (“la ditta”, in termini bersaniani), mentre sul piano psicologico la molla era l’astio verso Berlusconi, che spaccava in due il Paese. Politicamente, la carta che si intendeva giocare era una sorta di compromesso storico all’acqua di rose e in forte ritardo fra due forze “popolari” che proponevano una parodia di argine neociellenistico alle “derive autoritarie” del centrodestra. L’indebolimento del bersaglio polemico non poteva che riflettersi in uno smarrimento del progetto. Tanto più che l’inseguimento di una collocazione al centro sbiadiva ancor più marcatamente il già labile profilo programmatico di questa sorta di partito-coalizione. Con la conseguenza che nella sua base è cresciuta la delusione, mentre nei quadri intermedi e di vertice i modi della vecchia politica (inclusa quella peggiore, fatta di clientelismo e corruzione) hanno preso il sopravvento. Il fallimento di Bersani nel 2013 è figlio di quella condizione precaria. Renzi ha saputo inserirsi grazie a un’accorta interpretazione delle regole del marketing politico. Lo slogan della rottamazione, il giovanilismo, la sfrontatezza spinta oltre i limiti della sbruffonaggine, che lo porta a promettere ben più di quanto possa mantenere, hanno avuto successo. Ed era ovvio: una volta conquistato il potere interno, l’effetto “salire sul carro del vincitore” gli avrebbe agevolato il cammino. Così è avvenuto, e la condizione di Presidente del consiglio gli consente di mantenere un rapporto diretto con i sostenitori, scavalcando di fatto il partito, la cui solidità organizzativa sarebbe solo d’ostacolo. Quindi viene tutt’altro che salvaguardata: l’accordo con Verdini vale più, ai suoi occhi, dell’attività di centinaia o migliaia di circoli. In questo panorama la sinistra interna ha una funzione puramente decorativa: paralizzata dalla psicologia del centralismo democratico, abbaia ma non sa più neanche come si morde. Attende che qualcuno o qualcosa disarcioni il leader, ma ha paura di apparire come una traditrice della “ditta”. Per il momento, quindi, Renzi ha ben poco da temere. Solo un insuccesso nel referendum sulle modifiche costituzionali potrebbe sconvolgere il quadro».

Un Referendum plebiscitario secondi alcuni. Chi lo critica è violentemente attaccato, se non trattato con sufficienza. Ma c’è davvero il rischio di una “democrazia autoritaria” o si esagera?

«Il Referendum è senz’altro uno strumento concepito per dare al Rottamatore, oggi autoproclamatosi Riformista per eccellenza, una legittimazione plebiscitaria e mostrare il suo surplus di consenso rispetto ai partiti, o alle frazioni parlamentari, che sostengono il suo Governo. Renzi si gioca moltissimo in questa partita, ed è il motivo per cui chi vuole davvero sconfiggere il suo modo di far politica dovrà votare no. Un elemento autoritario, sotto forma di un’assoluta certezza di aver sempre e comunque ragione, è senz’altro presente nella psicologia di Renzi; così come lo era in quella di Berlusconi, ancor meno capace di celarlo. Perché si trasformi nella premessa di un’involuzione autoritaria della democrazia, occorrerebbero ulteriori correttivi istituzionali. Alcuni passi in questa direzione sono stati fatti: mettendo più direttamente nelle mani del governo la Rai, per esempio, o accentrando ulteriormente le nomine di responsabili di posti chiave dell’amministrazione, o ancora addomesticando il Parlamento con la pessima legge elettorale, l’Italicum, e con l’estinzione del Senato elettivo. Ma ne servirebbero altri. Comunque, dal 41% riscosso nel 2014 alle elezioni europee in poi, le ambizioni renziane in materia sono cresciute».

A proposito di leggi, in Francia contro la Loi du Travail migliaia di cittadini scendono nelle piazze. E anche Alain De Benoist si è stato duro in merito: «Un abominio. Si amplia la precarietà e si invertono le conquiste sociali ottenute dai lavoratori in oltre un secolo di lotte sociali (…) Misure prese per soddisfare la Commissione europea e gli industriali, una logica del profitto per accumulare illimitatamente capitale, facendo lavorare di più guadagnando di meno». È una manovra equiparata per molti punti al Jobs Act, vanto del Governo Renzi che però, nell’effettivo, non sembra dare risultati. E’ giusto parlare di disegno comune voluto dall’UE? E perché tra Italia e Francia le reazioni sono così diverse?

«E’ evidente che l’Unione europea ha fatto dei principi del liberismo il suo credo economico. Era chiaramente scritto nel Trattato per una costituzione europea, che il centrodestra (con particolare entusiasmo di Fini) e il centrosinistra avevano accolto con favore. Che Jobs Act e Loi El Khomri vadano in questa direzione è altrettanto visibile. Hollande non ha tuttavia né il consenso né la capacità di rappresentazione della sinistra che, a torto o a ragione, Renzi possiede; e i sindacati francesi sono un po’ meno malmessi di quelli italiani. Ciò spiega la diversa capacità di mobilitazione degli oppositori a questi provvedimenti. Per quanto riguarda i loro effetti, nel caso italiano appaiono ancora contraddittori e occorrerà tempo per valutarne il segno e la portata».

Oggi l’euroscetticismo confluisce nel populismo: e per questo è stato, ed è, denigrato da larga parte della politica. Ferruccio de Bortoli, ex-direttore del Corriere della Sera, di recente ha affermato che la confusione tra tesi populiste (nel senso di antipolitiche) ed euroscettiche abbia impedito a quest’ultime di essere prese in considerazione come avrebbero dovuto. E così facendo si è generato un pensiero unico: chi è contro l’Ue è antistorico. Ma le tesi euroscettiche possono sganciarsi dal populismo? E soprattutto ce n’è bisogno affinché abbiano un loro peso specifico?

«L’euroscetticismo ha una storia che preesiste al populismo e ancora oggi si esprime al di fuori di esso, ad esempio in Francia nei politici e negli intellettuali che vengono definiti sovranisti. L’attuale denigrazione massmediale dei soggetti definiti populisti concorre sicuramente al depotenziamento delle critiche all’UE o all’euro espresse da altri soggetti (penso all’economista di sinistra Jacques Sapir, ma anche a Luciano Gallino, di cui Laterza ha appena pubblicato postumo uno scritto in cui si propone un’uscita dall’euro senza abbandonare l’Unione). Tuttavia, in termini generali, mi pare che una critica euroscettica slegata dalla denuncia dell’establishment e dell’espropriazione del potere popolare (operata da quelle che vengono chiamate oligarchie) abbia un potenziale di conquista del consenso piuttosto ridotta. Cioè si riduca a strumento retorico-argomentativo di corta gittata, di cui si possono facilmente appropriare governanti in cerca di espedienti per ridurre la presa del discorso delle opposizioni. Renzi infatti lo ha capito, e le sue intemerate dialettiche contro “i diktat di Bruxelles”, subito contraddette dalle posizioni remissive e ultra-eurofile adottate nei vari summit, lo dimostrano abbondantemente».