di Alessio Sani

L’arrivo dei dati Istat su occupazione e crescita hanno fatto tirare un sospiro di sollievo a Renzi, dato in picchiata da tutti i sondaggi estivi, e così appare un tweet che riafferma l’utilità delle riforme. Eppure, siamo ancora lontani dalla soglia psicologica del +2% stimata come necessaria per una rielezione del governo, ma la direzione, così dice il Premier, è quella giusta. Si palesa a questo punto quella che è una presenza costante nel panorama dei problemi che affliggono un sistema democratico: quello della brevità degli orizzonti.

L’utopico ideale di Max Weber del Parlamento come strumento privilegiato della selezione dell’élite di governo, come campo di gioco della partita per la leadership tra le forze migliori del Paese, si è scontrato duramente con la realtà della prassi. Per ogni capo di Stato, e Renzi non fa eccezione, l’appuntamento che importa è quello con la prossima tornata elettorale, non quello con la Storia. In quest’ottica, passare dal segno meno al segno più in qualche indicatore economico è un successo nel breve periodo, e permette di trascurare le criticità di fondo del Sistema-Italia, che delineano un futuro con molte più ombre che luci.

Provando ad ampliare l’orizzonte temporale e anche quello spaziale, appaiono alla vista tre problematiche fondamentali, che investiranno e in parte stanno già investendo i fondamenti del concetto stesso di Italia per come lo conosciamo. La prima è di ordine economico, la seconda è di ordine politico, e assommate ne danno una risultante di ordine culturale, la terza riguarda le difficili condizioni di esistenza di alternative di pensiero e soprattutto di prassi. Sia la criticità di ordine economico che quella di ordine politico sono essenzialmente collegate al fenomeno della deregulation che, declinata nelle differenti forme a seconda del campo d’interesse, costituisce un attacco mortale al concetto di confine. E’ la vittoria del mare sulla terra teorizzata da Carl Schmitt. Un nuovo ordine concettuale, una nuova tendenza culturale assalta i confini, ne destruttura il significato, lo ribalta, da baluardo difensivo diventano fastidiosi vincoli all’attività economica e alla libertà individuale, quindi vanno eliminati.

Il problema è che il confine costituisce di per sé una forza ordinatrice, di regolamentazione e la condizione base di esistenza di un ordine politico. La presenza di un confine determina l’area di azione di un potere, che all’interno regolamenta con l’invadenza che ritiene più opportuna i fenomeni. E’ all’interno di un confine che si declina la lotta di classe, la dialettica politica e si realizza l’insieme di relazioni che determinano la società civile.

Con l’abolizione del confine, si apre una grande fase di disordine. Questo è avvenuto parallelamente all’interno dell’Unione Europea e al di fuori, a livello mondiale. Piano piano, i limiti alla circolazione di capitali, merci e persone sono venuti meno o stanno venendo meno, senza che prima si sia costituito un potere in grado di fare da cornice al nuovo ordine. Nei fatti, la politica è rimasta all’interno dello Stato Nazione, che funge da paravento, e la leadership nei politici nazionali, che fungono da parafulmini. Se la politica resta nazionale ma le forze che agiscono sulla società civile diventano transnazionali, (e non internazionali, che ha un significato differente) la politica si trova di fronte a scelte obbligate, mancando degli strumenti per porre in essere una regolamentazione.

Toni Negri parla di sistema imperiale. E’ una ricostruzione interessante che trascura però la dimensione temporale. L’impero si va costituendo, ma nel processo di costituzione non esiste alcun potere imperiale, solo forze economiche transnazionali. Esiste cioè un limbo caratterizzato dal vacuum imperii, nel quale le leggi dell’economia assumono una condizione di naturalità, alla politica nazionale è lasciata la mera applicazione dei principi primi e subisce il caotico movimento del capitale transnazionale. In questa ottica generale, l’Italia è nave sanza nocchiere in gran tempesta, data la brevità degli orizzonti e la miopia cronica della classe politica.

La criticità economica riguarda la debolezza strutturale dell’Italia in un sistema a cambio fisso come quello dell’Euro. Ne ha parlato abbondantemente Bagnai, una delle poche voci fuori dal coro del mondo economico italiano. La deflazione salariale tedesca ci obbliga ad inseguire, giocando con le regole tedesche del gioco perché alla criticità economica si assomma quella politica: le continue cessioni di sovranità, venute a coincidere con la deregulation, spuntano le unghie allo Stato, che si è stranamente offerto volontario al sacrificio di potere. In estrema sintesi, di fronte allo scatto tedesco su competitività e flessibilità (ottenute per la via breve, il taglio dei salari in relazione alla produttività), non esistendo più il mercato valutario, siamo obbligati a seguire la stessa linea per avere risposte nel breve. E’ un sistema dalle gambe corte però, visto che il mercantilismo tedesco funziona all’interno dell’eurozona ma non all’esterno, dove il saldo commerciale è sostanzialmente in pareggio. La Germania è più competitiva di noi ma non dei cinesi, c’è stato quindi un travaso di ricchezza interno all’UE che rischia, rebus sic stantibus (e non sembra esserci la volontà di mutarle), di cronicizzarsi.

Parallelamente, il taglio dei salari provoca una contrazione della domanda interna, e la crisi debitoria dello Stato, nata dalla crisi debitoria privata, porta al taglio della spesa pubblica, le due componenti fondamentali di una recessione. Questa, come al solito colpisce soprattutto le famiglie dalle spalle più strette.

Sempre all’ambito economico e sempre aggravata dalla criticità politica appartiene la questione demografica. Stiamo andando sempre più verso una società liquida, quella agognata da Baumann, che sta mostrando però tutte le sue problematiche, specie se associata a una depressione economica cronica. La deregulation deve colpire anche il mercato delle persone, per cui libertà di movimento all’interno dell’Unione ma anche alta permeabilità dei confini esterni dell’Europa. Questo nella fattispecie dell’Italia significa perdere giovani e cervelli in favore dei Paesi del Nord Europa e contemporaneamente accogliere indiscriminatamente centinaia di migliaia di migranti. E’ però un’immigrazione a basso valore, a differenza dell’emigrazione ad alto valore, e congiuntamente al tasso di natalità ai minimi storici rischia di creare una questione demografica dall’effetto dirompente. Una società fortemente liquida, dalla composizione a forte variabilità in brevi lassi di tempo, in costante stagnazione economica, è una bomba ad orologeria, l’humus per risposte fortemente identitarie ad esempio, dalle conseguenze pericolose ed imprevedibili.

La terza criticità di sistema riguarda l’assenza di alternative. Il lascito che la Storia ha consegnato alle diverse forze politiche del Paese pone in antagonismo irriducibile le due correnti più eversive, l’estrema destra e l’estrema sinistra, incapaci di conciliarsi sulla contrapposizione nazionale/internazionale, così dilaga l’estremismo di centro. Avanti sulla stessa rotta, che non si vede nessun iceberg. Il pensiero dominante pervade i media e la difficoltà di ammettere l’enormità dell’errore costringe i comandanti alla fedeltà alla linea.

Questa incapacità di resistenza è figlia anche della deriva culturale determinante e determinata dalla deregulation. L’individualismo sfrenato, l’incapacità di riconoscere un ethos comune e quindi il cosmopolitismo, l’incapacità di avere una coscienza di classe in un contesto sempre più liquido e aperto, la distrazione dei diritti civili, altro strumento di divisone delle masse, impediscono l’opposizione a un percorso di globalizzazione che sarà lacrime e sangue. L’Italia che è entrata nella crisi rischia di essere un lontano ricordo, il suo lascito non una nuova Italia ma una cupa dissolvenza.